
LE MALETESTE
24 ott 2026
Come amministratori locali e leader di partito stanno utilizzando festival e dj set per autopromuoversi. Silvia Salis a Genova accanto a Charlotte DeWitte, Gualtieri sul palco con Gabry Ponte - ANDREA LAI
di Andrea Lai
24 ottobre 2026 | IL MANIFESTO
Anton Jäger chiama iperpolitica la condizione in cui la politica è ovunque, emotiva e visuale, mentre sono diventati fragili i partiti e i sindacati; la iper-invocata partecipazione. La politica italiana contemporanea è fiction pervasiva, in onda ventiquattro ore su ventiquattro, in mille programmi TV tutti uguali, ma non muove le persone se non in istintivi quanto perfettamente inutili commenti social. Chi ricorda i comizi? Migliaia di persone in piedi, rivolte nella stessa direzione, per ore ad ascoltare qualcuno parlare. Riti del secolo scorso che la politica, boccheggiante di consensi da piazza, sembra aver trovato il modo di rimpiazzare, almeno come messa in scena.
A Genova, lo scorso aprile, più di ventimila persone hanno riempito piazza Matteotti per Charlotte de Witte. La sindaca Silvia Salis è salita in consolle e ha pubblicato la foto scattata accanto alla dj sui suoi profili. Il 2 ottobre il set di Novah al Porto Antico ha prodotto un’altra foto dello stesso tipo. La sindaca Silvia Salis è salita sul palco e ha dichiarato in una goffa sineddoche: «Anche la techno è cultura». A Roma per il concerto di Capodanno del 2025 al Circo Massimo con Gabry Ponte è stato il sindaco Roberto Gualtieri a invadere la consolle. Cambiano le città e i nomi dei dj, ma la foto è la stessa.
Il personaggio politico di turno sale le scalette del palco, si fa largo tra i tecnici, entra in consolle, si mette di fianco a chi suona e sorride. Non serve parlare. È sufficiente esserci. Il resto lo fa una macchina fotografica sistemata tatticamente. Tutta l’operazione, infatti, converge su uno scatto, il volto della figura politica iper-sorridente in consolle, incastonato fra migliaia di teste. Quelle teste sono lì per stare insieme, per la musica, probabilmente perché attirate dalla festa gratis in piazza nella quale al posto della cover band dei Pooh ora ci sono le superstar dj. Comunque sia, nell’economia delle immagini social la motivazione di una folla conta poco. Contano la sua densità e la sua fotogenicità. Il consenso, che un tempo si misurava nelle urne e in piazza, oggi si mette in scena con uno sfondo fatto di corpi, tanti.
UN’OCCASIONE
Una folla raccolta, orientata verso un punto è il tipico setting da festival di musica elettronica al cui centro c’è il dj con migliaia di corpi intorno. Quelle persone radunate davanti a una consolle, senza necessariamente ballare e soprattutto senza che nessuno debba convincerle di niente, devono essere sembrate un’occasione irresistibile per l’iperpolitica. Così, il dj set comunale, commerciale e instagrammabile, si sta diffondendo come uno dei più recenti ritrovati di autopromozione politica. Funziona come una sorta di Viagra della partecipazione popolare, in una versione della somato-politica pensata da Foucault nella quale i copri diventano sfondo della messa in scena per la messa in posa.
Ma perché il personaggio politico si mette proprio lì, accanto al dj? La consolle è uno strumento musicale e invaderla durante il set è come salire sulla pedana del batterista mentre sta suonando o infilarsi tra gli ottoni durante un concerto sinfonico. Come raggiungere il direttore d’orchestra sul podio e mettersi accanto a lui per un selfie mentre guida l’orchestra. Nessuno si sognerebbe di farlo, per il momento. Eppure, con il dj diventa normale. Perché il lungo processo di svilimento culturale della sua arte ha convinto l’Italia tardo rurale che in fondo quello che fa non è musica, ma far ballare la gente. Si scambia la funzione di una musica con il suo «valore». Allora la consolle è un mobile sul quale poggiare un gin tonic, una torta di compleanno o una fascia tricolore. Ma è anche l’ultimo pulpito frequentato rimasto in città e mentre la politica nega spazi e statuto ai dj e alla musica elettronica, li usa come calamita colonizzandone l’autorevolezza.
