
LE MALETESTE
2 apr 2026
Mentre la società israeliana sta subendo tagli e restrizioni sociali, la maggioranza governativa, nel silenzio dell'opposizione, riscrive le spese militari e chiede unità nazionale sulla sua politica di sopravvivenza - WIDAD TAMIMI
Il fronte infinito salva Tel Aviv e condanna Israele
La guerra grande. Il budget da record per la difesa e la polizia privata di Ben Gvir passa per i tagli al welfare e ai servizi. Per ricompattare un Israele così frammentato serve un argomento solo: annientare l’altro per unire i propri. Per farlo si alimenta lo stato di emergenza perenne
di Widad Tamimi*
Edizione 02/04/2026 | IL MANIFESTO
Esiste forse un solo terreno su cui Israele appare oggi ancora graniticamente unito: la guerra totale a Gaza. È un consenso bellico che mostra ben poche crepe, nonostante le piazze di tutto il mondo continuino a invocare giustizia e pace al fianco del popolo palestinese. Eppure, al di là del fronte, la società israeliana resta lacerata.
A pochi mesi dalle elezioni, riemergono le fratture precedenti al 7 ottobre, figlie di una gestione politica che molti osservatori – a partire dalle colonne di Haaretz – non esitano a definire una vera e propria operazione criminale ai danni dei cittadini.
In questo contesto la manovra economica 2026, approvata in una seduta notturna alla Knesset, ha agito da detonatore: non un semplice documento contabile, ma un brutale atto di sopravvivenza politica per Benjamin Netanyahu. I quotidiani economici e le fonti istituzionali, come il Jerusalem Post e il portale ufficiale della Knesset, sottolineano come si tratti del bilancio più alto della storia dello Stato: 850,6 miliardi di shekel, pari a circa 234 miliardi di euro.
Mentre il paese è sotto pressione militare, la coalizione di governo ha dirottato 800 milioni di shekel verso le scuole ultraortodosse, sottraendo risorse vitali alla collettività per finanziare istituti che rifiutano le materie di base e incoraggiano l’evasione dal servizio militare. Per un popolo nato e cresciuto con la divisa incollata alla pelle, nulla potrebbe essere più intollerabile del vedere i fondi della difesa sacrificati per foraggiare chi quella divisa rifiuta di indossarla.
QUESTO SPOSTAMENTO di denaro pubblico avviene in un momento paradossale. Il budget per la difesa è salito alla cifra record di 143 miliardi di shekel (39,4 miliardi di euro) per sostenere l’operazione Ruggito del Leone contro l’Iran e i suoi alleati.
Eppure, nonostante cifre iperboliche, i vertici militari invocano da settimane l’arruolamento di altri 15mila soldati per evitare il collasso operativo dei reparti. Per coprire i costi di questa macchina bellica e le pretese dei partiti religiosi, il governo ha confermato tagli lineari del 3% a quasi tutti i ministeri: dalla sanità al welfare ai trasporti, drenando linfa vitale dai servizi civili.
Se la stampa filo-governativa come Israel Hayom celebra il bilancio come un atto di responsabilità necessario a evitare lo scioglimento della Knesset, i media di centro e di sinistra denunciano il «furto del secolo». La manovra è passata non solo grazie alla spregiudicata ingegneria finanziaria del ministro Smotrich, ma anche attraverso un’astuzia parlamentare che ha colto l’opposizione impreparata, scatenando lo scherno dei ministri Levin ed Elkin verso avversari accusati di non aver saputo leggere tra le righe di emendamenti inseriti all’ultimo minuto.
A proteggere questo sistema di potere non è più solo la maggioranza parlamentare, ma un apparato di sicurezza che sembra aver cambiato manto: il capo della polizia Danny Levy è oggi accusato di essere diventato il braccio esecutivo del ministro Itamar Ben Gvir. La repressione violenta delle manifestazioni a Tel Aviv e la tolleranza verso le illegalità dei coloni in Cisgiordania delineano il volto di una forza dell’ordine trasformata in asset elettorale, una polizia politica pronta a soffocare il dissenso interno.
A completare il quadro di deriva autoritaria è arrivato, proprio in questi giorni, il via libera definitivo alla legge sulla pena di morte per i «terroristi» – solo se palestinesi. Approvata con 62 voti favorevoli, la norma è stata celebrata da Ben Gvir stappando spumante in aula, mentre Amnesty International e l’Onu denunciano un «crimine di guerra» istituzionalizzato che, prevedendo l’esecuzione per impiccagione entro 90 giorni dei palestinesi accusati di terrorismo, spinge Israele fuori dal consesso delle democrazie occidentali.
MENTRE IL JERUSALEM POST prova a mantenere una linea istituzionale sottolineando l’entità record dei fondi destinati alla difesa, tra i riservisti e la classe media serpeggia un profondo senso di tradimento. Il messaggio del governo è cinico: a chi paga le tasse e combatte al fronte si chiedono tagli alla sanità e all’istruzione, mentre il frutto del loro lavoro viene usato per comprare la lealtà dei partiti religiosi necessari alla permanenza al potere di Netanyahu. Israele si ritrova così in una morsa soffocante, unita nel pugno di ferro verso l’esterno ma depredata al suo interno da una coalizione che ha barattato il futuro del paese con la propria autoconservazione.
Per ricompattare un Israele così frammentato serve un argomento solo, l’unico capace di far tremare quei pochi, disperati cittadini israeliani che insieme ad altri esausti palestinesi ancora invocano la pace tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo: annientare l’altro per unire i propri. In vista delle elezioni, la strategia appare chiara: alimentare lo stato di emergenza perenne.
Servirà una nuova Gaza, nuovi bombardamenti a raffica e la decimazione della popolazione palestinese per serrare di nuovo ranghi della cittadinanza. Perché per questa destra la sopravvivenza dell’esecutivo passa inevitabilmente per il prolungamento dell’orrore, trasformando il sangue del fronte nell’unica colla capace di tenere insieme un paese altrimenti pronto a esplodere contro la maggior parte della propria rappresentanza.
*Widad Tamimi è giornalista e scrittrice.
Figlia di un profugo palestinese fuggito dall'occupazione israeliana
del 1967 e di una donna di origini ebree, è cresciuta a Milano,
ha studiato Diritto internazionale a Londra
e ha lavorato nei campi profughi.

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