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AFRICA. «In Africa, la democrazia non può essere in crisi giacché non esiste»

LE MALETESTE

29 mar 2026

"Sebbene la maggior parte dei nostri Paesi abbia abbracciato economie di mercato e sistemi multipartitici, pochi sono riusciti a instaurare sistemi autenticamente democratici," - ELISA PELLIZZARI e ACHILLE MBEMBE


Dal Senegal al Mali, il disincanto delle ultime generazioni

Africa occidentale. Tra intellettuali marginalizzati, il legittimo desiderio di cambiamento dei giovani, sentimenti antioccidentali. discriminazioni e terrorismo, due realtà esemplificative dello scarto tra norma istituzionale e pratica politica


di Elisa Pelizzari


Due riflessioni permeano la pungente analisi pubblicata a inizio anno dal politologo Achille Mbembe sul sito della rivista Jeune Afrique (5-1-26): «In Africa, la democrazia non può essere in crisi giacché non esiste» e «Gli stati africani non hanno saputo creare le condizioni per produrre le ricchezze necessarie a soddisfare i bisogni vitali dei loro popoli». Frasi provocatorie? Certo, ma – nella vasta regione francofona del Sahel – la violenza di campagne elettorali segnate da tentativi di estromissione dei candidati dell’opposizione, portatori di uno slancio inedito (Senegal 2024) e la presa di potere da parte dei militari, col favore dei cittadini (Mali 2020), confermano una fragilità innegabile, che si connette in maniera complessa col legittimo desiderio di cambiamento delle nuove generazioni, animate da un afflato antioccidentale.


A parlare di «democrazie senza democratici», per sottolineare lo scarto tra norma istituzionale e pratica politica, è anche Seidik Abba, autore del saggio Mali-Sahel: notre Afghanistan à nous?, il quale lamenta sia l’abbassarsi del livello nel dibattito pubblico, sia la marginalizzazione degli intellettuali. Questi ultimi, possibili figure di riferimento, non emergono più in un paesaggio mediatico pletorico, contraddistinto «dal ruolo molto attivo d’influencers che dicono alla gente quello che vuol sentire… per esempio, che tutto è colpa del colonialismo, sino a presentare in maniera caricaturale il pensiero pan-africanista, ridotto a mera critica indirizzata contro Francia e Usa. Tali attivisti ricorrono insomma alla facilità», a temi demagogici, senza approfondire le cause interne del mancato sviluppo, in termini socio-economici, di tanti paesi del continente (RFI, “Le débat africain”, 27-2-26).


Le realtà del Senegal e del Mali offrono un quadro esemplificativo. A Dakar, Bassirou Diomaye Faye è stato eletto nel 2024 dopo mesi di proteste, represse dall’ex presidente Macky Sall, poco disposto a cedere il potere, nonostante fosse al termine del secondo mandato. La candidatura di Faye ha rappresentato, per altro, una soluzione di ripiego: il leader carismatico del suo partito, il Pastef (movimento vicino ai giovani e dal profilo patriottico), Ousmane Sonko, era escluso dalla sfida a seguito di una condanna per diffamazione. Appena eletto, Faye ha nominato Sonko primo ministro, con l’appoggio del Parlamento, dove il Pastef si è conquistato, nel novembre del 2024, i due terzi dei seggi. Il tandem Faye/Sonko ha funzionato senza screzi ma, di recente, l’equilibrio si è rivelato precario.


Le richieste degli studenti di ottenere gli arretrati sulle borse universitarie, non versate in concomitanza a lunghi mesi di chiusura dei campus, sono sfociate in rimostranze duramente soffocate dalla polizia, sino alla morte, nel febbraio 2026 a Dakar, di uno studente dell’Ucad (prima università dell’Africa francofona). Una parte del governo ha preso le distanze e il ministro della Giustizia, in una conferenza-stampa, ha dichiarato: «Renderemo conto alla nazione. I colpevoli saranno perseguiti». In detto frangente, è apparso difficile, per Sonko, ignorare la voce dei giovani i quali, in passato, erano i suoi principali interlocutori e alcuni giornali hanno addirittura ventilato che intendesse dimettersi da capo di Gabinetto, marcando una rottura con Faye, forse – come ha scritto il politologo Adrien Poussou (lepoint.fr/afrique, 14-3-26) – «per dedicarsi a ciò che sa fare meglio: esercitare un’opposizione frontale».


