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ex-GKN Firenze. A settembre, dopo cinque anni di lotta, salpa il progetto di reindustrializzazione dal basso

ex-GKN Firenze. A settembre, dopo cinque anni di lotta, salpa il progetto di reindustrializzazione dal basso

LE MALETESTE

16 lug 2026

Gff propone un modello di “mutualismo conflittuale” e non parte come una qualsiasi cooperativa, bensì salpa, come una “flotilla” lanciata dentro l’economia di mercato - LORENZO GUADAGNUCCI + 2 COMUNICATI del Collettivo di Fabbrica

di Lorenzo Guadagnucci

13 Luglio 2026 | ALTRECONOMIA


Il Collettivo di fabbrica, i tecnici e gli esperti solidali, i soci finanziatori riuniti il 12 luglio a Campi Bisenzio (Firenze), hanno deciso di fare da sé, rompendo gli indugi e scartando di lato per uscire dalla palude della lunga -ormai inutile- attesa di un intervento pubblico, a lungo promesso ma rimasto lettera morta. La produzione di cargo bike, immaginata all’inizio come collaterale, sarà il punto di partenza della cooperativa Gff. Ecco tempi e cifre del “nuovo” progetto


È stato un voto liberatorio, all’unanimità, e alla fine sui volti è scesa anche qualche lacrima, poco prima che l’affollata assemblea dei soci finanziatori di Gff, la Cooperativa promossa dal Collettivo di fabbrica ex Gkn, intonasse il canto che da cinque anni accompagna la lotta operaia più lunga e più creativa degli ultimi decenni: “E non c’è resa, non c’è rassegnazione -dice una strofa-, ma solo tanta rabbia che cresce dentro me”.


Questa rabbia si è tradotta in un progetto di reindustrializzazione che finalmente prende il via: avverrà a settembre, senza possibilità di rinvii, e si partirà con il denaro raccolto fra oltre duemila persone e organizzazioni con i due filoni di crowdfunding, uno da 983mila euro sulla piattaforma Ener2crowd (che impone rigidi tempi di prelievo), l’altro da 173mila euro su Produzioni dal basso.


Il Collettivo di fabbrica, i tecnici e gli esperti solidali, i soci finanziatori riuniti domenica mattina sotto un confortevole riparo in muratura nel parco di Villa Montalvo a Campi Bisenzio (Firenze), hanno deciso di fare da sé, rompendo gli indugi e scartando di lato per uscire dalla palude della lunga -ormai inutile- attesa di un intervento pubblico, a lungo promesso ma rimasto lettera morta.


L’area industriale di via Fratelli Cervi, sempre a Campi Bisenzio, non è stata rilevata dal Consorzio industriale che pure la Regione si era decisa a costituire con un’apposita legge, e così il progetto del Collettivo di fabbrica nascerà altrove, in uno spazio in affitto in via di individuazione.

Sarà un progetto ridotto, vista la defezione degli enti pubblici e il conseguente ritiro di alcuni finanziatori.

La produzione di cargo bike, immaginata come collaterale rispetto all’impianto per la costruzione di pannelli solari, sarà il punto di partenza di Gff, e sarà affiancata da altre due direttrici di sviluppo: l’installazione di pannelli solari e il riciclo di pannelli dismessi, progetti per i quali saranno avviati specifici percorsi di formazione dei lavoratori.


Leonard Mazzone, il ricercatore e docente torinese che ha coordinato il gruppo di lavoro sul Piano di reindustrializzazione, ha indicato tempi e cifre del “nuovo” progetto: 24 posti di lavoro previsti il primo anno, 47 al quinto anno; 3,7 milioni fra investimenti e copertura dei mancati incassi iniziali, di cui 1,8 da prendere in prestito; ricavi attesi di 2,9 milioni a fine 2027 e poi a salire fino a 6,1 milioni nel 2030; utili a partire dal 2028 (614mila euro).


