top of page

MONDO /GUERRE / DIRITTI. Il mondo in conflitto: le donne al centro

LE MALETESTE

6 apr 2026

Se questa è davvero una guerra globale, non si deciderà solo sui campi di battaglia o nei mercati, ma se l'uguaglianza rimarrà un diritto o diventerà un privilegio - DIMITRA STAIKOU

di Dimitra Staikou

06.04.26- Pakistan - PRESSENZA IPA


Il 16 marzo 2026, a Rahim Yar Khan, in Pakistan, almeno otto donne hanno perso la vita e decine sono rimaste ferite a causa del crollo del tetto di un edificio, mentre si erano radunate per ricevere aiuti finanziari statali. Erano state costrette a salire sul tetto a causa del sovraffollamento, in un'operazione che, in teoria, avrebbe dovuto aiutarle. Questo incidente non è un semplice "incidente"; illustra in modo lampante la vulnerabilità delle donne anche all'interno di programmi pensati per la loro protezione. Solo poche settimane prima, all'inizio di febbraio 2026, nella provincia del Punjab (Pakistan), una giovane donna è stata uccisa dai membri della sua stessa famiglia in un altro "delitto d'onore", presumibilmente per essersi rifiutata di sposarsi con la forza. Il caso ha suscitato reazioni locali limitate, senza portare a un dibattito pubblico significativo o a un'accertamento delle responsabilità: uno schema fin troppo comune.


Nel gennaio 2026, un'analisi del quotidiano pakistano Dawn ha messo a nudo una realtà che raramente cambia: i tribunali del Paese continuano a interpretare erroneamente persino concetti fondamentali come il consenso, lasciando di fatto le vittime di stupro prive della protezione del sistema stesso che dovrebbe garantire la giustizia. In questo contesto, ogni nuovo episodio di violenza di genere non è una tragedia isolata, ma parte di un fallimento strutturale più profondo, in cui la giustizia rimane incerta e l'impunità è spesso la norma. Allo stesso tempo, la retorica ufficiale si muove in una direzione ben diversa. In un discorso in occasione della Giornata internazionale della donna del 2025, il Primo Ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha affermato che "l'emancipazione femminile non è più una scelta, ma una necessità per il progresso e la prosperità del Pakistan", sottolineando che si tratta di una "missione e di un impegno incrollabile" del governo. Eppure, questa narrazione di impegno istituzionale è in netto contrasto con la realtà vissuta dalle donne.


La condizione delle donne in Pakistan non è semplicemente un altro caso di disuguaglianza di genere; rappresenta uno degli esempi più lampanti di un fallimento sistemico da parte di uno Stato nel tutelare i diritti umani fondamentali. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, il Pakistan si colloca all'ultimo posto tra 148 Paesi, colmando solo il 56,7% del suo divario di genere complessivo e peggiorando ulteriormente la sua posizione rispetto agli anni precedenti. L'indice, che valuta l'uguaglianza in termini di partecipazione economica, istruzione, salute e potere politico, riflette una realtà in cui le donne sono sistematicamente escluse dal mercato del lavoro e dai processi decisionali. Secondo UN Women, le donne rappresentano solo circa il 22% della forza lavoro, mentre la loro rappresentanza politica si limita al 20,5% dei seggi parlamentari. Allo stesso tempo, una percentuale significativa di donne dichiara di aver subito violenza fisica o sessuale da parte del partner, e la reale portata del fenomeno è probabilmente molto più elevata a causa della sottostima dei casi. L'ultimo posto del Pakistan in classifica non è solo una statistica; È il riflesso di una società in cui la disuguaglianza non è l'eccezione, ma la regola.


I rapporti di Amnesty International (2024) e Human Rights Watch (2025) documentano costantemente lo stesso schema: scarsa applicazione della legislazione, impunità diffusa per la violenza di genere e pratiche sociali che continuano a legittimare l'oppressione delle donne. Amnesty osserva che le donne in Pakistan "continuano ad affrontare ostacoli significativi nell'accesso alla giustizia", ​​mentre Human Rights Watch sottolinea che la violenza di genere "rimane pervasiva, con le autorità che non riescono sistematicamente a proteggere le vittime e a ritenere i responsabili responsabili". Pratiche come i matrimoni forzati e i cosiddetti "delitti d'onore" persistono in un contesto di tolleranza istituzionale. Mentre la leadership politica cerca di proiettare un'immagine di modernizzazione e impegno internazionale, la realtà quotidiana delle donne rivela un profondo divario tra retorica e realtà. La mancata tutela dei diritti delle donne non è solo una questione morale; agisce come un freno allo sviluppo sostenibile, minando sia la coesione sociale che il progresso economico. Il problema, quindi, non è la mancanza di consapevolezza o di pressione internazionale, ma la mancanza di una reale volontà politica.


