
LE MALETESTE
14 feb 2026
"Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non sono in grado di alzarsi in piedi e dire che è in corso un genocidio del popolo palestinese sappiano che la storia li giudicherà. Sono scioccata e disgustata" - CRISTINA PICCINO
Arundhati Roy: «Sono disgustata dalla posizione su Gaza, non vado a Berlino»
Berlinale 76. La scrittrice doveva presentare al festival il film "In Which Annie Gives It Those Ones", di cui ha scritto la sceneggiatura. La scelta dopo la strategia di "evitamento" del presidente di giuria Wim Wenders
di Cristina Piccino
BERLINO
«Questa mattina, come milioni di persone in tutto il mondo ho ascoltato le dichiarazioni inaccettabili dei membri della giuria del Festival del cinema di Berlino quando è stato chiesto loro di commentare il genocidio a Gaza. Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si sta consumando sotto i nostri occhi in tempo reale, mentre artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo. Lo dico chiaramente: ciò che è successo a Gaza, e che continua a succedere, è il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele sostenuto e finanziato dai governi degli Stati Uniti e della Germania, così come da diversi altri paesi europei, che si rendono complici del crimine. Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non sono in grado di alzarsi in piedi e dirlo, sappiano che la storia li giudicherà. Sono scioccata e disgustata. Con profondo rammarico, devo dire che non parteciperò alla Berlinale».
Sono le parole di Arundhati Roy, rese pubbliche ieri in un lungo comunicato.
L’AUTRICE di Il Dio delle piccole cose doveva essere al festival per presentare In Which Annie Gives It Those Ones (1989), uno dei film di cui ha scritto la sceneggiatura, proposto nella retrospettiva sugli anni Novanta. Ma appunto non ci sarà, come del resto molte artiste e artisti che hanno smesso in questi ultimi anni di frequentare la Berlinale e di presentarvi i propri film proprio in ragione del silenzio su Gaza, comune a altre istituzioni culturali tedesche, che non prendono la parola su questo o sul fatto che il governo della Germania continua a garantire un pieno supporto militare a Israele.
Il tema come sappiamo alla Berlinale è un tabù o al massimo si sussurra «a voce bassa» per citare il titolo del bel film di Leyla Bouzid passato ieri in concorso. Non c’è una «censura» dichiarata eppure di Gaza non si discute mai, né in un talk o altro, e chi sta qui coi propri lavori sembra a disagio a affrontare il soggetto.
Dopo la «tempesta» scatenata due anni fa durante la premiazione di No Other Land, quando artiste e artisti sul palco avevano preso la parola per la Palestina, l’infuriato governo tedesco – massimo finanziatore della manifestazione – aveva promesso un controllo minuzioso sulle future scelte, compresa quella delle giurie. E l’attuale direttrice, Tricia Tuttle, appena insediata si è subito allineata allo scopo: evitare ogni polemica. La giuria di quest’anno, presieduta da Wim Wenders, che forse non sta più nel Cielo sopra Berlino ma sulla terra con le sue convinzioni, risulta perfettamente sintonizzata a queste direttive, del resto di cosa stupirsi? Anche alla scorsa Mostra di Venezia, il presidente della giuria Alexander Payne aveva evitato la domanda preferendo trincerarsi dietro un laconico: «Non sono così informato».
È strano comunque che Wenders, il quale poco prima aveva rivendicato il potere dei film di «cambiare il mondo», appena si è menzionata Gaza ha cambiato di rotta. È anche certo che la natura «politica» di un film non sta nel diventare un proclama, sappiamo che ci sono forme più sfumate e di maggiore incisività, e un regista come lui ne è senz’altro ben consapevole.
DIVERSO PERÒ è simbolicamente denunciare il genocidio palestinese specie se si è in un ruolo come il suo, e come quello degli altri con lui lì sul palco, specialmente oggi che sta tornando nel silenzio ma che continua, lì come in Cisgiordania, nel progetto di cancellare un intero popolo.
Dirlo è importante, le parole di chi è conosciuto nel mondo sono preziose.
Perché silenziare questo, accettando quell’equazione dietro la quale i governi, tedesco e altri, si sono trincerati per reprimere, ovvero critica al governo israeliano uguale antisemitismo, è l’ipocrisia di un potere che non vuole alcun dissenso. E che, un luogo di cultura come è la Berlinale, che rivendica la propria cifra politica e di legame col tempo presente e con le sue domande, seppellisca la Palestina con una censura gentile, è molto grave. E rende le buone intenzioni molto poco credibili.
Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/arundhati-roy-sono-disgustata-dalla-posizione-su-gaza-non-vado-a-berlino) - 14 febbraio 2026
Appendice: alcuni titoli della stampa italiana
“Dobbiamo stare fuori dalla politica” ha detto Wim Wenders, presidente di giuria del festival più politico di tutti. E così la scrittrice Arundhati Roy ha annullato la sua partecipazione (“Disgustata e scioccata”).
(Cinematografo)
La scrittrice rinuncia a partecipare alla rassegna in polemica con la scelta di non parlare temi politici fatta dal presidente della giuria.
(la Repubblica)

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