
LE MALETESTE
19 ago 2026
I molti volti della violenza. Il caso palestinese. La violenza sessuale contro gli uomini. Lo stupro delle bambine. La violenza sessuale legata ai conflitti - VALERIA CASOLARO
di Valeria Casolaro
19 agosto 2026, h. 11.00 | L'INDIPENDENTE
Il graffito recita più o meno così: «Figli di puttana, siamo venuti qui per fottervi, voi e le vostre madri, puttane. Brutti arabi vi bruceremo vivi, cani che non siete altro!». È stato ritrovato sul muro di un centro di accoglienza per donne, a Gaza, dopo il passaggio di una squadra dell’IDF. Un altro, ritrovato tra le rovine di Beit Lahia, recita: «Vuole forse trasformare nostra sorella in una prostituta? 9208 riporta l’onore agli israeliani». Il riferimento a una vicenda biblica, tratto dal libro della Genesi, si sovrappone a quanto accaduto il 7 ottobre e agli ipotetici stupri commessi dai militanti di Hamas. Vendicando la violazione del corpo delle “proprie donne”, i soldati della Brigata 9208 dell’IDF stanno «riportando l’onore» alla popolazione israeliana.
La violenza sessuale è parte integrante dei conflitti sin dall’alba dei tempi. Non (solo) come episodica perversione di pochi, ma piuttosto come tattica vera e propria di annientamento del nemico. Rapimento, stupro e uccisione di una donna rappresentano sin dall’antichità una precisa strategia psicologica: dimostrare l’incapacità dell’avversario di difendere i propri cari, distruggerne il tessuto sociale e la discendenza. Si tratta di una tattica particolarmente efficace nelle società patriarcali, dove l’assalto al corpo della donna è visto come un affronto all’onore collettivo. Ma se è vero che questa forma di violenza colpisce in maniera straordinariamente prevalente le donne, non è diretta unicamente contro di esse.
La punta dell’iceberg
Con l’espressione “violenza sessuale legata ai conflitti” (conflict-related sexual violence) si intende ogni forma di «stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, aborto forzato, sterilizzazione forzata, matrimonio forzato e ogni altra forma di violenza sessuale di gravità analoga perpetrata contro donne e uomini, ragazze e ragazzi, che sia direttamente o indirettamente collegata a un conflitto». Negli anni ’90, il suo impiego sistematico nel contesto delle guerre in Bosnia ed Erzegovina e in Ruanda ha innescato un dibattito internazionale che ha portato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel 2008, ad adottare la Risoluzione 1820. Al suo interno viene sancito come, quando impiegata in maniera diffusa e sistematica, la violenza sessuale possa costituire un crimine di guerra, contro l’umanità o elemento di genocidio.
Per farsi un’idea dell’estensione del fenomeno, basti pensare che i casi di violenza sessuale avvenuti in un contesto di conflitti o guerre nel 2025 e verificati dall’ONU sono stati 9788, più del doppio rispetto all’anno precedente. E questi non rappresentano che la punta dell’iceberg. Nel solo genocidio avvenuto nel 1994 in Ruanda si stima che vennerostuprate fino a mezzo milione di donne. A queste si aggiungono le oltre 60mila della guerra civile in Sierra Leone, le circa 50mila della guerra in Bosnia ed Erzegovina, le almeno 200mila nella guerra in Repubblica Democratica del Congo. Qui, solamente tra gennaio e settembre del 2025, le autorità locali hanno raccolto oltre 90mila denunce di donne violentate. Di questi, 1534 casi sono stati verificati dall’ONU, con un aumento dell’86% rispetto al 2024. Nonostante ciò, molteplici rapporti di ONG e organizzazioni internazionali, incluse le stesse Nazioni Unite, riferiscono come a oggi questo crimine sia difficilmente perseguito dagli Stati e come la stragrande maggioranza delle occorrenze rimanga impunita.
I molti volti della violenza
Secondo l’ultimo report del segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei contesti di guerra, nel 2025 sono almeno 21 i Paesi in cui questa si è verificata in maniera sistematica per mano di attori statali o di milizie armate. Nella stragrande maggioranza dei casi, le vittime sono di sesso femminile, tanto bambine e adolescenti quanto donne e anziane. Si tratta di violenze che non si verificano mai da sole, ma che sono accompagnate da altre forme di tortura o trattamenti degradanti, come l’omicidio dei propri famigliari, i pestaggi o lo svolgersi dello stupro di fronte agli occhi della propria famiglia e dei propri figli. Quando impiegata come tattica di guerra, la violenza sessuale ha infatti un fine ultimo: la distruzione psicologica del nemico.
