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SARDEGNA, terra di conquista. INCHIESTA

LE MALETESTE

7 set 2026

Tra resort di lusso in aree protette, migliaia di ettari di territorio devastati dalle esercitazioni militari e la corsa alle rinnovabili, l’isola si ritrova assediata su tre fronti. Nonostante le mire speculative, i comitati non arretrano - SALVATORE TOSCANO (L'INDIPENDENTE)

di Salvatore Toscano

settembre 2026 | L'INDIPENDENTE

 

È solo quando percorro la strada statale 125 in direzione Olbia che comprendo l’amore dei sardi verso la propria terra. Una terra ribelle e selvaggia, contaminata solo dalle mani sporche di chi negli anni l’ha sfruttata. Ai lati della carreggiata si espande fiera la macchia mediterranea, tra oleandri, ginepri e ulivi. Sventolano alti i quattro mori. Lo fanno anche a Cala Finanza, nel presidio organizzato da associazioni e movimenti in difesa di una delle aree più incontaminate della Sardegna, affacciata sull’isola di Tavolara.

 


La speculazione turistica passa per la ZES

Qui, il 1° luglio, centinaia di persone sono accorse per protestare contro il maxi resort di lusso di Tavolara Bay. Il governo Meloni aveva autorizzato una prima parte del progetto scavalcando i pareri negativi degli enti preposti e appellandosi alle previsioni della Zona Economica Speciale (ZES), uno strumento che introduce regole eccezionali (come sgravi fiscali e burocrazia semplificata) su un territorio per rilanciarne la produzione. L’autorizzazione unica rilasciata dalla struttura ZES – che fa capo a Palazzo Chigi – accorpa tutti i permessi che il diritto ordinario prevede in materia di pianificazione urbana. Ciò che denunciano giuristi e cittadini è l’imposizione di decisioni calate dall’alto che esautorano il territorio, destinato così a subirne soltanto gli effetti.


Fu il governo Gentiloni a introdurre nel 2017 le prime ZES, relative a otto aree industriali del Mezzogiorno. Sette anni dopo, il governo Meloni le ha ampliate notevolmente, accorpando gli interi territori di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna nella Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. Nel 2025 c’è stata l’aggiunta di Marche e Umbria. L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è quello di arrivare a una ZES nazionale, valida cioè su tutto il territorio italiano.


I cittadini, a Cala Finanza e non solo, annunciano battaglia. Per quanto riguarda Tavolara Bay, di fronte alla mobilitazione popolare del 1° luglio, il governo ha deciso di ritirare l’autorizzazione unica. A febbraio dell’anno prossimo il TAR della Sardegna si esprimerà comunque sulla legittimità dell’atto che, avvalendosi di una norma pensata per semplificare gli investimenti nel Sud, cerca di aggirare i vincoli paesaggistici di una Regione a statuto speciale. La sentenza è particolarmente attesa da cittadini, associazioni e imprenditori, perché potrebbe dare il via a un effetto domino speculativo in tutto il Paese, a favore di maxi resort di lusso. Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), sottolinea a L’Indipendente che «la normativa non era nata per sostenere questi tipi di insediamenti. Se il TAR dovesse giudicare legittimo il via libera al resort di Cala Finanza non è difficile pensare che molti seguiranno questo esempio, in Sardegna e non solo».

 

Si parte da un edificio preesistente e lo si trasforma in chiave turistica, come nel caso dell’ex villa Joy a Cala Finanza, intorno alla quale la Tavolara Bay vorrebbe costruire il suo villaggio di lusso da 120 ettari, con hotel a 5 stelle, decine di ville, ristoranti e impianti sportivi. Alcune delle situazioni a rischio monitorate dal GrIG in Sardegna sono il complesso di Tuerredda sulla costa di Teulada, la Cala dei Rosmarini a Stintino o l’area di Su Sorboni, nell’Ogliastra. Ma l’elenco è lungo. E la speculazione edilizia è la famosa goccia che rischia di far traboccare un vaso colmo di esasperazione, legata all’assedio che la Sardegna vive da decenni. Lo sottolineano anche i cittadini riuniti di fronte all’isola di Tavolara. L’associazione Surra, nata lo scorso anno per perseguire l’autodeterminazione dell’isola, ha fornito le coordinate ideologiche della mobilitazione, che «vuole ricordare al mondo intero che la Sardegna dice basta alla servitù energetica, militare, industriale e turistica, nonché alla marginalizzazione economica che non le permette di rialzarsi».

