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ITALIA / MILITARIZZAZIONE. Perché così tanti suicidi tra le forze in divisa

LE MALETESTE

26 lug 2026

Il fenomeno silenzioso e non riconosciuto dei suicidi dei militari ci mostra un lato poco noto che conferma come le sirene che invitano all’arruolamento siano ingannevoli maschere di una realtà ben più dura, che cancella l’umanità delle persone - OSSNOMIL e STEFANO BERTOLDI

Suicidi in Divisa. Un fenomeno silenzioso e non riconosciuto

di OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE NELLE SCUOLE E NELLE UNIVERSITA'

18 LUGLIO 2026


Il suicidio avvenuto il 17 luglio a Bari di un carabiniere di 46 anni che si è tolto la vita in caserma ci ha spinti a gettare uno sguardo sul fenomeno dei suicidi tra i militari, a cui i media danno poco risalto, ma che sembra essere, come ha dichiarato Cleto Iafrate, fondatore dell’Osservatorio Suicidi in Divisa, un problema “strutturale” nel mondo militare.

Come docenti poco conosciamo quel mondo dall’interno, ne abbiamo piuttosto sperimentato dall’esterno la postura nelle piazze, e proprio in questi giorni ne abbiamo rivisto la capacità di violenza nei video e nei film proiettati in occasione delle iniziative in memoria di Genova 2001.

Molto significativi sono stati perciò gli interventi in diversi nostri convegni del sociologo Charlie Barnao, che ha sperimentato in prima persona come la socializzazione dei militari avvenga secondo tecniche desunte dai manuali di tortura della CIA, educando così all’insensibilità per il dolore proprio e altrui (si veda Charlie Barnao, Il soldato (im)perfetto. Addestramento militare, polizia e tortura).

Tradizionalmente è dato per scontato che la caserma sia un luogo di soprusi, di “gavettoni” e punizioni, che il “linguaggio da caserma” sia rude, aggressivo e volgare (e lo conferma anche l’I.A.). L’effettiva realtà quotidiana della vita in caserma, però, possiamo solo immaginarla, perché, da quando il servizio di leva obbligatorio è stato sospeso, l’esercito è diventato un corpo separato dalla società.

Ci riferiamo perciò a Cleto Iafrate, secondo il quale la vita in caserma obbedisce a una “specificità militare” che consiste nella assoluta arbitrarietà delle decisioni e delle sanzioni da parte dei comandanti sui sottoposti e sulla loro vita, un trattamento che può minare la psiche e condurre a gesti estremi.

Dato che, come ben sappiamo, nelle scuole le Carriere in Divisa sono presentate alla componente studentesca come allettanti opportunità di lavoro e di realizzazione personale, riportiamo le parole di Iafrate, che descrive così il mondo che attende chi si arruola: «Sulla testa del militare pende costantemente una spada di Damocle: la sconfinata discrezionalità dell’amministrazione militare». Anche la famiglia del dipendente è militarizzata: «La “moglie del Maresciallo Rocca” che aspetta seduta sulle valigie il marito trattenuto dal servizio non è solo un’immagine cinematografica. Le deroghe continue ed ingiustificate al principio di legalità garantite all’amministrazione militare mettono in luce una serie di contrasti tra il mondo militare e quello civile tra i quali il personale è sospeso, diviso e conteso. Contrasti che sono quotidiani e che possono essere molto forti, tali da minare alla base anche la psiche più solida».


Recentemente anche il Giornale definisce i Suicidi in Divisa come «un’emergenza cronica e sottotraccia», riferendosi particolarmente alle Forze dell’Ordine, per le quali esiste uno specifico Osservatorio Nazionale Suicidi Forze di Polizia (Onsfo – Cerchio Blu). Secondo questo osservatorio il tasso di suicidi nelle Forze dell’Ordine è circa doppio rispetto alla popolazione generale. Come si vede anche dalla cronologia che segue i suicidi colpiscono particolarmente tra i carabinieri.