Sarà una partenza sofferta e difficile ma dopo tante attese, tanti rinvii, tanti cortei, scioperi della fame, manifestazioni di ogni tipo, l’avvio di Gff è comunque una notizia che ha rincuorato e perfino entusiasmato il “popolo della ex Gkn”.

Dario Salvetti, parlando per conto del Collettivo di fabbrica, non ha cantato vittoria, tutt’altro: la scelta di “fare da sé”, ha spiegato, è stata obbligata, perché l’inerzia delle istituzioni pubbliche ha “fatto marcire il Piano di reindustrializzazione”.

A fine giugno sono scaduti sia il preordine del costoso impianto per la produzione di pannelli solari, sia l’impegno formale da 2,5 milioni firmato da Banca Etica (che ha comunque confermato d’essere pronta a sostenere anche il nuovo progetto).

Giunti a questo punto, si poteva prendere atto delle defezioni e restituire i soldi versati con il crowdfunding, oppure ritirare il denaro nei tempi prescritti e far partire il progetto, sia pure alla rovescia, con le cargo bike che da coda diventano testa e i pannelli solari che arriveranno, se arriveranno, quando le altre direttrici di investimento avranno ingranato.

“Entriamo nel mercato, che è un mare infernale -ha detto Salvetti- ma ci entriamo per vedere ciò che inferno non è”.

La lotta del “popolo ex Gkn” -operai e solidali uniti- continua insomma in forme nuove e non cessa di produrre suggestioni e metafore.

Gff propone un modello di “mutualismo conflittuale” e non parte come una qualsiasi cooperativa, bensì salpa, come una “flotilla” lanciata dentro l’economia di mercato, un mare ostile e pericoloso “come il Mediterraneo”.

Salvetti, che sulla Global sumud flotilla è salito davvero nella primavera scorsa, non ha mancato di far notare che il mercato delle cargo bike è particolarmente difficile, soprattutto in Italia, ma che può anche offrire un’occasione, su scala europea, perché la bicicletta si prenda la sua vendetta sulle automobili: alla vecchia Gkn, dopo tutto, si producevano semiassi per automobili, e Gff potrebbe quindi diventare un perfetto esempio di transizione ecologica.


D’altronde Greta Thunberg, nell’ottobre scorso, intervenendo a Firenze durante un’assemblea all’Università, aveva indicato la missione del progetto di reindustrializzazione del Collettivo di fabbrica: “Essere un esempio, dimostrare concretamente che lotta per la giustizia climatica e lotta di classe possono andare di pari passo”.


Le speranze, a questo punto, sono forti e Gff, cosciente di quanto sia difficile la sfida, ha chiamato ancora una volta il suo “popolo” all’impegno: sia compilando un form per chi voglia proporre competenze tecniche utili alla cooperativa, sia sostenendo un’ulteriore direttrice di lavoro, curata stavolta dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso 'Insorgiamo', che porterà avanti un progetto in ambito alimentare, con emporio, ciclo-ristoro, consegne di prossimità, in sinergia con le realtà contadine incontrate negli ultimi cinque anni.


Come ha fatto notare nel suo intervento in assemblea Gian Andrea Franchi, della triestina Linea d’Ombra, impegnata nel sostegno alla libertà di movimento e nel soccorso alle persone migranti lungo la Rotta balcanica, “con la deriva necrofila che domina il mondo, siamo chiamati a creare socialità, a ricostruire dal basso la società”.

Ecco il senso del “mutualismo conflittuale”: prendersi cura di sé e degli altri, prefigurare uno spezzone di economia del futuro senza farsi risucchiare dal “vuoto” creato dal capitale e dal “nulla della politica”, per dirla con le parole di Salvetti. Il quale, rincarando la dose, ha aggiunto che le delocalizzazioni, le speculazioni immobiliari, la protervia dei padroncini, l’assenteismo degli enti locali hanno creato nell’area fiorentina un panorama che si potrebbe definire “berlusconiano”. Parole che bruciano ma che paiono destinate a restare inascoltate.


