
LE MALETESTE
14 lug 2026
Risposte alle obiezioni, per difendere una convinzione antica che affonda le radici nel pensiero libertario e che riguarda più strettamente la questione della delega. Un'analisi lucida e profonda.
di Lavinia Marchetti
lug 12, 2026 | SUBASTACK
Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che “il voto è un diritto e un dovere”, “meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti”, “turiamoci il naso”, ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.
Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.
Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la “speranza” che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il “sistema”.
Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:
“Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente”.
EH, MA LA “DEMOCRAZIA”...
Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.
La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i “migliori”, e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo.
Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa. Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama “sindrome da stanchezza democratica”, l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.
I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL “SISTEMA”; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI
I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.
La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.
Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.
FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA
Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.
La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.
OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE
So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.
- La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla “normale”. Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.
- La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i “nostri”. Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri “sono peggio”, quindi ci votano comunque.
Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.
- La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.
- Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all’autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.
📣 APPENDICE
Le risposte di Lavinia Marchetti ad alcuni commenti relativi all'articolo in questione:
1 - Il mio dissenso riguarda il passaggio che trasforma l’emergenza in obbligo elettorale permanente. Quando il voto viene chiesto come argine, il campo che dovrebbe opporsi alla destra riceve consenso sotto ricatto e perde l’incentivo a meritarselo. L’avversario finisce così per stabilire il limite morale entro cui siamo autorizzati a scegliere. Una vittoria elettorale può rallentare il danno. Senza una forza sociale organizzata, lascia intatte le condizioni che rendono possibile il ritorno della destra. La Costituzione vive grazie a chi la difende nei rapporti reali, assai prima della scheda. Io voto ai referendum perché la decisione resta direttamente nelle mani dei cittadini. Alle elezioni politiche, invece, il mandato generale consegna per anni una quota di potere a soggetti che possono usarla contro chi li ha scelti. Comprendo la sua scelta difensiva. La mia resta un’altra: costruire l’argine fuori dal ricatto del meno peggio.
2 - Il voto può essere un’arma soltanto quando l’eletto teme davvero chi lo ha mandato. Nella Comune di Parigi il mandato durava finché la comunità lo riconosceva; revoca e controllo tenevano il potere sotto sorveglianza. Oggi accade spesso il contrario e la realtà è che l’elettore obbedisce per cinque anni a chi avrebbe dovuto obbedirgli. Capisco la tua scelta di portare la battaglia dentro il luogo istituzionale. È una posizione seria, soprattutto quando il voto serve a rendere visibile il conflitto di classe anziché coprirlo con la governabilità. Io sono fuggita dalle istituzioni perché da dentro non ho mai visto cambiare nulla per quanto si lottasse. Ho fatto mille volte di più da fuori. La mia diffidenza nasce dal talento delle istituzioni nel trasformare una rottura in una carriera politica di prim'ordine e un movimento in ceto politico.
3 - Non ho mai chiamato caos le spinte dal basso. Ho restituito la parola a chi me la tira addosso. Caos, in bocca a chi difende il sistema, vuol dire la fine dell'ordine, e io osservo soltanto che questo ordine produce già macerie e guerra, altro che quiete. L'autorganizzazione non è il vuoto che subentra quando togli i rappresentanti, è un ordine diverso, più fitto e più faticoso. La rivoluzione, per come la vedo io, non è il caos, è il tentativo di darsi un'altra regola. Non mi contraddico, do soltanto alla stessa parola due padroni diversi. Concordo sulla critica a noi stessi, almeno in parte. Sul sintomo hai ragione. Siamo diffidenti e isolati, in gara l'uno contro l'altro. Dissento però sulla diagnosi, non credo che quella morte sia la nostra natura, ma un prodotto. Quarant'anni di una religione che ripeteva che la società non esiste, esistono solo gli individui in concorrenza, hanno fabbricato l'uomo solo e rancoroso che adesso descrivi. Il nichilismo, banalizzando. E allora scatta la trappola perfetta, il sistema produce l'isolamento e poi lo indica come prova che non siamo capaci d'altro. È il carceriere che ti mostra le sbarre come prova che meritavi la cella. Allora come si gestisce una società di morti? Non si gestisce, si rimette in movimento, le persone sono coma, non ancora in una tomba. Dal coma non si esce con un comizio, né con l'antifascismo portato come distintivo, e qui ti do ragione da vendere. Si esce con la pratica condivisa. La fiducia e la coesione sono ciò che nasce mentre ti organizzi. Ci si riscopre vivi quando si fa insieme una cosa che conta, uno sciopero che regge, una casa strappata a chi la teneva vuota. La solidarietà è un muscolo che cresce nell'uso. Per questo insisto sul fare più che sul votare, il voto ti lascia spettatore, e lo spettatore è esattamente il morto di cui parli. Chi agisce, no.
