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PALESTINA e CULTURE. Due film "Palestina 36" e "Naza": domande e risposte su come fare Cultura oggi

LE MALETESTE

15 set 2026

La cultura possiede esattamente la forza che è giusto abbia: non è un esercizio astratto, ma un’arma di verità capace di scalfire la narrazione ufficiale e di fare paura al potere (+Intervista) - IL MANIFESTO

Le minacce a "Naza"

Il ministro della cultura: via la cittadinanza ai due registi «traditori». E l’esercito ordina azioni legali. La sola identità ebraica e il colonialismo negano l’uguaglianza


di Widad Tamimi

15 settembre 2026 | IL MANIFESTO


Quando la denuncia di uno sterminio diventa il trionfo cinematografico di un’epoca, l’umanità è costretta a interrogarsi sulla vera natura della cultura contemporanea. Non è questo il tempo dell’arte per l’arte: il cinema si fa specchio inflessibile e megafono di una deriva collettiva. L’ovazione di venticinque minuti tributata a Venezia a Naza, il documentario che denuncia l’uso dell’intelligenza artificiale per selezionare i bersagli palestinesi da eliminare, costituisce la più cruda e urgente fotografia del nostro presente.


È l’incarnazione dell’immaginario che traspare dai racconti dei soldati intervistati: giovani seduti dietro una console come fosse un videogioco. Mira, spara. La versione moderna della battaglia navale dove prima si colpisce e poi, finalmente, si affonda l’avversario. Follemente divertente, dice l’intervistato. Solo che chi resta a terra è un essere umano in carne e ossa.


video-trailer "NAZA"



YUVAL ABRAHAM e RACHEL SZOR, i due giovani registi israeliani che lo hanno realizzato - Yuval Abraham, giornalista investigativo israeliano, e Rachel Szor, direttrice della fotografia, montatrice e regista israeliana, sono due dei quattro co-registi di No Other Land (2024) - sono pienamente coscienti della sfida del tempo e dello spazio che vivono. Il sistema difficilmente crollerà per una spinta proveniente esclusivamente dall’interno, né è possibile sperare in una svolta sostenuta solo nelle sale cinematografiche traboccanti di intellettuali raccolti nell’illusione di essere in tanti.


Serve, insieme alle concrete pressioni internazionali attraverso le sanzioni, una progressiva presa di coscienza interna. Ed è per questo che Abraham ha ribadito l’intenzione di fare tutto il possibile per distribuire il film in Israele, sfidando l’ondata di sdegno e le minacce della destra al governo.


L’esito della Mostra del Cinema di Venezia ha del resto riacceso in modo violento il dibattito politico nelle istituzioni israeliane. Il ministro della cultura Miki Zohar ha attaccato pubblicamente i due cineasti su X, definendo l’opera abietta e un vero e proprio atto di tradimento e minacciando di avviare le procedure per revocare loro la cittadinanza.


Sulla stessa linea si è mosso l’apparato militare: dopo il portavoce dell’esercito, il generale di brigata Effie Defrin, che aveva respinto le accuse del film, definendole false, distorte e slegate dalla realtà, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha minacciato di usare «qualsiasi mezzo a disposizione» contro il film e annunciato «misure legali» contro i due registi. Il primo ministro Netanyahu ha usato la stessa accusa: «antisemitimo dall’interno».


QUESTA FRENETICA reazione istituzionale, divisa tra la furia della censura politica e la contromossa difensiva dei vertici dell’esercito, dimostra quanto la cultura possieda esattamente la forza che è giusto abbia. Se i governi e i corpi armati perdono la calma, minacciano ritorsioni e pretendono di replicare punto per punto a un’opera d’arte, significa che il cinema non è un esercizio astratto, ma un’arma di verità capace di scalfire la narrazione ufficiale e di fare paura al potere.