Su un aspetto il presidente del Senegal e il suo primo ministro si sono invece ritrovati: il mantenimento di una promessa del Pastef relativa all’inasprire le punizioni contro l’omosessualità, pratica illegale. In marzo, il Parlamento, con 135 voti a favore e nessun contrario, ha modificato l’art. 319 del codice penale riguardante “gli atti contro natura”, portando le condanne da 5 a 10 anni di prigione, oltre a sanzioni pecuniarie. La questione dell’omosessualità costituisce in Senegal, come altrove, una sorta di porta-bandiera nella lotta contro “costumi occidentali” giudicati estranei al contesto africano; l’idea di fondo riguarda la salvaguardia dei valori autoctoni e di una rigida morale religiosa (musulmana o cristiana), da contrapporre alle mode imposte dall’esterno.


Più ingarbugliata la situazione in Mali dove, dall’agosto 2020, domina la giunta del generale Assimi Goïta, con la promessa di gestire una transizione in grado di lottare contro il radicalismo islamico, di assicurare l’integrità del territorio rispetto a ogni ingerenza (specie della Francia) e di limitare la corruzione. Purtroppo, il bilancio è severo. Uscito dalla Cedeao nel 2025 insieme a Burkina Faso e Niger, suoi alleati strategici, il Mali affronta una crisi senza fine, a dispetto di qualche successo.

Nel gennaio 2026 la corte di giustizia dell’Uemoa ha annullato le sanzioni finanziarie decise dalla Cedeao nel 2022 in risposta al colpo di stato militare (visto, lo notiamo, con speranza dai giovani). Inoltre, a febbraio, il Mali ha vinto il braccio di ferro contro la compagnia canadese Barrick Gold, che sfrutta una delle maggiori miniere d’oro del paese. Ha così ottenuto l’applicazione retroattiva del nuovo codice, che assicura allo stato sino al 35% degli interessi nei progetti minerari portati avanti con investitori stranieri (i proventi sull’oro rappresentano il 25% del budget nazionale).


Ma è il fronte della guerra al terrorismo a preoccupare: il gruppo jihadista Jnim imperversa. Da un lato, ostacola gli approvvigionamenti di petrolio, bloccando i convogli di camion-cisterna provenienti dal Senegal, dall’altro, isola le zone lontane dalla capitale non disposte a versare la zakat (imposta musulmana) o a seguire la legge islamica. Ormai, s’invoca la necessità, per il governo militare, di mediare: in marzo oltre un centinaio di presunti jihadisti in prigione sono stati liberati (in cambio di una tregua negli attacchi?) e negoziazioni discrete sono in corso con Washington per ottenere appoggi nel contrasto allo Jnim, senza pregiudicare al momento la presenza delle milizie russe nel paese. Resta aperta una domanda: a quando il ritorno alla democrazia con libere elezioni?



“La democrazia non può essere in crisi in Africa perché lì non esiste”

di Achille Mbembe

Sebbene la maggior parte dei nostri Paesi abbia abbracciato economie di mercato e sistemi multipartitici, pochi sono riusciti a instaurare sistemi autenticamente democratici, osserva il politologo camerunese Achille Mbembe. E in questo periodo di declino della solidarietà e del multilateralismo, la forza e le intenzioni predatorie stanno nuovamente prevalendo, sia nel continente che nel resto del mondo.


di Achille Mbembe

Pubblicato il 5 gennaio 2026 in JEUNE AFRIQUE


Cercare di spiegare le dinamiche attuali del continente in termini di crisi della democrazia è un'interpretazione errata. La democrazia in quanto tale semplicemente non esiste in Africa. Con l'eccezione di Sudafrica, Botswana, Seychelles, Capo Verde e, in misura minore, Mauritius, Senegal , Ghana e Nigeria, pochissimi regimi politici del continente presentano anche solo le caratteristiche minime di uno stato di diritto.

Ciò che è in crisi sono gli assetti istituzionali ereditati dalla colonizzazione e che, negli anni '90, hanno subito un restyling.

In effetti, a seguito dell'ondata di proteste che aveva portato, qua e là, a conferenze nazionali e ad altri emendamenti costituzionali, molti Stati avevano voltato le spalle al potere militare e ai regimi a partito unico, abbracciando esteriormente i dogmi dell'economia di mercato. Tuttavia, avevano accuratamente evitato di aderire ai principi fondamentali dello Stato di diritto. Al posto di una democrazia realmente sostanziale, si erano accontentati di un sistema multipartitico puramente amministrativo, la cui funzione era quella di mascherare le caratteristiche del sistema a partito unico sotto una nuova veste.



Il veleno dell'odio verso se stessi

Come sappiamo , in molti paesi a tendenza comunista, il sistema a partito unico ha rappresentato la forma politica suprema di totalitarismo. Le élite comuniste lo hanno utilizzato come strumento per controllare la società. In Africa, le radici immediate sia dei regimi militari che di quelli a partito unico vanno ricercate nel colonialismo. Uno dei meccanismi profondamente radicati delle potenze coloniali è stato l'odio verso se stesse che hanno instillato nella popolazione indigena a tutti i costi. La concessione dell'indipendenza non ha prosciugato questo veleno. Al contrario, le classi dominanti africane si sono rapidamente impossessate di questa risorsa nebulosa per continuare, a proprio vantaggio, il processo di autocolonizzazione iniziato con il sistema dei capi tribù durante il periodo dell'occupazione straniera.