4 - Lasciare tutto in mano ad altri è precisamente ciò che temo nella delega elettorale: consegnare per anni la propria quota di sovranità e poter intervenire soltanto alla scadenza successiva. I diritti restano vivi quando esistono forze sociali capaci di difenderli ogni giorno, nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle piazze. Le nostre istituzioni, legate braccia e mani alla politica le sembra funzionino? La scheda può essere uno strumento; per me possiede un’efficacia troppo debole e intermittente e significa giustificare un sistema che ci porta in guerra, che affama ¾ di mondo e ci riduce diritti ogni giorno. Sull’ultima frase siamo più vicini di quanto sembri. Un’idea isolata si spegne. Una pratica condivisa acquista forza. È precisamente lì che ho scelto di stare e ben distante dalle urne.
5 - Andreina, il voto di coscienza è molto più serio del voto utile, perché pone condizioni e accetta il rischio di restare senza casa elettorale. Il caso M5S, però, alimenta proprio la mia scelta: un 32% nato come rottura è diventato compatibilità prima con la Lega e poi con il PD. Tu continui a cercare qualcuno che pronunci parole nette, io non lo cerco affatto in un partito. I partiti, per loro natura, mentono e agiscono per interessi personali. Io temo il momento successivo, quando quelle parole entrano nelle istituzioni e vengono piegate alla ragion di governo. La coscienza dell’elettore finisce spesso per diventare il capitale iniziale del trasformismo. La distanza fra noi sta tutta lì, ed è una distanza politica, priva di giudizio morale.
6 - Isabella, ti capisco molto più di quanto possa sembrare. Anch’io, giovanissima, negli anni di Berlusconi, sentivo addosso quel dubbio e la vecchia nenia secondo cui l’astensione avrebbe consegnato il Paese al fascismo. Il PD ci marcia dal 1994. Il fascismo sociale e poliziesco, però, lo avevamo già incontrato. Genova 2001 appartiene alla memoria politica di una generazione; pochi mesi prima, a Napoli, la repressione era arrivata con “gli altri” al governo. Quella doppia esperienza mi insegnò presto che il colore dell’esecutivo può cambiare, mentre certe forme del potere sopravvivono benissimo. Alla fine, nella mia vita, ho votato soltanto ad alcuni referendum, perché lì la decisione restava immediatamente nelle mani dei cittadini. Nessun rappresentante chiamato a interpretarla per anni, nessuna cambiale in bianco. Capisco profondamente la “brava bambina” che descrivi. Per molto tempo ci hanno insegnato a vivere il voto come una prova di dignità civica, quasi un dovere perché erano morte molte persone per darci quel “diritto”. Il problema è che quel diritto è un paravento dietro al quale nascondersi e non fare altro. Il punto è: dove termina il dovere appreso e dove comincia la responsabilità scelta? Ormai è chiaro dove ci sta portando la “politica”. Confermare quel tipo di sistema, con tutti gli orrori che ha portato, con i suoi privilegi e ruberie? Perché?
7 - Nessuno propone milioni di persone radunate su un’altura. Una democrazia dal basso può articolarsi in assemblee territoriali collegate fra loro, con incarichi brevi e revocabili. Peraltro abbiamo la tecnologia per farlo facilmente. Atene aveva esclusioni gravissime. Proprio per questo rappresenta un precedente da studiare criticamente, anziché un modello da copiare. Il sorteggio contemporaneo, inoltre, potrebbe selezionare campioni socialmente rappresentativi e metterli nelle condizioni di ascoltare esperti, discutere e deliberare. L’idea che il cittadino medio sia troppo inetto contiene una tesi aristocratica dove la capacità politica apparterrebbe a una minoranza, ha presente che ministri abbiamo? L’esperienza dei parlamenti invita almeno a una certa prudenza su questa presunta superiorità. Che voto e impegno possano convivere è vero. Lei attribuisce alla scheda un’utilità tattica su un punto decisivo e agisce di conseguenza. Io considero il mandato elettorale troppo vasto rispetto agli strumenti di controllo disponibili dopo l’elezione. Quanto alla complessità, concordo sul problema e arrivo alla conclusione opposta. Una società complessa richiede competenze diffuse, poteri controllabili e decisioni distribuite. La competenza tecnica serve a trovare i mezzi; la scelta dei fini appartiene alla collettività. La collina per me può restare ad Atene. Il problema della separazione fra governanti e governati è ancora tutto davanti a noi.

%20-%20Copia.png)