LE MALETESTE
20 ott 2026
LAVINIA MARCHETTI traccia qualche linea d'interpretazione degli ultimi eventi di protesta in Italia
(...) è ridicolo demonizzare la violenza della guerriglia
mentre da anni si difende e si finanzia il diritto alla guerra
*20 ottobre 2026*
MONICA SCAFATI / attivista e ricercatrice indipendente
Sì, schierarsi contro la violenza è doveroso
di Lavinia Marchetti
18 ottobre 2026 | SUBSTACK
• contro la violenza dell’aspettare un anno per una visita
• contro il ricatto del lavoro che non permette una vita dignitosa
• contro il carovita
• contro il genocidio
• contro la possibilità di mandare i giovani in guerra
• contro la violenza di chi lavora otto ore al giorno e deve scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa
• contro la violenza degli sfratti, delle case vuote e delle persone costrette a dormire per strada
• contro la violenza degli stipendi da fame e dei contratti precari rinnovati per anni
• contro la violenza di chi muore sul lavoro per guadagnarsi da vivere
• contro la violenza di chi deve rinunciare alle cure perché economicamente inaccessibili
• contro la violenza delle pensioni insufficienti persino a pagare le bollette
• contro la violenza delle scuole che cadono a pezzi mentre aumentano le spese militari
• contro la violenza dei tagli all’assistenza delle persone anziane, malate e con disabilità
• contro la violenza dei bambini che crescono nella povertà e imparano troppo presto che esistono diritti riservati a chi può permetterseli
• contro la violenza delle donne costrette a scegliere tra l’indipendenza economica e la propria sicurezza
• contro la violenza dei braccianti sfruttati nei campi, pagati pochi euro per raccogliere ciò che finisce sulle nostre tavole
• contro la violenza dei lavoratori immigrati ricattati con il permesso di soggiorno
• contro la violenza delle persone lasciate morire nel Mediterraneo
• contro la violenza delle carceri sovraffollate e delle condizioni di detenzione incompatibili con la dignità umana
• contro la violenza di chi distrugge territori, avvelena l’aria e l’acqua e lascia alle generazioni successive il conto da pagare
• contro la violenza di un sistema fiscale che lascia convivere ricchezze smisurate e povertà estrema
• contro la violenza della speculazione immobiliare che trasforma il diritto alla casa in un privilegio
• contro la violenza delle liste d’attesa che trasformano il diritto alla salute in una questione di reddito
• contro la violenza di chi criminalizza il dissenso e pretende che la disperazione sociale si esprima soltanto nelle forme che il potere considera accettabili
• contro la violenza di chi considera sacrificabile la vita dei civili quando a ucciderli sono governi alleati
• contro la violenza di chi chiama inevitabili i sacrifici dei poveri e intoccabili i privilegi dei ricchi
• contro la violenza di un futuro in cui i giovani devono ereditare debiti, precarietà, crisi ambientali e persino la prospettiva di una guerra. (...)
Se non sai governare, allora comanda!
Un secolo di studi dice che reprimere non serve a nulla, ma l'ordine pubblico è la droga preferita di un potere che non sa più cosa inventarsi
20 ottobre 2026, 7.27 | SUBSTACK
Cinquecento soldati per le strade di Milano, senza che all’orizzonte si veda lo straccio di una rivoluzione, o almeno un’insurrezione d’altri tempi, tipo le Cinque Giornate di Milano. Accanto ai fucili arrivano nuovi poteri di polizia distribuiti ai militari, mentre si progetta di applicare il trattenimento preventivo persino ai minorenni. La sequenza è ormai una routine a cui siamo abituati da quattro anni.
Dopo il decreto Rave, il provvedimento Caivano, la stretta sulla sicurezza del 2025 e l’intervento dello scorso febbraio, l’esecutivo prova a mettere in piedi l’ennesimo dispositivo di contenimento incostituzionale. Viene da chiedersi quando questa coazione a ripetere, così ostinata e prevedibile, comincerà a essere letta per quello che mostra.
L’esibizione della forza è il risarcimento che un’impotenza politica radicale esige attraverso l’esercizio della coercizione. Il giochetto si smonterebbe facilmente se non avessimo una stampa prezzolata pronta a ricorrere a giochi illusionistici estremi per occultare ciò che accade. Quando uno Stato perde la capacità di incidere sulle cause materiali di una crisi, da lui stesso prodotta, sceglie di investire tutto sulla facoltà di punire. Nessuno deve mostrare il trucco; nessuno si può permettere di dire che il Re è nudo.
Accumulare divieti permette a chi governa di rassicurarsi sul proprio peso specifico. Il gioco regge finché i giornali evitano di fare l’unica domanda sensata: a cosa sono servite le repressioni precedenti? Le ricerche cliniche e sociali condotte nell’ultimo secolo e mezzo hanno dimostrato l’inutilità della sola risposta punitiva. I ministri però non leggono gli studi, preferiscono firmare decreti. I salotti buoni e i pochi che hanno qualcosa da perdere devono mantenere l’illusione che tutto sia sotto controllo. Non lo è. Puoi schierare l’intero esercito; i problemi che vengono denunciati in piazza resteranno e peggioreranno sempre di più. Anche per i soldati.
La reazione penale serve solo a coprire un vuoto di pensiero e a rimandare il momento in cui l’esecutivo dovrà ammettere il proprio fallimento strutturale. E poiché quel fallimento si riproduce da sé, visto che nessuno tocca le radici del problema, la dose va aumentata ogni volta. Nuovi contingenti e reati creati dal nulla diventano così una terapia medica rovesciata, nella quale il malato riceve una sanzione proprio perché i sintomi persistono.
Nel frattempo, le aree urbane subiscono una mutazione economica che espelle quote enormi di popolazione. I canoni d’affitto prosciugano i salari, la speculazione sui muri toglie spazio all’esistenza quotidiana e il lavoro, ridotto a pura sussistenza, non garantisce nemmeno la sopravvivenza di chi fatica otto ore al giorno. Compriamo il presente ipotecando i prossimi dieci anni. Per non parlare dei tagli ai servizi essenziali, mentre l’esercito (quello sì) di poveri continua a ingrossare le proprie fila.
Eppure, quando questa pressione sociale si trasforma in esasperazione, i ministeri si convincono di gestire un mero problema di ordine pubblico. La miseria viene tradotta direttamente in una questione di “ordine e decoro”. La ragione di questo slittamento è solo e soltanto politica.
Riconoscere la natura economica della rabbia costringerebbe a ridiscutere i rapporti di proprietà e i privilegi fiscali che questo governo ha deciso di blindare. Lo Stato penale (analizzato così bene da Loïc Wacquant) si manifesta così, in tutta la sua perfetta e spietata coerenza. Gestisce con i reparti mobili l’insicurezza sociale che lui stesso ha generato smantellando il welfare. Lo abbiamo già visto fare nei paesi più poveri del nostro. Ora tocca a noi.
(...) Il secondo comma dell’articolo 3 impone alla Repubblica l’obbligo di abbattere quegli ostacoli economici che limitano la libertà dei cittadini e lo sviluppo della persona. L’azione di un governo democratico si misura su questo terreno.
Dare ordini e reprimere sono attività che richiedono uno sforzo modesto e riescono benissimo anche alle dittature. Quei cinquecento soldati, se arriveranno, non c’entrano nulla con la “sicurezza”, ma rappresentano una spesa per congelare lo stato delle cose e la confessione esplicita di non saper produrre stabilità attraverso la giustizia sociale.


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