Rimane da definire il futuro dello stabilimento di via Fratelli Cervi. In tribunale a Firenze è ancora in corso la procedura di concordato preventivo, con lo spettro del fallimento sullo sfondo; i “nuovi” proprietari -una piccola rete di soggetti immobiliari- hanno messo sul piatto 22 milioni, destinati per lo più a pagare i debiti verso gli operai: sono in corso le procedure di voto dei creditori e si attende una decisione del giudice entro settembre; di progetti industriali concreti, comunque, lì non si parla.


Quanto al presidio, mai cessato giorno e notte dal 9 luglio 2021, per la prima volta si profila l’ipotesi di una sua cessazione. Non sarebbe una fuga, ma una trasformazione, in coincidenza con il giro di boa costituito dall’effettiva nascita della cooperativa Gff: dal presidio stabile si passerebbe a un presidio mobile, forse un camper (alimentato da energia solare) pronto a spostarsi dalla ex Gkn alle fabbrichette della piana dove il conflitto fra padroni e lavoratori è sempre più duro e diffuso.


Proprio Luca Toscano di Sudd Cobas, il sindacato più attivo e combattivo, ha chiesto di mantenere il presidio, di contrastare fino in fondo la probabile speculazione immobiliare sull’area ex Gkn: la discussone in seno al Collettivo e fra gli attivisti solidali è ancora aperta, ma l’idea di passare dalla lotta di posizione alla diffusione della lotta è al momento prevalente. Vedremo.


Intanto Gff salpa: il motto “Insorgiamo” sta prendendo una forma nuova.



2 COMUNICATI del

Collettivo di Fabbrica - Lavoratori Gkn Firenze


14 luglio 2026, 11.47

Salpare ora: chi vuole essere vento, sarà cambiamento

Gli altri, semplicemente, a furia di invisibilizzarci, non ci vedranno arrivare

1. Migliaia di persone che continuano a radunarsi di fronte a una fabbrica dopo 5 anni, sfidando i tempi della cronaca, della routine, del “così vanno le cose di solito”, sono un patrimonio collettivo. Sono quella voglia di farla pagare al capitale che ci protegge. Protegge chi subirà una sorte simile a noi. Abbiamo fatto il nostro dovere di classe. Le forze organizzate che erano volutamente assenti (e non quindi per i mille impegni che giustamente abbiamo tutte/i da onorare), si autodefiniscano come vogliono, probabilmente no, il proprio dovere non l'hanno fatto fino in fondo.

2. Una assemblea abbondantemente oltre le 600 persone con 45 interventi, in una calda domenica di luglio per discutere di come avviare un piano industriale dal basso contro i vuoti del capitale e le complicità istituzionali, rappresenta la nascita di un esperimento sociale con pochi precedenti nel paese. Nasce ufficialmente una assemblea di azionisti popolari che è di indirizzo politico, sociale, tecnico, ecologico.

3. Dal concerto fino all’assemblea, questi 5 anni sono un inno alla convergenza. Non integruppo, non accordo tra diplomazie, tra burocrazie, tra vertici, non semplice rete ma tessuto di lotte sociali, internazionaliste, sindacali ambientali ecc.

4. C’erano mille modi, mille momenti in cui da individui potevamo uscire di scena. Con in mano una finta vittoria, con qualche tornaconto magari, sicuramente senza che nessuno potesse minimamente rimproverarci nulla. E invece teniamo aperta la prospettiva: non è solo caparbietà sociale, non è solo fatica, ma anche un esercizio di “intelleggibilità”. Finchè siamo di fronte agli occhi di tutti, la nostra traiettoria è visibile, studiabile, criticabile, discutibile.

5. Noi siamo quelli in discussione sempre e comunque, da criticare finanche nei dettagli, sotto gli occhi di tutti, perché socializzeremo tutto, anche il fallimento. Non possiamo promettere successo, ma di fallire meglio sì.