 


Tra poligoni, esercitazioni e soldati israeliani

Per tutta l’estate sono stati organizzati presidi e mobilitazioni contro l’accoglienza riservata ai soldati israeliani, venuti a svernare in Sardegna dopo i crimini commessi in Palestina, Libano, Siria o Iran. Quest’anno Tel Aviv è stata collegata a Cagliari e ad Alghero da tre voli settimanali. Il primo è atterrato in Sardegna il 28 maggio scorso, attirando le critiche di residenti e comitati. «I cittadini israeliani sono per legge anche soldati, tutti sono obbligati a servire nell’esercito, tutti (a parte i rarissimi obiettori di coscienza) hanno partecipato in ogni modo all’occupazione, alla pulizia etnica, al genocidio», ha dichiarato il gruppo Alghero per Gaza. Ai presidi pacifici lo Stato italiano ha risposto con la militarizzazione, schierando ingenti dispositivi di sicurezza a difesa degli ospiti. Sempre il 28 maggio, presso l’aeroporto Elmas di Cagliari, le forze dell’ordine hanno presidiato gli ingressi, schierando persino il reparto cinofilo e gli artificieri.


Lo sfruttamento militare dell’isola non si esaurisce con i recenti voli provenienti da Tel Aviv, inserendosi piuttosto in un fenomeno nazionale dal più ampio respiro. Il 65% del demanio militare italiano – comprendente ad esempio aeroporti, caserme, poligoni di tiro e depositi di munizioni – si trova infatti in Sardegna.

La superficie occupata ammonta a 237,65 chilometri quadrati di territorio, cui si aggiungono tutte le aree confinanti, pari a 136,07 chilometri quadrati, che danno vita alla cosiddetta servitù militare. Si tratta di un istituto giuridico che limita la proprietà privata, impedendo ad esempio la costruzione di edifici per scopi di difesa nazionale. Tra demanio e servitù militare, la Sardegna mette a disposizione dello Stato italiano 373,72 km2, una superficie più grande dell’intero territorio di Malta.

 

A marzo, il Centro Studi Agricoli ha denunciato un aumento anomalo delle esercitazioni militari aeree riconducibili ad attività NATO, con un’impennata del 70% nel giro di pochi giorni. Dal 15 giugno al 5 luglio scorso, il Comando Subacquei e Incursori Teseo Tesei (COMSUBIN) della Marina Militare si è esercitato tra l’Arcipelago della Maddalena e la Costa Smeralda. Così, l’accesso in uno dei tratti più frequentati della Sardegna è stato interdetto a persone e natanti, nel pieno della stagione turistica. Come se non bastasse, il Comitato Misto Paritetico per le servitù militari (COMIPA) della Sardegna ha lamentato l’assenza di preavviso e informazioni, sottolineando come i residenti si siano svegliati direttamente con l’ennesima esercitazione militare in casa. Poche settimane prima, ad aprile, il COMIPA aveva registrato un’importante vittoria politica, ottenendo il ritiro della proposta di legge a firma dell’onorevole Paola Maria Chiesa (FdI) che – come fa notare la rete antimilitarista A Foras – «avrebbe decretato la supremazia ed esclusività della potestà statale circa l’utilizzo e la tutela dei territori sede di attività militari, oltre che l’equiparazione degli stessi ai siti industriali dismessi (con soglie di inquinamento ben più alte)».

 

Più volte l’anno, la Sardegna si trasforma in un diffuso scenario bellico, tra esercitazioni militari nazionali e internazionali, come quelle in ambito NATO. Nell’ultimo decennio se ne contano decine. E dal bilancio vanno escluse le operazioni che quotidianamente si svolgono nei poligoni di Quirra, Capo Teulada e Capo Frasca – tra i più grandi d’Europa, costruiti nel pieno della guerra fredda. Il poligono di tiro di Capo Frasca occupa una superficie di circa 14 km2 della costa occidentale, nel comune di Arbas, cui si aggiunge un’ampia zona di mare limitrofa, interdetta alla navigazione e alla pesca. L’esproprio dei terreni ha costretto decine di famiglie a emigrare. Di fronte a incidenti, militarizzazione e rischi per la salute, l’effetto domino ha coinvolto anche i residenti dei comuni vicini. Discorso simile per Capo Teulada e Quirra, dove la devastazione ambientale data dal continuo passaggio di mezzi militari e dall’utilizzo di armi, missili compresi, è immortalata dalle immagini satellitari. Il poligono di Capo Teulada si estende nel sud della Sardegna per circa 7mila ettari e mezzo di terreno, lungo 20 chilometri di costa. Un’area, tra terra e mare, devastata da bombe inesplose, proiettili al fosforo bianco (vietati dal diritto internazionale) e munizioni all’uranio impoverito.




L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha rilevato concentrazioni di piombo e arsenico almeno 13 volte superiori ai livelli massimi previsti dalla legge. Nonostante la concentrazione di malattie e le tante morti premature, soprattutto tra i soldati impiegati nel poligono, non c’è ancora un vero e proprio riconoscimento dell’emergenza da parte dello Stato. Anzi, la servitù militare sarda gode di una continuità trasversale all’intero arco partitico. Appena insediatosi, il governo Meloni, attraverso il ministro della Difesa Guido Crosetto, ha fatto sapere che non ci sarebbe stata «nessuna riduzione della presenza militare in Sardegna». Al Salto di Quirra – con i suoi 13mila ettari di area interdetta – si erge dal 1957 il poligono missilistico sperimentale più grande d’Europa. Viene utilizzato soprattutto dalle aziende che producono armi (tra cui la RWM di Domusnovas), trasformando la Sardegna in un laboratorio bellico a cielo aperto. L’inquinamento causato dagli esperimenti militari ha portato alla formulazione di una vera e propria malattia: la Sindrome di Quirra, tra malformazioni negli animali che nascono nei dintorni e un alto numero di malattie registrate tra pastori, abitanti e militari. Negli anni è stata appurata la presenza di discariche illegali dove vengono stipati i rifiuti bellici, sia a terra sia in mare. Qui puntualmente si registrano incidenti, con bombe e razzi che finiscono dispersi.


