LE MALETESTE
20 lug 2026
Un'interessante disamina sulla contemporaneità in Italia e nel mondo e sui ruoli da rivestire per cambiare il reale - FRANCESCO PIOBBICHI
di Francesco Piobbichi
18 luglio 2026, 18.15 | FACEBOOK
Prima parte.
Sono quasi venti anni che mi chiedo come sia stato possibile che, dopo Genova, invece di assaltare il cielo abbiamo finito per girargli le spalle appoggiando il Governo Prodi.
Ora a me va bene che il nodo di Genova venga discusso e raccontato, ma quello che mi pare manchi sia un ragionamento sul dopo quelle giornate.
Sarò forse provocatorio, ma la risposta che mi sono dato è che alla fine, a portarmi dalla parte del torto sia stato più il mio lavoro di politico di professione che un'analisi corretta della fase politica.
Penso ad esempio che se non fossimo stati buttati fuori dal parlamento io sarei ancora a fare bei racconti pieni di speranza, comizi e articoli che cambiavano di tono a seconda se eravamo al governo o all'opposizione, e magari sarei stato in un partito di sinistra a dire cose giuste in uno schieramento sbagliato.
Avrei insaponato con parole come dialettica e strategia, tattica, ogni atto, azione e scelta e sarei arrivato tranquillo alla pensione mentre per le persone normali le condizioni di vita sarebbero continuate a peggiorare.
La mia storia non sarebbe stata quindi diversa da tanti altri professionisti della politica.
Se ho cambiato direzione è per una serie di eventi, scelte personali di vita, che dopo aver tradito Genova mi hanno portato a riflettere con profondità su quanto successo dopo quegli anni.
Certo sarei potuto partire dopo questi 25 anni facendo una riflessione sistemica, su come il potere ha reagito ai movimenti reticolari che contestavano la globalizzazione neoliberista nei suoi inizi, su cosa abbiano significato quei giorni di crescita politica collettiva, della speranza che ci avevano dato quei lunghi mesi da Seattle in poi.
Invece parto da me, dalla mia storia per cercare di offrire a chi vuole capire questi anni anche un altro punto di vista nel racconto collettivo di una sconfitta che permane.
Ho impiegato più di 15 anni per sviluppare la mia autocritica su quel periodo della mia vita politica, ed ho visto la fine del Governo Prodi, il tradimento di Tsipras, Renzi fare sulla questione diritti dei lavoratori quello che Berlusconi non era stato capace di fare, l'esplosione e la fine di Podemos, l'insurrezione dei gillet gialli e la conseguente repressione. Cose diverse tra loro, ma alla fine sempre con quel sentimento di sconfitta che ci si è appiccicato addosso.
Se le scelte di vita mi hanno poi collocato il più lontano possibile da quel meccanismo che mi aveva portato ad accettare con pragmatismo la via dei "movimenti con il governo amico", ciò non vuol dire che di quella fase tutto è segnato dalla sconfitta e rassegnarci, semmai è proprio l'opposto quello che dovremmo fare, ricercare la dinamica di fondo che ci ha portato dove siamo.
Se è vero - come diceva Marx - che è l'essere sociale a determinare l'essere politico, allora le scelte del politico di professione rischiano di orientarsi rispetto alla sua prospettiva di vita reale più che alla dimensione politica.
Cioè rispetto alla sua carriera, al suo status, alla sua organizzazione, al suo partito.
Le cose di cui per anni non riuscivo a perdonarmi sono state l'appoggio al voto alla guerra in Afghanistan, e la nomina di De Gennaro (che era nella cabina di regia repressiva di Genova) a capo gabinetto agli interni del Governo Prodi.
Cristo santo, io ero in quella stessa piazza mentre hanno ammazzato Carlo Giuliani, come sia stato possibile appoggiare tali scelte rimane per me sconvolgente ancora oggi.
Perché, mi sono chiesto, non ho avuto il coraggio etico e morale di altre persone che dicevano le cose come stavano?
Guardandomi dentro la risposta che mi sono dato è stata che in fin dei conti ho pensato più alla difesa della mia posizione personale che al resto.
È una colpa gravissima questa che si deve aver la forza di affrontare senza tentennamenti.
In questi decenni ho trovato la mia redenzione morale - almeno così me la racconto - nelle pratiche sociali e poi lavorando nella frontiera mobile degli stati nazione, ed infine nel disegno sociale e nel racconto.
Dalla prospettiva dura e feroce del confine ho visto l'abito dello Stato, la sua vera forma, colonialista e brutale. La sua essenza.