Per lo più ignote sono le precise circostanze in cui i fatti sono accaduti, ma è noto che oltre l’80% si è sparato/a un colpo con la pistola d’ordinanza. Anche i sindacati mettono l’accento sul fatto che quello dei suicidi non è un fatto individuale, bensì collettivo, un fatto sociale, come direbbe Emile Durkheim, nei confronti del quale non si può stare in silenzio.


Il soldato non è un mestiere come un altro, lo abbiamo spesso ripetuto: il fenomeno silenzioso e non riconosciuto dei suicidi dei militari ce ne mostra un lato poco noto che conferma come le sirene che invitano all’arruolamento siano ingannevoli maschere di una realtà ben più dura, che cancella l’umanità delle persone. Non conosciamo le storie di coloro che si sono tolte/i la vita, rimangono perlopiù consegnate al silenzio e al dolore delle famiglie perché affrontarne le cause sociali significherebbe mettere in discussione un “sistema militare” che non può essere diverso, in quanto votato alla guerra esterna ed interna, cioè alla “violenza dell’uomo sull’uomo” che ne pervade la stessa struttura.


Riportiamo dall’Osservatorio Suicidi in Divisa i Suicidi in Divisa i casi segnalati nel 2026 (distinti per data, luogo, corpo o arma di appartenenza, sesso, grado, età e modalità) e i riepiloghi degli anni 2019-2025 (distinti per corpo o arma). Aggiornato al 17 luglio 2026:

1. 04 gennaio, Matera, Carabinieri, uomo, maresciallo, 49 anni, modalità ignote;

2. 09 gennaio, Valsusa (TO), Polizia di Stato, donna, Commissaria, 27 anni, «secondo le prime informazioni, per togliersi la vita avrebbe utilizzato la pistola d’ordinanza»;

3. 11 gennaio, Corsico (MI), Polizia Locale, uomo, agente, 40 anni, modalità ignote;

4. 24 gennaio, Cagnano Varano (FG), Carabinieri, uomo, carabiniere 25 anni, «colpo di pistola nella caserma in località Bagno, sulle sponde del lago»;

5. 31 gennaio, Lamezia Terme, Carabinieri, uomo, (seguiranno aggiornamenti);

6. 5 febbraio, Chivasso, Carabinieri, uomo, 45 anni, grado e modalità ignote;

7. 5 febbraio, Palau (SS), Guardia di finanza, uomo, ispettore, 34 anni, modalità ignote;

8. 16 febbraio, Padova, Polizia di Stato, uomo, vice sovrintendente, 50 anni, «posto fine alla propria vita, gettandosi da un ponte» (fonte: infodifesa);

9. 18 febbraio, Ravenna, Polizia locale, uomo, agente, 39 anni, «trovato morto, la scena del ritrovamento indirizza le indagini verso il gesto volontario»;

10. 28 febbraio, Roma, Polizia Locale, (grado, età e modalità ignote);

11. 21 febbraio, provincia di Benevento, Esercito, militare, 20 anni, «trovato senza vita nel garage della propria abitazione nella tarda serata di sabato 21 febbraio»;

12. 17 marzo, provincia di Mantova, Carabinieri, carabiniere scelto, uomo, 27 anni, colpo di pistola d’ordinanza nel suo alloggio in caserma;

13. 22 marzo, Milano, Polizia Locale, agente, uomo, 27 anni, modalità ignote;

14. 02 aprile, Napoli, Guardia giurata, agente, uomo, 45 anni, modalità ignote;

15. 02 febbraio (notizia appresa solo oggi), San Giovanni in Persiceto (BO), Polizia Locale, ispettore, uomo, 61 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

16. 15 aprile, provincia di Lecce, Esercito italiano, grado ignoto, donna, età ignota, impiccamento;

17. 16 aprile, Pisa, Aeronautica militare, VFP, uomo, età 19 – 22, modalità ignote;

18. 18 aprile, La Spezia, Carabinieri, carabiniere, uomo, 27 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

19. 23 aprile, Seveso (Monza), Carabinieri, brigadiere capo, uomo, 55 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