6. Non salpiamo nel mercato ma contro il mercato. E’ un mare che non ci appartiene dove tutto è sbagliato. Sarà la maturità collettiva della discussione che faremo a stabilire cosa sia compromesso accettabile e cosa svendita. Andiamo insieme all’inferno per imparare a distinguere ciò che inferno non è. Non c’è altra rotta.

7. Equipaggi di mare e equipaggi di terra sono stati insieme in questi due giorni. Come in terra, così in mare e viceversa quaggiù è una pratica, non uno slogan

8. E salpiamo contro il riarmo. Perché riteniamo fondamentale fermare il riarmo nelle servitù militari, o nella logistica di guerra. Ma se non si crea immaginario collettivo alternativo al riarmo nella produzione, prima o poi la logistica troverà il modo di spostare ciò che la produzione produce in sempre maggiore quantità.

9. La campagna di azionariato popolare è oggi a circa 1.200.000 euro. Si può continuare ad aderire come socie e soci finanziatori alla cooperativa, si può iscriversi alla Società Operaia di Mutuo Soccorso. Questa reindustrializzazione può fallire e le lotte sociali andrebbero avanti comunque: ma l’occasione sarebbe persa e i rapporti di forza più sfavorevoli. Per quello, non abbiamo paura di cadere, ma aiutiamoci a stare in piedi.

10. Ci avete logorato per 5 anni, e la vostra unica e sola ossessione è stata: sgomberare il Collettivo di Fabbrica. Ora stiamo salpando e forse ritenete che questo sia un passaggio “pacifico”. Non avete capito che stiamo venendo a sgomberarvi noi. Potevate rimetterci semplicemente a produrre. Vi siete creduti furbi nel raggirare per 5 anni la nostra classe sociale. Ci avete solo indicato dove e come crescere.


15 luglio 2026, 12.42

Il rischio è alto, ma non c’è più tempo: SALPIAMO

Estratto dal testo approvato dall’assemblea del 12 luglio. Testo completo presto su insorgiamo.org

L’assemblea del 12 luglio approva l’avvio della direttrice cargobike.

Nasce così l’Assemblea delle socie e dei soci finanziatori (che chiameremo Assemblea

dell’azionariato popolare).

Sta a noi fare in modo che questo processo non si riduca a una delega passiva o economica ma l’embrione di una fabbrica socialmente integrata e il motore di un mutualismo permanente e

conflittuale.

Non salpiamo con il mercato, ma contro il mercato. Per costruire un nuovo conflitto con il capitale e con i suoi meccanismi, nella consapevolezza che, quanto più crescerà l’equipaggio nella produzione, tanto più dovranno crescere gli equipaggi sociali: per la riconversione ecologica e contro il riarmo.

Il passaggio cooperativistico è soltanto uno degli strumenti di cui una lotta operaia ha dovuto dotarsi in un corpo a corpo interminabile con un capitale che fugge, delocalizza, ricatta, specula e aggira ogni vincolo.

Il piano industriale non avrebbe dovuto partire così, né con un ritardo tanto grave. Nell’ottobre 2024 avevamo dato un mese di tempo alla politica perché il piano non marcisse.

La reindustrializzazione dal basso era nata per togliere ogni alibi a chi sosteneva che esistesse una «fabbrica senza piano industriale». Ben presto è diventato evidente il contrario: avevamo un piano industriale senza più una fabbrica. La fabbrica era stata trasformata in un complesso immobiliare.

Non siamo stati licenziati e di conseguenza abbiamo lasciato dietro di noi una fabbrica vuota.

Siamo stati licenziati per svuotare la fabbrica.

Per riaprire la fabbrica avevamo elaborato un piano che partiva dalla linea industriale dei pannelli fotovoltaici e sviluppava attorno ad essa le altre attività: installazione, riciclo e cargobike. Le cargobike erano il settore più piccolo.

Oggi, invece, siamo costretti a percorrere la strada opposta: prima le cargobike, poi, forse, gli altri. Non è la stessa cosa e non sarà né facile né scontato.

#insorgiamo

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