Penso che chi lavora ai margini, in frontiera, nelle carceri, e nei luoghi dove lo Stato di eccezione diventa norma comprenda meglio la sintesi di cosa sia la crisi autoritaria che attraversa la democrazia liberale.
È da questa prospettiva che ho visto Gaza ancora prima di Gaza, la normalizzazione della necropolitica del mediterraneo che anticipava il genocidio dei palestinesi.
Per questo per me, ragionare di questi 25 anni vuol dire andare oltre il semplice racconto collettivo di quei giorni ed usare l'autocritica personale come prisma per comprendere una questione più generale.
Io che mi porto ancora addosso l'odore del sangue in bocca mischiato ai lacrimogeni, lo Skrondo che emerge da Via Tolemaide bestemmiando, le botte dei giorni seguenti.
Io provo a mettere a nudo me stesso fino in fondo, 25 anni dopo.
Perché se è vero che quel movimento è stato inefficace rispetto alla guerra globale ed alla repressione, occorre anche raccontare di come quello Stato sia stato così capace di integrarci attraverso il sistema elettorale, e questo è un nodo enorme che ancora oggi nessuno vuole affrontare fino in fondo.
Perché metà dei gruppi dirigenti della sinistra europea che negli anni successivi hanno provato a "prendere il potere" andando al Governo, in alcuni casi riuscendoci, sono passati da quel movimento e sono finiti con le loro esperienze dove tutti sappiamo.
Allora forse questi 25 anni sono un bilancio di una discussione che troppi rimandano le cui ragioni sono le ragioni della crisi che oggi viviamo nelle forme dell'azione collettiva.
Anche allora il dibattito, come oggi, era fermare il fascismo che arriva nella crisi della democrazia liberale, cercare di stopparlo come oggi ci dicono le stesse campane di allora.
25 anni fa i nomi dei cattivi erano diversi, ma le retoriche erano le stesse.
Quel fascismo che è avanzato però valeva solo quando governano gli altri, quando invece Gentiloni faceva accordi con i libici no.
Io penso invece che via Tolemaide e la Diaz, la sospensione della democrazia di quei giorni siano stati l'anticipo del mondo che viviamo.
La zona rossa di Genova era una promessa velenosa che le classi dominanti stavano lanciandoci nelle città.
Genova ci parlava allora di un passaggio chiaro, dallo Stato Sociale a quello Penale autoritario, ci parlava anche dell'emergere di uno Stato profondo che si è fatto rivedere proprio in quei giorni quando doveva rispondere ad un radicale movimento di cambiamento.
È un sistema di dominio che ci portiamo dietro da sempre, ancora prima che la Costituzione nascesse era già dentro le sue viscere a manometterla.
Storicamente, quando lo Stato nazione deve fare capire i rapporti di forza nel paese, soprattutto in questo paese, ha sempre sparato nelle piazze e ucciso.
Per questo quanto successo a Genova non ci parlava di una discontinuità storica, ma di una continuità repressiva che dai morti di Reggio Emilia in poi ha attraversato la nazione in molte forme.
E credetemi, non basta mettere i numeri identificativi nei caschi della celere per uscirne, perché lo Stato ha una capacità elevatissima e raffinata di gestione del potere e della violenza.
Certo quelle giornate hanno evidenziato come il terreno autoritario fosse quello di un nuovo ciclo del sistema del dominio.
Genova sotto il Governo Berlusconi non era scollegata da quanto accaduto pochi mesi prima nella piazza di Napoli con il Governo D'Alema.
Sì, non sono uguali, e non sono nemmeno simili i governi che si alternano, ma l'alternanza avviene all'interno dello stesso sistema di dominio che Governo dopo Governo sta portandoci in un processo autoritario inarrestabile. In uno Stato dove conta solo il diritto dei privilegiati.
Ecco, se una cosa ho maturato in questi anni è che le cose su questo aspetto devono essere dette al chiaro.
Noi non fermeremo lo Stato autoritario per via elettorale perché la democrazia reale è già compromessa e vincolata, perché il fascismo è transitato dentro lo Stato nonostante la Costituzione lo vieti, perché il patto sociale non esiste più.
La crisi della democrazia liberale è un processo che non possiamo affrontare dal suo interno mettendo le pezze ad un sistema che ha già scelto la strada e noi non abbiamo la forza per prenderne un'altra.
Siamo già oltre Weimar, perché l'economia si è separata dalla politica, e la guerra ai poveri e tra poveri è il meccanismo che permette la gestione della crisi sociale che il neoliberismo determina, mentre la guerra impone la gerarchia degli stati nazione sul sistema mondo.