Questo è il processo che continua ancora oggi. Derivato dal sistema a partito unico, il multipartitismo amministrativo non rompe con la logica dell'odio verso se stessi, necessaria a qualsiasi dinamica di autocolonizzazione. La crisi africana contemporanea, quindi, non ha nulla a che vedere con la democrazia nella sua forma sostanziale. Ciò che è rotto è il paradigma dell'autocolonizzazione. Ciò che non è più accettabile è il fatto che i governanti vogliano amministrare i propri cittadini come se fossero sudditi colonizzati e i propri paesi come territori occupati.



Tre grandi crisi storiche

Praticata nel continente da oltre un secolo, questa forma di governo basata sull'odio verso se stessi si è dimostrata incapace di rispondere alle tre principali crisi storiche che ostacolano lo sviluppo del continente e gli impediscono di diventare una forza geopolitica, vale a dire la crisi della produzione di ricchezza, la crisi della redistribuzione dei mezzi di sussistenza e la crisi della rappresentanza dei cittadini.


Gli stati africani non sono riusciti, in larga misura, a creare le condizioni necessarie per produrre la ricchezza indispensabile a soddisfare i bisogni primari della popolazione. La limitata ricchezza in circolazione è accumulata da una classe sempre più ristretta di predatori, i cui interessi oggettivi sono diametralmente opposti a quelli delle masse che governano. Quanto alla crisi di rappresentanza, essa si manifesta nel crescente divario che ormai separa il corpo sociale, l'elettorato e il corpo politico.


Il modello di amministrazione multipartitica non ha fatto altro che esacerbare queste tre crisi. Il suo finanziamento dipende dallo sfruttamento del capitale naturale. Eppure l'economia estrattiva si basa sulla distruzione dell'ambiente e degli habitat. Assomiglia sempre più a un'economia di guerra, in un contesto in cui le lotte decisive si concentrano ora sul controllo non dei mezzi di produzione, ma della predazione. Ovunque, richiede un aumento dei livelli di violenza necessari al profitto.


La separazione tra corpo sociale, elettorato e corpo politico non è mai stata così netta, con un continuo moltiplicarsi delle esclusioni. Ciò è particolarmente evidente durante le elezioni. Questo perché, in linea con il dominio coloniale, l'obiettivo è perpetuare una società di sudditi, piuttosto che una comunità di cittadini. Per questo motivo, la maggior parte dei regimi si sforza di impedire, per quanto possibile, qualsiasi tentativo di favorire l'emergere di solide società civili o di autorità indipendenti.


Vogliono esercitare il potere, ma senza doverne rispondere. Con la lotta per il controllo dei mezzi di saccheggio diventata la forza motrice centrale della vita politica e la trasformazione negativa delle società africane, la politica si sta trasformando in un gioco a somma zero. Chi perde perde tutto, viene gettato in prigione o, quantomeno, costretto all'esilio. Chi vince ottiene accesso a tutte le fonti di saccheggio.


Stiamo entrando in un periodo oscuro nella storia dell'umanità. In tutto il mondo, comprese le vecchie potenze occidentali, assistiamo al declino e all'erosione della democrazia, all'indebolimento delle istituzioni multilaterali e alla distruzione delle forme di solidarietà internazionale. Questa è un'epoca in cui la forza e il potere si sono ridotti alla loro espressione più semplice: la capacità di saccheggiare. Questo è lo spirito dei nostri tempi. In Africa, questo periodo rischia di sfociare in un immane depredamento delle risorse naturali e nella distruzione di innumerevoli vite umane, come vediamo oggi in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo orientale e nella regione del Sahel, dove i massacri si susseguono da anni.


Questo è un ulteriore motivo per sostenere la società civile, l'emancipazione di coloro che sono coinvolti in una cittadinanza più ampia e gli innovatori di modi alternativi di convivenza a livello locale. Per questo è fondamentale coinvolgere e costruire nuove coalizioni sociali con donne, giovani, intellettuali e attivisti. Questa è la grande battaglia di idee attualmente in corso in Africa. Mette a confronto i neosovranisti, che credono nel potere della forza, con le coalizioni sociali, che aspirano a una democrazia sostanziale nel continente, basandosi non sulla brutalità ma sull'intelligenza collettiva degli africani.



Traduzione dal francese a cura de LE MALETESTE



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