Allo stesso tempo, la situazione in Pakistan non è un caso isolato, ma si inserisce in una dinamica regionale più ampia e profondamente preoccupante. In Afghanistan, il regime talebano ha di fatto escluso le donne dall'istruzione e dalla vita pubblica, reintroducendo pratiche un tempo considerate superate. In Iran, le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini hanno rivelato la violenta imposizione del controllo sui corpi e sulle libertà delle donne. In questo contesto, il Pakistan non rappresenta un'eccezione, ma si inserisce in una tendenza più ampia in cui la resistenza all'uguaglianza di genere non solo persiste, ma, in alcuni casi, si intensifica.

L'indebolimento della condizione femminile in Pakistan non è un'anomalia interna, ma parte di un più ampio blocco di Stati in cui i diritti delle donne sono considerati negoziabili. Questo schema è evidente anche in Paesi con cui il Pakistan intrattiene stretti legami, come la Cina e la Turchia, contesti in cui il controllo dell'autonomia femminile è sempre più normalizzato anziché essere considerato un'eccezione.


In Cina, le accuse riguardanti il ​​trattamento delle donne uigure nello Xinjiang hanno rivelato una dimensione particolarmente inquietante dell'oppressione di genere. Rapporti di organizzazioni internazionali e testimonianze di sopravvissute descrivono sterilizzazioni forzate, inserimenti obbligatori di dispositivi intrauterini e monitoraggio sistematico della vita riproduttiva: pratiche che si configurano come una politica organizzata di controllo demografico. Allo stesso tempo, nel 2025 e nel 2026, sono emerse nuove testimonianze che confermano questo schema, mentre gli episodi di violenza di genere all'interno del Paese spesso scompaiono dal dibattito pubblico a causa della rigida censura statale.


In Turchia, l'erosione dei diritti delle donne va oltre le decisioni istituzionali e si riflette sempre più nella vita quotidiana. Nel 2025, organizzazioni come la "Piattaforma contro il femminicidio" hanno registrato centinaia di femminicidi, molti dei quali erano già stati denunciati alle autorità senza che venisse fornita un'effettiva protezione. Nel 2026, controverse sentenze giudiziarie hanno suscitato critiche pubbliche, poiché gli autori di violenza contro le donne hanno ottenuto riduzioni di pena invocando il cosiddetto "comportamento provocatorio" delle vittime, reintroducendo stereotipi dannosi all'interno dello stesso sistema giudiziario.


Se ciò che sta accadendo oggi assomiglia a una forma di conflitto globale, sarebbe un errore considerarlo unicamente come una lotta tra Stati, interessi o mercati. Dalle tensioni in Medio Oriente che coinvolgono Iran, Israele e Stati Uniti, alle più profonde divisioni ideologiche che plasmano il mondo, ciò che emerge è qualcosa di più fondamentale: un conflitto sul significato di progresso e su quali diritti valga la pena difendere.


All'interno di questa divisione – spesso inquadrata come uno scontro tra Occidente e Oriente – la posizione delle donne rivela la verità che si cela dietro le narrazioni contrastanti del potere.

In Oriente, l'oppressione viene imposta attraverso la distorsione e la strumentalizzazione del Corano, trasformando la religione da spazio di fede in strumento di controllo sulle donne.

In Occidente, invece, la rinascita di modelli conservatori – anche attraverso movimenti come le cosiddette "tradwives" – reintroduce, in nuove forme, gerarchie un tempo ritenute obsolete. L'erosione dell'uguaglianza, pertanto, non è circoscritta geograficamente; è globale.


Forse questo è l'aspetto più pericoloso del nostro tempo: in mezzo a una più ampia crisi di valori, si sta perdendo l'essenza. La vera questione non è quale schieramento prevarrà a livello geopolitico, ma se il mondo che si sta plasmando migliorerà realmente le condizioni di vita degli esseri umani, e in particolare quelle delle donne, che restano al centro di questo conflitto. Se questa è davvero una guerra globale, non si deciderà solo sui campi di battaglia o nei mercati, ma se l'uguaglianza rimarrà un diritto o diventerà un privilegio.



Traduzione dall'inglese a cura de LE MALETESTE


Informazioni sull'autore:

Dimitra Staikou è un'avvocata, giornalista e scrittrice greca con una vasta esperienza in Asia meridionale, Cina e Medio Oriente. Le sue analisi su geopolitica, commercio internazionale e diritti umani sono state pubblicate su importanti testate, tra cui Modern Diplomacy, HuffPost Grecia, Skai.gr, Eurasia Review e il Daily Express (Regno Unito). Parlando fluentemente inglese, greco e spagnolo, Dimitra unisce la competenza giuridica al giornalismo d'inchiesta sul campo e a una narrazione creativa, offrendo una prospettiva sfaccettata sugli affari globali.

© 2026 le maleteste

  • le maleteste 2023-2025
  • le maleteste 2018-2022
  • Neue Fabrik
  • Youtube
bottom of page