SENTIRE VS VEDERE
Il pubblico che frequenta i mega dj set dei festival ha da tempo smesso di andare a sentire e si è abituato ad andare a vedere. In un’equazione diabolica, all’aumentare della fama estetica dei dj corrisponde il diminuire del ballo delle persone davanti a lui. Ecco perché una piazza riunita sotto consolle risulta la simulazione più prossima dell’antico comizio. Le persone parlottano, ogni tanto battono le mani mentre scattano selfie, qualcuno alza un braccio. Il dj non canta e non parla. È muto e per una politica che non ha molto da dire è la figura perfetta da cannibalizzare. Così il personaggio politico ne prende in prestito l’autorevolezza silenziosa e la lascia lavorare come autoinvestitura, semplicemente entrando in consolle.
Nel Bronx del 1973 Kool Herc mette in fila due giradischi e intorno a quel gesto tecnico si raccoglie una comunità da cui prende forma l’hip hop, uno dei linguaggi più influenti del secolo. Alle feste di David Mancuso il Loft di New York è uno spazio d’incontro per persone nere, latinoamericane, gay, eterosessuali, ricche, povere e chi suona resta in disparte mentre la pista guarda se stessa. Poi Larry Levan al Paradise Garage, Frankie Knuckles al Warehouse di Chicago e poi Detroit e l’Europa dei rave. Durante i dj set, spacciatori, artiste, freak, avvocate, giovani scappati di casa, minoranze sessuali ed etniche o curiosi incoscienti partecipano a una società alternativa notturna, senza guardare il dj. Persone che ballano in pista rivolte le une verso le altre.
Nel 2026 il modello del mega festival di musica elettronica, dal quale cola la sistemazione del dj set di piazza, prevede invece un fronte verso cui guardare, un palco altare. Il potere ha bisogno di un fronte e ama gli altari. Ama e usa anche il giovanilismo della dj culture e anche quel certo residuo di polvere di peccato che ammanta il ballo, quella cosa che la notte fanno le ultime generazioni ormonate. Indigesto sia alla cultura cattolica che a quella progressista che dice sì al cantautore impegnato, ma no al dj rappresentante di un secolo di black culture e controcultura.
NONCURANZA
Nel dj set comunale la festa è famigliare. Trasgressione da domenica pomeriggio nella quale la mimica del piacere serve solo da sfondo per accogliere le comparse. Si spiega così anche la noncuranza artistica. Dance, elettronica, house, EDM diventano stili musicali, parole intercambiabili e tutta la musica dance finisce sotto la voce techno. Come dire che Bruce Springsteen suona heavy metal. Chi organizza non distingue perché non ha bisogno di farlo. È interessato solo al prodotto finale dell’evento che è un’immagine e la fotografia non ha sonoro. Culture nate perché alcune persone nella città ufficiale non trovavano posto vengono convocate dalla città ufficiale per certificare la propria apertura, la propria contemporaneità e capacità di darsi al piacere della festa.
Se negli anni Novanta i locali da ballo erano il demonio e le stragi del sabato sera erano servite insieme ai sofficini durante il telegiornale della sera, ora ballare in piazza è diventato cultura. Il primo atto del governo in carica è stato il decreto anti-rave, l’ultimo ritrovato dell’opposizione sono i dj set comunali in piazza. Il ballo antagonista che sfugge alla strumentalizzazione e alle statistiche economiche si vieta, quello organizzato per autopromozione a mezzo fotografico si promuove. Due facce della stessa iperpolitica, che della presenza delle persone ha contemporaneamente paura e bisogno. La cassa dritta è il sussidio di una politica senza mezzi. Propaganda elettorale senza elezioni. Il dj suona. Il personaggio politico invade la consolle e sorride in posa. La folla è alle sue spalle. Click.


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