Vi chiedo: ma davvero ancora dobbiamo fare da stampella a tutto questo?
Non è questo processo di integrazione un cul de sac in cui ci siamo ficcati, dove comunque l'esito appare scontato?
Per molti 25 anni sono un tempo talmente lungo che dovrebbe rimettere insieme le fratture.
Ecco, io penso che invece occorre allargarle le fratture, partendo dal processo di autocritica morale che ognuno di noi che quei giorni ha attraversato dovrebbe farsi, sulle scelte personali fatte, su dove ci hanno portato.
Perché il movimento di Genova era una soggettività sociale articolata e capace di definirsi, perché in grado, almeno in potenza, di esprimere direzione politica e portare la critica al neoliberismo sul terreno generale dell'egemonia.
Per questo è stato schiantato, perché esprimeva una soggettività generale come lo era stato per tutto il '900 il movimento operaio.
Ma badate bene, non ha agito solo la dimensione repressiva per indebolire il soggetto e la guerra che da lì a breve si scatenò a livello globale.
A indebolire le reti sono stati anche i processi di integrazione elettorale prodotti da partiti che di Stato vivono, che dello Stato prendono la forma.
A indebolire il movimento è stata anche una retorica umanitaria da Ong che in questi anni ha annullato la carica politica dell'attivismo sociale.
Sono fatti seri su cui occorre riflettere.
Ma in questi 25 anni però di cose positive ne sono successe.
Abbiamo tenuto il punto su neoliberismo e guerra, abbiamo visto resistenze ecosociali diffuse, ed è avvenuta una rivoluzione come quella del Confederalismo Democratico nel Rojava che ha messo al centro il ruolo della donna e dell'ecologia fornendoci una prospettiva.
Infine abbiamo avuto il movimento dirompente di solidarietà globale con la Palestina, che ci ha dato nuova speranza.
Ocalan nei suoi scritti ha perfettamente compreso l'inadeguatezza organizzativa dei social forum di allora per la fase feroce del dominio degli stati nazione.
Lo ha fatto da diversi punti di vista, ma il più chiaro è stato il fatto che non era sciolto il rapporto tra i movimenti altermondisti e lo stato nazione.
E forse allora riflettere da Genova e su Genova vuol dire proprio ragionare su quel movimento che sotto l'impulso zapatista ci riempiva il cuore e provare a rispondere al tema di come organizzarlo.
A Genova il potere ci ha tolto la visione del futuro, costringendoci a ragionare con la faccia schiacciata sull'asfalto del presente.
Lo ha fatto illudendoci che uno schema bipolare gestito da partiti senza società sia l'unica opzione possibile per il cambiamento.
Occorre forzare l'orizzonte della crisi della democrazia liberale che ci hanno costruito come una gabbia attorno a tutti noi per definire una nuova dialettica.
Una dialettica non tra forze interne allo Stato che pensano alla presa del potere, ma tra le forze della società e lo Stato nazione.
Seconda parte.
Se avere ragione non basta cosa possiamo fare?
Per rispondere a questo schema di ragionamento occorre creatività e posizionare la discussione su un terreno immaginifico e concreto. Io in questi decenni ho impiegato molto tempo per comprendere come farlo sviluppando pratiche sociali di diversa natura. Questo lavoro facile non è stato, ma mi ha permesso di capire che in potenza possiamo riempire lo spazio che lo stato lascia se abbandoniamo l'elettoralismo come pratica politica costituente, dato che questo riproduce uno schema di potere e dominio all'interno dell'azione collettiva, un terreno che finisce per disintegrarla tra promesse elettorali e disillusione dato che per quella via non si risolve la crisi dentro la quale siamo.
Occorre allora pensare ad una organizzazione obliqua che mette insieme pochi principi nei quali riconoscersi e che cambi i tempi le forme della politica. Una organizzazione confederativa dell'iniziativa sociale che inizi un lento lavoro di ricostruzione del tessuto partecipativo in termini assembleari e con una modalità di discussione diversa nella quale si mette l'autocritica al centro del processo.
Solo con questo lento lavoro possiamo affrontare e costruire nuovo protagonismo politico e dare una visione nuova alla politica in questo paese, non un partito politico ma un NOI partito sociale che si dota di una carta Comune di condivisione valoriale e un metodo di funzionamento cooperativo e di resistenza economica. Una forza sociale che non si pone la presa del potere statale, ma semmai il suo svuotamento e la sua erosione.