Il caso di Naza e la reazione repressiva delle istituzioni rappresentano la punta dell’iceberg di una frattura morale e sociale ben più profonda che attraversa la società israeliana. A fotografarla nel dettaglio è il saggio Scegliere di andarsene: storie di israeliani emigrati dopo il 7 ottobre di Avi Shahaf (edito da Resling), che raccoglie le testimonianze di sedici cittadini colti, della classe media e con un passato militare alle spalle, i quali hanno maturato la decisione irreversibile di abbandonare il paese.

A differenza delle precedenti ondate migratorie legate a motivi economici, questo nuovo esodo nasce da una profonda sofferenza morale, dal senso di abbandono istituzionale e dall’impossibilità di riconoscersi nella deriva autoritaria e militarista. L’espressione storica yerida, usata in passato con disprezzo per indicare chi abbandonava la terra d’Israele, assume oggi il significato di una fuga dolorosa di fronte a un abisso etico. (...)





Annemarie Jacir, «Con "Palestina 36" restituisco le memorie delle nostre rivolte»

Intervista alla regista palestinese, il suo film adesso in sala, girato sfidando l’occupazione israeliana. Il colonialismo inglese, l’archivio, la censura d’Israele e la proiezione a Gaza


di Francesca Saturnino

15 settembre 2026 | IL MANIFESTO


Mercati coloratissimi, pieni di gente. Donne, anziani, bambini con gli occhi grandi su strade di edifici antichi dalle forme smussate. Volti, corpi, abitudini: una città della Palestina i primi del ’900. Distese di ulivi, campi di cotone, greggi, colline rigogliose. L’amata terra: sudata, curata, tramandata di generazione in generazione.


A questo scenario bucolico e incantevole si contrappongono scene violente di villaggi in fiamme, filo spinato, esecuzioni di massa, saccheggi ad opera dell’esercito inglese contro una popolazione inerme di contadini e pastori. I versi del poeta gazawi Saleem Al-Naffar (ucciso del 2023 durante un’incursione israeliana) che chiudono Palestina 36, della regista palestinese Annemarie Jacir sulla rivolta araba del 1936 contro il Mandato Britannico, sono un’epigrafe: «Dalla terra siamo cresciuti. Il nostro fiume ha generato fedi e lignaggi. Il nostro ritmo è sempre stato: morire in piedi. Nonostante i velivoli miserabili [o maledetti / i cieli infami] e tutto ciò che la vita lacera, noi restiamo. Anche se i cieli schiacciano la nostra terra, il nostro canto continua».




Il film ora nelle sale italiane – nel cast, tra gli altri, Saleh Bakri, Jeremy Irons – è un resoconto accurato, corale, potente di un momento cruciale e rimosso della Palestina e del colonialismo europeo. Le singole storie – ispirate a vicende e personaggi reali – s’intrecciano con la ribellione collettiva contro la brutalità dell’occupazione inglese, l’inizio degli insediamenti sionisti. Abbiamo sentito Annemarie Jacir dalla sua casa ad Haifa. A inizio ottobre sarà in Italia per accompagnarlo.



Perché ha scelto di concentrarsi sulla rivolta del 1936?

È la prima insurrezione di massa del popolo palestinese, mai narrata sullo schermo. Un momento pieno di cambiamenti. Dopo vent’anni di occupazione inglese in Palestina, si sentiva la pesantezza della guerra, del controllo: le persone si trovarono davanti alla necessità di decidere del proprio futuro. Se e come reagire. Si parla sempre della Nakba nel ‘48. Non parliamo mai di ciò che è accaduto prima.


Il racconto traccia un filo rosso tra il colonialismo europeo e il genocidio in corso.

È deprimente quanto poco sia cambiato. Viviamo ancora sotto una violenta occupazione. Gli inglesi nelle colonie perfezionavano tattiche di controllo della popolazione. L’episodio dell’autobus fatto saltare in aria nel film è basato sul massacro di Al-Bassa nel 1938, vicino a dove vivo. Con la Nakba nel ‘48 gli abitanti furono sottoposti a pulizia etnica, ma quest’episodio risale a dieci anni prima. Ho letto testimonianze, resoconti. Non fu solo Al-Bassa: filo spinato, punizioni collettive, villaggi distrutti ovunque. Nessuno ne ha mai parlato. Nessuno sembra ricordarsene. Ed è ciò che gli israeliani stanno facendo oggi. Hanno preso il modello britannico e lo stanno usando, moltiplicato su scala molto più grande.