Gli obiettivi militari o politici cui si aspira sono molteplici e variano per ogni conflitto: dal controllo di un certo territorio o di certe risorse naturali (come accade nella Repubblica Centrafricana o in Repubblica Democratica del Congo), fino al terrorizzare una popolazione al punto da indurla all’esodo forzato o punirla per il supporto alle milizie avversarie. Lo stupro sistematico è anche stato impiegato (e lo è ancora oggi) come strumento di pulizia etnica, come avvenuto nelle guerre della ex Jugoslavia, in Sudan, in Repubblica Democratica del Congo e in Palestina. In Kosovo, le violenze sessuali commesse da militari e milizie serbe contro le donne servirono a colpire principalmente la società maschile: in un contesto governato da dinamiche patriarcali, infatti, “l’onore” della donna veniva percepito come responsabilità maschile e l’incapacità di difenderlo rappresentava un’umiliazione per gli uomini. Allo stesso tempo, lo stupro distruggeva la personalità della vittima e operava una forma di pulizia etnica, in quanto i “figli del nemico” avrebbero diffuso “l’etnia del violentatore”.
Stupri di gruppo e rapimenti a scopo sessuale vengono praticati in maniera diffusa e sistematica come forma di terrorismo in alcuni contesti rurali, come in Burkina Faso, Mozambico e Mali, come mezzo per controllare i movimenti della popolazione. In Colombia, nel contesto della guerra tra FARC e Stato, le violenze sono rivolte in modo particolare contro le donne afro-colombiane o native – le quali, nonostante compongano il 15% della popolazione, rappresentano un terzo delle vittime. Qui, stupri e altri tipi di violenza sessuale vengono praticati da entrambe le parti per mantenere il controllo territoriale. In questo come in altri contesti (ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo), quando le responsabilità delle milizie si mescolano a quelle dello Stato, per le vittime è ancora più complicato ottenere supporto.
Annientare una comunità: il caso palestinese
Nel 2026, per la prima volta, l’ONU ha inserito nella lista dei Paesi dove la violenza sessuale è impiegata come arma di guerra anche Israele. Mentre le accuse di stupro mosse contro Hamas sono infatti inverificabili da parte delle Nazioni Unite, per via dell’ostruzionismo delle autorità israeliane verso le indagini, quelle contro i palestinesi sono più ampiamente conosciute e comprovate.
Già in un rapporto dello scorso anno, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati aveva dettagliato come la violenza sessuale fosse commessa sistematicamente dagli israeliani nel contesto dell’aggressione contro i palestinesi iniziata il 7 ottobre 2023 e tutt’ora in corso. La conclusione del rapporto è chiara: l’obiettivo israeliano è quello di distruggere la comunità palestinese, impiegando strategicamente anche armi come le violenze sessuali. Questa è usata in maniera strategica e differenziata tanto verso gli uomini quanto verso le donne per ottenere risultati differenti: mentre le donne vengono impiegate per umiliare una società intera, gli uomini devono essere soggiogati. La violenza di genere, insomma, riguarda entrambi i gruppi, perché studiata in maniera specifica per ciascuno di essi. L’estensione di tali violazioni è tale per cui, secondo la Commissione, se queste non sono ordinate direttamente dall’alto sono quantomeno ampiamente tollerate. Nel contesto palestinese, le violenze sessuali rappresentano per gli esperti un chiaro caso di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, volti ad annientare una comunità e costringerla ad abbandonare le proprie terre.
I crimini di natura sessuale commessi da militari israeliani e coloni non sono una novità di questo conflitto, ma stanno registrando un netto aumento. «Le aggressioni e le violenze dei soldati israeliani includono in misura sempre maggiore atti sessuali intesi a “femminilizzare” o destinati a far provare vergogna non solo alla vittima, ma alla comunità palestinese intera, oltre a una tendenza crescente a fotografare o filmare questi atti», riporta la Commissione. Si tratta, di fatto, di un uso consapevole degli stereotipi di genere all’interno della cultura palestinese volto a distruggere la comunità. Le donne palestinesi sono state sistematicamente umiliate nell’ambito dell’aggressione a Gaza, anche attraverso i video fatti circolare in internet dai soldati israeliani che rappresentavano loro commilitoni intenti a frugare nei cassetti della biancheria delle case devastate.