Nella mia idea occorre che i soggetti che aderiscono a questa carta di valori si impegnino a costruire e supportare l'assemblea di Comune o Quartiere dove operano, che questa diventi l'organo deliberativo sovrano a cui spetta la direzione politica.
Questa assemblea poi si riunisce periodicamente nelle periferie delle grandi città italiane o nei paesi delle aree interne. Decide su base di consenso o maggioranza qualificata le politiche locali e discute dei problemi sociali cercando di risolverli in maniera pragmatica. Per coordinarsi a livello regionale e nazionale, le assemblee nominano dei delegati.
Vige il mandato imperativo: il delegato esprime solo la volontà dell'assemblea che lo ha eletto e può essere rimosso istantaneamente se se ne discosta. Ogni organo di coordinamento prevede la Co-Presidenza obbligatoria (un uomo e una donna) con pari poteri e una fonte di finanziamento autonoma e trasparente per sostenere l'attività politica e sociale. A questo primo livello si costruisce una Struttura Funzionale:
Lavorare su un terreno di questo tipo vuol dire infatti costruire le nostre risposte "dalla culla alla tomba" di ogni persona tramite istituzioni autonome proprie. Io immagino quattro pilastri di lavoro cooperativo :
- Il Pilastro del Mutuo Soccorso. Occorre porre in termini più strutturati l'organizzazione di una economia della vita, dalle cooperative della terra e comunità, spacci popolari a prezzi calmierati, logistica condivisa, reti circolari con quota sociale sui prodotti, cliniche mediche autogestite di quartiere per sopperire ai tagli della sanità pubblica, Mutue sanitarie e più in generale tutte le pratiche sociali autorganizzate che si pongono però sul terreno dell'imprenditorialità del bene comune e quindi di una sostenibilità economica autonoma. Occorre quindi produrre un salto di qualità su questo aspetto lavorando su una dimensione democratica reale, superando le dimensioni di rottura personalistiche e favorendo processi cooperativi.
- Il Pilastro del Lavoro e della contrattazione sociale conflittuale: i sindacati conflittuali che organizzano i lavoratori devono essere collegati nei territorio in termini cooperativi unendo la lotta sul posto di lavoro alla solidarietà della comunità territoriale (es. se i lavoratori di una fabbrica scioperano, l'assemblea territoriale del cibo provvede al loro sostentamento). La logica è quella del mutuo aiuto dell'uno per tutti e tutti per uno, cercando di mettere insieme la verticalità delle organizzazioni con l'orizzontalità del territorio. Si potrebbe pensare a nuove camere del lavoro di tipo mutualistico e cooperativo coinvolgendo anche la parte sana del mondo cooperativo. Il tema della contrattazione non riguarda quindi il luogo di lavoro tra salario e profitto, ma anche il rapporto tra la società e lo Stato rispetto al tema del welfare.
- Il Pilastro della Conoscenza (Le Accademie Popolari): Centri di formazione permanente. Corsi di ecologia, auto-riparazione, economia comunitaria e Jineoloji. La nostra università che sia in grado di produrre egemonia e comprendere e generare i nuovi strumenti della comunicazione politica e sociale..
- Il Pilastro della Protezione Territoriale: Reti di mutuo aiuto per la difesa del territorio dai disastri climatici, strutture autorganizzate che in caso di alluvioni o terremoti si attivano, sportelli di ascolto psicologico e protezione per donne vittime di violenza domestica, strutture sociali capaci di attivare alloggi sicuri con lavoro volontario. Penso che da queste strutture occorre anche pensare a forme di autodifesa antifascista in caso di attacco alle nostre strutture sociali.
Ovviamente rimangono molti nodi da sciogliere, ad esempio quello di un astensionismo selettivo che per me andrebbe esercitato di volta in volta e con diverse forme. Se il contesto lo permette per me è auspicabile che a livello comunale si possano sviluppare attraversamenti o supportare li liste elettorali tenendo ben distinta la direzione politica della Comune sociale dal municipio e quindi dal partito elettorale.
Non ha senso invece, e penso che alla fine sia controproducente, pensare di investire le nostre energie per lo scontro elettoralistico in un sistema bipolare coatto nei livelli superiori a quello municipale dato che finiremmo per essere integrati dal sistema di dominio degli Stati nazione. A Genova avevamo ragione ma non è bastato, se vogliamo fare sul serio dobbiamo organizzarci diversamente da quanto abbiamo fatto fino ad ora.
Se siete arrivati fino alla fine di questo testo siete eroi.

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