20. 01 maggio, Torino, Polizia penitenziaria, agente, uomo, 42 anni, modalità ignote;

21. 02 maggio, da fonte S.U.M. sembrerebbe che il gesto si sia verificato a Milano, all’interno del Consolato americano, Esercito, VFP4, uomo, 24 anni, modalità ignote;

22. 25 maggio, Comando provinciale di Chieti, Guardia di Finanza, uomo, grado, età e modalità ignote;

23. 29 maggio, Ospitaletto (BS), Polizia Locale, uomo, agente, 32 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

24. 20 maggio, Toscana, Carabinieri, uomo, età, grado e modalità ignote a questo Osservatorio (fonte: UNAC);

25. 2 giugno, Varazze (SV), Carabinieri, uomo, 49 anni, appuntato scelto, colpo di pistola d’ordinanza;

26. 2 giugno, Rho (MI), polizia locale, donna, agente, 29 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

27. 7 giugno, Firenze, Carabinieri, uomo, brigadiere capo, 54 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

28. 18 giugno, Catanzaro, Polizia di Stato, uomo, agente, 49 anni, sono in corso accertamenti;

29. 30 giugno, Cedegolo (BS), Carabinieri, uomo, maresciallo, comandante del Nucleo Carabinieri Forestali di Cedegolo, 59 anni, si è tolto la vita, lascia tre figli;

30. 01 luglio, Lucca, Polizia di Stato, uomo, agente, 28 anni, colpo di pistola d’ordinanza;

31. 17 luglio, Bari, Carabinieri, uomo, appuntato, 46 anni, «si è tolto la vita all’interno della caserma».


ANNO 2026

  • Nr. 12 Carabinieri, di cui 2 carabiniere-forestale;

  • Nr. 4 Polizia di Stato;

  • Nr. 7 Polizia Locale;

  • Nr. 2 Guardia di Finanza;

  • Nr. 1 Polizia penitenziaria;

  • Nr. 3 Esercito;

  • Nr. 1 Guardie giurate;

  • Nr. 1 Aeronautica.


ANNO 2025

Nel corso dell’anno 2025 sono stati segnalati a questo Osservatorio 44 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr. 4 Guardia di Finanza;

  • Nr. 7 Guardie Giurate (di cui uno da poco in pensione);

  • Nr. 9 Carabinieri (di cui una Carabiniera-forestale e uno da poco in pensione);

  • Nr. 12 Polizia di Stato (di cui un tentativo per impiccamento);

  • Nr. 2 Polizia Penitenziaria;

  • Nr. 4 Esercito;

  • Nr. 1 Aeronautica;

  • Nr. 2 Vigile del Fuoco;

  • Nr. 3 Polizia Locale.


ANNO 2024

Nel corso dell’anno 2024 sono stati segnalati a questo Osservatorio 50 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr. 6 Esercito;

  • Nr. 1 Marina Militare;

  • Nr. 3 Aeronautica;

  • Nr. 7 Polizia Penitenziaria;

  • Nr. 6 Carabiniere (di cui 1 ex forestale);

  • Nr. 7 Guardia di Finanza;

  • Nr. 5 Polizia Locale;

  • Nr. 4 Guardie Giurate;

  • Nr. 8 Polizia di Stato (di cui 1 da poco in pensione);

  • Nr. 3 Vigile del fuoco.


RIEPILOGO DEGLI EVENTI SUICIDARI SEGNALATI NELL’ANNO 2023Nel corso dell’anno 2023 sono stati segnalati a questo Osservatorio 39 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr. 2 Guardia di Finanza;

  • Nr. 8 Carabinieri (di cui nr. 2 Carabinieri forestali);

  • Nr. 2 Guardie Giurate;

  • Nr. 1 Aeronautica;

  • Nr. 16 Polizia di Stato;

  • Nr. 3 Esercito;

  • Nr. 3 Capitaneria di Porto (di cui due della Guardia Costiera);

  • Nr. 3 Polizia Locale;

  • Nr. 1 Polizia penitenziaria.