Per un mese, dal 22 luglio al 20 agosto, Leonardo Spa è stata impegnata in «operazioni di ricerca e bonifica dei fondali dai residuati delle esercitazioni militari».

 


Tra colonialismo “green” e data center

Oltre alla speculazione turistico-immobiliare e alla costante militarizzazione del territorio, l’estate sarda vede un’intensa mobilitazione lungo un’ulteriore direttrice, che porta dritto alla proliferazione delle rinnovabili. Un tema particolarmente sentito, poiché comporta la sottrazione dei terreni agricoli e la deturpazione del territorio, arrivando persino a minacciare siti culturali e identitari.


Ciò che i movimenti sottolineano, ai presidi e ai cortei, è la non contrarietà agli impianti eolici o fotovoltaici in quanto tali, considerati comunque degli strumenti validi per il superamento del fossile. A essere contestata è la proliferazione selvaggia, propedeutica a un mercato sempre più in espansione, su cui la penisola ha messo gli occhi e che cittadini e associazioni sarde inquadrano come un sistema estrattivista e coloniale. Già oggi, infatti, parte dell’energia prodotta sull’isola viene esportata tramite dei cavidotti. A fronte di un fabbisogno energetico di circa 7,6 terawattora, l’isola ne produce 12,6, di cui quasi 4 provenienti da fonti rinnovabili. Il surplus – tra ampliamenti in corso, nuovi progetti approvati e altri (più di 600) in attesa – è destinato a diventare una voragine. Se tutte le richieste venissero accettate, la Sardegna arriverebbe a produrre 90 terawattora di energia rinnovabile.


Il 65% del demanio militare italiano – comprendente ad esempio aeroporti, caserme, poligoni di tiro e depositi di munizioni – si trova in Sardegna

Nel 2024, per provare ad arginare la proliferazione di eolico e fotovoltaico, la Regione Sardegna aveva approvato una legge che individuava le zone del territorio in cui sarebbe stato possibile (e quelle in cui non sarebbe stato possibile) realizzare impianti rinnovabili. Il governo Meloni ha prontamente impugnato la legge di fronte alla Corte Costituzionale. Con più sentenze – l’ultima il 10 giugno scorso – la Consulta ha bocciato la legge regionale, individuandola come «un ostacolo al conseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione e di massima diffusione delle fonti energetiche rinnovabili» e stabilendo che «la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un aprioristico divieto di installazione». Un intervento che ha acuito il malcontento popolare, già radicatosi nel terreno di una militarizzazione selvaggia e di mire speculative sempre più fameliche.


Prima delle rinnovabili c’è stato il carbone (si pensi alla devastazione del bacino estrattivo del Sulcis). Ora all’orizzonte, insieme a pale eoliche e pannelli solari, si stagliano anche i data center.


Proprio nel Sulcis è stato approvato il progetto di un primo maxi impianto. Si chiama Digital Vault Sulcis e porta la firma di Energy Vault Sulcis, controllata dal gruppo statunitense Energy Vault Holdings, quotato al NYSE. Sorgerebbe nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni, a Nuraxi Figus, nel comune di Gonnesa, con un investimento previsto di 1,49 miliardi di euro.


Il 4 agosto il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro Adolfo Urso, gli ha riconosciuto l’interesse strategico nazionale ai sensi del Decreto Asset.


Non è la prima volta che la Sardegna si oppone a un’infrastruttura giudicata strategica da Roma. Nel 2024 il presidio “la rivolta degli ulivi” aveva occupato per mesi un terreno a Selargius destinato all’esproprio per la stazione di conversione di Terna legata al Tyrrhenian Link, il cavo sottomarino per l’energia rinnovabile, prima di essere sgomberato il 20 novembre. Sul piano legislativo, i comitati puntano sulla Pratobello 24, la proposta di legge di iniziativa popolare depositata nell’ottobre 2024 con 210.729 firme per limitare l’installazione di nuovi impianti: il suo esame in Consiglio Regionale è iniziato solo il 4 marzo 2026, dopo 17 mesi di attesa, e non risulta ancora concluso con un voto. Intanto, di fronte alla chiusura di questo cerchio temporale particolarmente devoto all’estrattivismo, i comitati annunciano battaglia, pronti, ancora una volta, a difendere la propria terra.

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