
LE MALETESTE
9 ott 2026
Il biennio elettorale che attraverserà l’Europa può essere una nuova stagione di paura e ripiegamento oppure l’occasione per tornare a guardare dove la politica continua a prendere forma: nei territori, nelle città, nelle relazioni - GIOVANNA CAVALLO
di Giovanna Cavallo*
9 ottobre 2026
Il 2026 e il 2027 saranno un passaggio politico importante per l’Europa. Diversi Paesi saranno attraversati da appuntamenti elettorali capaci di modificare gli equilibri nazionali e, con essi, quelli dell’Unione. Francia, Germania, Italia e Polonia saranno al centro di questo passaggio. Le loro scelte potranno incidere sugli equilibri europei e sull’orientamento politico dell’Unione. E quello che vedo, dal mio angolo visuale, è una società attraversata da domande profonde: sulla possibilità di avere una casa, di lavorare senza precarietà, di curare e di essere curati, di costruire una vita senza essere continuamente sospinti ai margini. Domande che faticano a trovare le forme, le parole e i luoghi attraverso cui diventare una forza collettiva e politica riconoscibile.
Dietro l’affitto insostenibile emergono la rendita, la distribuzione della ricchezza, il modo in cui i quartieri vengono trasformati e chi può ancora permettersi di abitarli. La precarietà del lavoro, allo stesso modo, non riguarda soltanto la stabilità di un contratto, ma la possibilità stessa di costruire una vita senza vivere continuamente nell’incertezza. E quando una persona migrante rimane per mesi dentro una procedura amministrativa, l’attesa non è soltanto un malfunzionamento burocratico ma rivela un sistema che organizza tempi, confini e accesso ai diritti.
Sono esperienze diverse, ma hanno qualcosa in comune: problemi che vengono vissuti individualmente e che contengono invece una dimensione profondamente collettiva e politica. È nelle città che questa connessione appare con maggiore evidenza. Qui la rendita incontra l’abitare, il turismo incontra il diritto alla città, le politiche migratorie incontrano la scuola e i servizi, la sicurezza entra nello spazio pubblico e ne ridefinisce gli usi. La città registra queste trasformazioni prima ancora che diventino una questione nazionale. E qualche volta le anticipa.
La città contendibile
La capacità di incidere sulle trasformazioni diventa allora decisiva e contendere lo spazio urbano difendere la possibilità di immaginare e praticare la città in un altro modo. È qui che le pratiche mutualistiche assumono un significato politico più ampio. Prendersi cura di uno spazio, costruire una rete di sostegno, difendere l’accesso a un servizio, tenere aperto un luogo, organizzare forme di tutela sociale non significa soltanto supplire a ciò che manca. Significa costruire, dentro la città esistente, relazioni che non seguono la logica della competizione, dell’esclusione.
Queste pratiche possono essere contemporaneamente protezione e cambiamento. Proteggono persone e spazi dalla marginalizzazione, ma nello stesso tempo aprono possibilità diverse di abitare, condividere, decidere. E proprio per questo possono interrompere la polarizzazione: là dove il discorso pubblico tende a costruire opposizioni — residenti contro migranti, sicurezza contro libertà, decoro contro povertà — le pratiche sociali possono produrre un’altra esperienza, nella quale persone diverse si riconoscono nella costruzione di qualcosa che è comune.
Non è poco. Perché la polarizzazione non agisce soltanto attraverso le parole della politica. Agisce anche restringendo progressivamente ciò che riusciamo a considerare possibile. Forse è questo uno degli aspetti più profondi della contesa urbana. Non ci stanno soltanto sottraendo spazi: rischiamo di perdere anche la capacità di immaginare cosa potrebbe accadere dentro quegli spazi.
Per molto tempo abbiamo pensato che nessuno avrebbe potuto privarci della possibilità di sognare. Ma non è del tutto vero. Anche un immaginario può essere colonizzato, come lo sono stati le terre e i copri. Può accadere quando per anni ci viene raccontato che alcune trasformazioni sono inevitabili, che il mercato non può essere messo in discussione, che una città può soltanto diventare più competitiva, che la sicurezza richiede necessariamente più controllo, che non esistono alternative realistiche a ciò che abbiamo davanti. A poco a poco, l’alternativa smette persino di essere concepibile, quasi a renderci incapaci di immaginarla. Ed è a questo punto che anche il nostro immaginario sarà stato colonizzato.
Ed è forse qui che le pratiche sociali custodiscono una forza politica particolare. Non si limitano a dire che un altro mondo è possibile: conservano, nel presente, la prova che può essere pensato. Un luogo condiviso, una rete di mutualismo, una forma di tutela costruita dal basso, una comunità che decide di prendersi cura di uno spazio sono piccole incrinature dentro un’idea di città che vorrebbe apparire definitiva.
Non sono modelli compiuti. Sono frammenti di una possibilità.
E forse oggi contendere la città significa anche questo: difendere lo spazio necessario perché l’alternativa possa ancora essere immaginata.
Il prossimo biennio elettorale sarà raccontato attraverso elezioni, governi e rapporti di forza. Ma l’Europa che emergerà da questa stagione si costruirà anche altrove: nei luoghi in cui si decide chi può abitare una città, chi può restare, chi può avere accesso ai diritti, quali spazi possono essere condivisi e quale idea di comunità vogliamo costruire.
Forse il coraggio che serve oggi è proprio questo: non aspettare che la politica ricominci dalle urne, ma riconoscere che, in molti luoghi, non ha mai smesso.
*Giovanna Cavallo
Attivista ed esperta di diritti umani e protezione internazionale. Si occupa di politiche migratorie da 20 anni e coordina una rete nazionale e internazionale al fine di promuovere percorsi di advocacy istituzionale e tutela dei diritti dei migranti e delle migranti.


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