ANNO 2022

Nel corso dell’anno 2022 sono stati segnalati a questo Osservatorio 72 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr. 14 Carabinieri (di cui 5 carabinieri forestali);

  • Nr. 8 Guardia di Finanza;

  • Nr. 7 Esercito;

  • Nr. 5 Polizia Penitenziaria (1 tentativo di suicidio);

  • Nr. 21 Polizia di Stato, di cui uno da poco in pensione (3 tentativi di suicidio);

  • Nr. 6 Polizia Locale;

  • Nr. 6 Guardie Giurate;

  • Nr. 2 Vigili del fuoco;

  • Nr. 2 Aeronautica militare;

  • Nr. 1 Marina Militare.


ANNO 2021

Nel corso dell’anno 2021 sono stati segnalati 57 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr. 23 Carabinieri (di cui 3 Carabinieri-Forestali);

  • Nr. 6 Polizia Penitenziaria (nr. 1 tentativo di suicidio);

  • Nr. 7 Guardie Giurate;

  • Nr. 8 Polizia di Stato;

  • Nr. 6 Polizia Locale;

  • Nr. 5 Guardia di Finanza;

  • Nr. 2 Marina Militare.


ANNO 2020

Nel corso dell’anno 2020 sono stati segnalati 51 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr.6 Guardia di Finanza;

  • Nr. 15 Carabinieri;

  • Nr. 9 Polizia di Stato;

  • Nr. 5 Polizia locale;

  • Nr. 3 Marina Militare;

  • Nr. 1 Capitaneria di Porto;

  • Nr. 7 Polizia Penitenziaria;

  • Nr. 1 Aeronautica;

  • Nr. 1 Esercito;

  • Nr. 3 Guardia giurata.


ANNO 2019

Nel corso dell’anno 2019 sono stati segnalati 69 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza:

  • Nr. 19 Polizia di stato (di cui uno da poco in pensione);

  • Nr. 17 Carabinieri;

  • Nr. 11 Polizia penitenziaria;

  • Nr. 6 Guardia di finanza;

  • Nr. 5 Polizia locale;

  • Nr. 8 Forze armate;

  • Nr. 1 Vigile del fuoco;

  • Nr. 2 Guardia giurata.


Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università





Perché così tanti suicidi tra i carabinieri?

di Stefano Bertoldi

26 luglio 2026 | PRESSENZA


Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un recente intervento dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università sui suicidi in divisa, (https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/18/suicidi-in-divisa-un-fenomeno-silenzioso-e-non-riconosciuto/), ripreso anche da Pressenza ( Suicidi in divisa), provo a dare una risposta al quesito che abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta.


Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi. Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso verso un allievo dal cognome a dir poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta.


Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza. Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto l’allora tenente Sgroi.


Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine, prime fra tutte quelle di San Luca (RC) ma anche dell’offensiva dello Stato contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica. Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamato la “trattativa Stato-mafia”, a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e dell’economia italiana.



Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza Italia dell’epoca da destra a sinistra, e deciso a passare dalla teoria alla pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” nell’Arma, cioè come ausiliario ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista. L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu quindi un fatto che mi fece riflettere ma che si aggiunse a molte altre contraddizioni.


Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature” durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il solito strascico di polemiche sui mass-media.


Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite, ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’ come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il traffico”.


Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a bruciapelo ad un rapinatore. Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova.


Da una parte, si diceva di lasciare l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio, mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e numerati.


Nel mio caso, però, furono i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante. Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel suo complesso.


Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati.


Furono ad esempio decine i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso “quasi una normalità” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/).


Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici, rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di stupefacenti (https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344).In quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a 30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso.


Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle registrate nella Polizia penitenziaria, siano da ricollegare a queste profonde contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno, recandosi in caserma, leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma araldico dell’Arma.


Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte invalicabili, se non a distanza di anni, come fu nel caso di Stefano Cucchi per cui le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma (https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html):ci vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale come andarono effettivamente i fatti.


Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla propria pelle, ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi, si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di procedura. In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che sussistano lungo tutta la catena di comando militare.

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