
LE MALETESTE
19 lug 2026
L’ospitalità resta bloccata, sospesa. In questo vuoto si è costruito un vero e proprio mercato nero. L'autodichiarazione di ospitalità viene venduta a prezzi tra gli 800 e i mille euro - BIANCA CARAMELLI
di Bianca Caramelli
19 luglio 2026 | IL MANIFESTO
Provincia di Salerno nel 2025: sono stati concessi solo 27 visti su ben 7.899 domande inviate.
È questa la fotografia scattata dalla Flai Cgil Salerno, che ha elaborato i dati sui lavoratori regolari nelle campagne.
Ma solo quattro sono state alla fine le richieste di permesso di soggiorno, perché la burocrazia è un vicolo cieco, che porta tantissimi lavoratori e lavoratrici a rimanere come fantasmi nel cuore agricolo della Campania.
In queste sconfinate ramificazioni di campi ogni giorno, sempre più presto al mattino a causa del caldo, si devono recare lavoratori e lavoratrici per raggiungere il “gruppo” che gli è stato assegnato. A occuparsi dei trasporti non sono quasi mai le aziende né di certo il servizio pubblico. Percorrendo queste strade, si notano subito molte persone muoversi in bicicletta. Ma non tutti possiedono un mezzo: «I caporali – spiega il sindacalista della Flai Cgil Alferio Bottiglieri – non gestiscono più solo la manodopera, ma forniscono tutti i servizi necessari». In primis appunto quello del trasporto.
E poi quello dei documenti burocratici. «In prefettura, il primo che viene richiesto è la dichiarazione di ospitalità. E qui si apre il problema: molti trovano una stanza ma si tratta spesso di alloggi irregolari, oppure il proprietario non è disposto a formalizzare un contratto d’affitto. La pratica per l’ospitalità resta quindi bloccata, sospesa. In questo vuoto si è costruito un vero e proprio mercato nero», chiarisce ancora il sindacato.
L’autodichiarazione di ospitalità viene venduta a prezzi tra gli 800 e i mille euro. Dimostrare la residenza serve anche per rinnovare il permesso di soggiorno, così chi ha già superato un ostacolo rischia di trovarsi risucchiato nel circuito dell’illegalità. Al confine dei campi, nella zona litoranea un tempo turistica di Campolongo, si apre una valle di immobili spesso abusivi, dove lavoratori e lavoratrici sono costretti a vivere anche se in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Tra questi edifici spicca il cosiddetto “Palazzo”, un casolare punto di approdo e transito per molti braccianti della Piana. «Qualche anno fa erano arrivati a viverci in 100», dicono dalla Flai Cgil, mentre passiamo davanti a un edificio che appare densamente abitato.
In questo mosaico di invisibilizzazione, i volti hanno nazionalità precise. Dal 2019 al 2025, la componente di lavoratori agricoli provenienti da paesi extra Ue è cresciuta del 66%. La comunità più rappresentata è quella del Marocco, seguita da quella indiana. Ma non ci sono solo i nuovi arrivati, visto che tante famiglie sono ormai radicate nel territorio. Neppure la stanzialità garantisce però protezione dal sistema. Lo dimostra la storia di un lavoratore che da anni vive nella Piana con moglie e figli. Nonostante fosse regolare e risiedesse in un’abitazione dell’azienda, è bastato che si assentasse qualche volta dal lavoro, per assistere il figlio malato, per rischiare di perdere la casa.
L’abitazione si trasforma quindi in un vincolo per i lavoratori. Il comune di Eboli è uno dei pochi ad aver ottenuto i fondi del Pnrr destinati alla risoluzione di questo problema. Una ex caserma e un bene confiscato alla mafia dovrebbero essere riconvertiti in alloggi, che però non basteranno per tutti. Al di là della questione abitativa, il paradosso della Piana del Sele è che le aziende agricole non trovano personale. «Il settore sta sbagliando, deve iniziare a ragionare di stabilizzazione – denuncia Bottiglieri -. E al tempo stesso non è possibile che lo Stato non si renda conto di quanto accade».
La provincia di Salerno conta il maggior numero di lavoratori agricoli rispetto al resto della regione, con più di 27mila addetti nel 2025. Sono le braccia della Piana del Sele, il territorio che va da Pontecagnano fino a Eboli. Un paesaggio immediatamente riconoscibile anche a pochi passi dalla stazione di Battipaglia, dove un’immensità di serre si estende lungo entrambi i lati di una strada di 16 chilometri che porta fino al litorale. Sotto la distesa di coperture bianche si coltiva soprattutto l’insalata che alimenta l’agricoltura di quarta e quinta gamma, i prodotti pronti all’uso di giganti industriali che arrivano nelle case attraverso la grande distribuzione.
Sono coltivazioni e produzioni che richiedono un lavoro stanziale, lontano dai flussi stagionali su cui si concentra lo Stato. Nonostante la paga media contrattuale si aggiri oggi intorno ai 47 euro netti al giorno, la realtà è fatta anche di «sfruttamento», denuncia il sindacato. Perché a dominare nelle serre è soprattutto un sistema di lavoro grigio.
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