La violenza sessuale contro gli uomini
Nel contesto dell’aggressione attuale contro i palestinesi, l’uso di una violenza sessuale sistematica e diffusa è stato registrato anche nei confronti degli uomini, tanto giovani quanto adulti. La pubblica nudità cui sono stati costretti i civili in maniera sistematica durante gli arresti di massa verificatisi a Gaza nelle prime fasi del conflitto, aggiunta alla diffusione dei video online, ha rappresentato una chiara volontà di umiliazione della popolazione maschile. Molte vittime, ascoltate dalla Commissione, hanno infatti descritto il profondo senso di umiliazione provato durante questi episodi. Il peggio, tuttavia, si è verificato all’interno delle prigioni israeliane, in particolare nelle carceri di Sde Teiman e di Negev.
Testimoni e sopravvissuti hanno raccontato come alla nudità forzata fossero aggiunte pratiche come l’immobilizzazione in posizioni umilianti, pestaggi anche con bastoni su tutto il corpo o specificamente nella zona dei genitali. Alcuni sopravvissuti hanno denunciato di essere stati costretti a sdraiarsi nudi gli uni sopra gli altri e a insultare le proprie madri. Infine, in moltissimi hanno denunciato casi di stupro avvenuto in varie forme, spesso tramite l’inserimento nell’ano di oggetti che in vari casi hanno causato gravi danni interni permanenti, con la necessità di interventi chirurgici. In almeno un caso, la violenza dello stupro è stata tale da dover costringere la vittima a ricorrere a un sacco per la stomia.
Violenze analoghe sono state commesse anche dai coloni, grazie al supporto dei soldati dell’IDF. Nel contesto degli attacchi sempre più frequenti avvenuti in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, alcuni palestinesi hanno denunciato di essere stati immobilizzati a terra e aver subìto tentativi di stupro con oggetti, mentre molti altri ne sono stati minacciati. «Sarei felice di sedermi con te in prigione un giorno. Conosci Sde Teiman? Stupro per amore di Dio, come dicono. Capirai cosa intendo» ha detto un colono a un palestinese. Le minacce non sono mancate anche contro le donne, con minacce ricorrenti quali «vi scopiamo se non ve ne andate». La paura della violenza e dell’umiliazione sessuale è servita ai coloni per instillare paura nella popolazione palestinese, forzandola così ad abbandonare le proprie case e le proprie terre.
Lo stupro delle bambine
«Mentre leggete questo rapporto, spero teniate a mente che la più giovane sopravvissuta a uno stupro che io abbia mai curato aveva solo sei mesi quando è stata aggredita». Con queste parole il dottor Denis Mukwege, il medico congolese che “aggiusta le donne” vittime di stupro, introduce il primo rapporto di Save the Children che intende offrire una prospettiva globale su questo genere di violenza quando commessa contro i bambini. Mettendo insieme i dati raccolti dal Sexual Violence in Armed Conflict Dataset (SVAC), la ONG ha stimato che circa 72 milioni di bambini nel mondo vivono nelle immediate prossimità (50 km o meno) di un conflitto dove la violenza sessuale contro i minori è praticata in modo sistematico. Rispetto agli 8,5 milioni del 1990, il numero è decuplicato in appena trent’anni. Come per gli adulti, si tratta di un fenomeno radicato in dinamiche di violenza di genere, dal momento che riguarda in maniera estremamente preponderante bambine e adolescenti di genere femminile. Secondo la ONG, tra il 2006 e il 2021, anno di pubblicazione del rapporto, si sono verificati oltre 20mila episodi di violenze sessuali contro i bambini in contesti di guerra, verificati dagli appositi organismi ONU.
Se le violenze contro gli adulti scavano cicatrici difficili da risanare all’interno di una società, queste sono ancora più profonde quando si tratta di bambini. Una delle conseguenze sui sopravvissuti, denuncia Save the Children, è che l’esposizione a violenze di tale gravità può portare a normalizzarne l’esistenza, rendendo i bambini che sopravvivono aguzzini a loro volta da adulti. Secondo l’ultimo rapporto del Consiglio di Sicurezza ONU, nel 2025 il livello di violenza contro i bambini nelle guerre ha raggiunto livelli «senza precedenti», con oltre 24mila minori coinvolti in gravi episodi. Il numero più alto si è verificato in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, seguiti da Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Birmania e Somalia. Gli omicidi di bambini sono aumentati del 34% rispetto all’anno precedente, le mutilazioni del 10%. Anche i casi di stupro di gruppo come tattica di guerra contro i bambini sono aumentati, con oltre 5mila bambini rapiti per essere reclutati o violentati.
In ogni caso, il fenomeno è con ogni probabilità sottostimato per via dei problemi a raccogliere i dati: come per ogni tipologia di violenza sessuale, ci sono una pletora di motivi per i quali le violenze non vengono denunciate, dalla paura dello stigma a quella di eventuali ritorsioni contro di sé o la propria famiglia.
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