Quanto è stato complicato portare a termine il progetto?

Non avevo mai realizzato nulla di questa portata, un’impresa folle. Tutta la troupe è palestinese, i produttori. Era la nostra sfida. Ci sono voluti otto anni per trovare i finanziamenti. Nella preparazione abbiamo affrontato posti di blocco, incursioni dei coloni, impossibilità di fare sopralluoghi. Abbiamo trovato uno dei pochi villaggi ancora in piedi, iniziato a restaurarlo per riportarlo agli anni ’30. Abbiamo ricostruito terrazzamenti, coinvolto anziani contadini per piantare tabacco e cotone che oggi come palestinesi non possediamo più. Il primo giorno di riprese era programmato per il 14 ottobre 2023. Col 7 ottobre abbiamo perso tutto. Molte scene sono state girate in Giordania, ho insistito per tornare in Palestina per finire il film. Dobbiamo lottare per fare il nostro lavoro qui: come artisti dobbiamo insistere su questo. I dettagli sono importanti. L’aspetto delle pietre, i colori: sognavamo un film internazionale, ma era fondamentale fosse autentico prima di tutto per noi. Per tutta la vita ci dicono di cancellare la nostra gente, la nostra storia, la nostra identità. Quando provieni da una comunità a cui è stata rubata la memoria, ricordare diventa un atto di resistenza.


«Palestina 36» contiene molto materiale d’archivio. Come avete lavorato?

Gli inglesi filmavano le loro colonie per realizzare cinegiornali da trasmettere in patria. Quelle immagini mostrano edifici, case, la vita prima della distruzione della Palestina. Nel disastro finanziario del film, ho fatto due battaglie: tornare a girare in Palestina, colorare l’archivio. Se fosse rimasto in b/n, sarebbe stato come dire: ‘Ecco com’era, adesso torniamo alla storia’. L’archivio col colore prende vita. Diventa parte del mondo dei personaggi. Sai che è archivio per il formato, ma non ti porta fuori. Volevo che il pubblico rimanesse lì. Colorare le immagini ce le ha restituite, sono tornate a essere nostre.


Il film sta girando in mondo. È stato proiettato in Palestina?

Ho insistito che la prima fosse a Gaza, il 22 dicembre 2025. Abbiamo inviato soldi per procurare uno schermo, costruire un palco all’aperto. Abbiamo fatto una sessione Q&A da remoto. Ci sono volute quattro ore, la corrente andava e veniva. È stato indimenticabile. Abbiamo fatto molte altre proiezioni, fino a quella di Gerusalemme. Dopo una prima affollata con cast e troupe, il giorno successivo era prevista una replica. Poco dopo l’inizio del film, l’esercito israeliano è entrato in sala e ha bloccato tutto. Hanno trattenuto il proiezionista, messo un avviso all’ingresso: Palestina 36 non poteva essere proiettato per violazione di non so quale legge antiterrorismo, col divieto assoluto di proiettarlo in tutto il Paese. Ogni forma di espressione dei palestinesi è sempre stata controllata, ogni nostra forma d’espressione la considerano una minaccia.


Dopo un periodo negli Stati Uniti, ha deciso di tornare. Che significa fare cinema in Palestina?

Ormai vivo qui da circa 25 anni. Amo stare qui, nonostante tutto quello che sta succedendo. È il mio paese. È importante che teniamo i piedi radicati nella nostra terra. Molti palestinesi vivono sotto una dura occupazione. Io sono fortunata, ho libertà di movimento. Mentre stavamo girando qualcuno ha chiesto: come fate a continuare durante il genocidio? Tutti pensavamo a Gaza. Ma come artisti dobbiamo continuare perché possiamo. Finché possiamo.



foto di copertina: la regista palestinese ANNEMARIE JACIR

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