
LE MALETESTE
28 mar 2026
Garantire condizioni di vita sicure e organizzate per gli sfollati non è un lusso: è un diritto umano fondamentale che deve essere soddisfatto immediatamente. Le voci degli sfollati nel sud di Gaza - EMAN ABU ZAYED (GAZA)
Al-Mawasi, una caotica città di tende dove non ha spazio neanche il riposo
Palestina. Le voci degli sfollati nel sud di Gaza. Nella mega tendopoli non c’è posto per il gioco dei bambini e la dignità degli anziani. Mancano acqua, bagni, fognature
AL-MAWASI, ediz. del 28 marzo 2026 | IL MANIFESTO
Il 92% delle abitazioni di Gaza è andato perduto dal 7 ottobre 2023. Secondo l’Onu, circa 436mila unità abitative sono state danneggiate o distrutte a seguito dei raid aerei e delle operazioni militari israeliane.
Meno di una settimana dopo l’inizio della guerra, il 13 ottobre 2023, le forze israeliane hanno emesso ordini di evacuazione per il nord di Gaza, costringendo oltre un milione di palestinesi a spostarsi verso sud in aree come Khan Younis e Al-Mawasi, che sono state presentate ai residenti come «zone sicure». Tuttavia, non erano preparate ad accogliere un afflusso così massiccio di sfollati, mancando le infrastrutture e i servizi sanitari necessari a far fronte alle successive ondate di sfollamento.
MENTRE I BOMBARDAMENTI continuavano e gli ordini di evacuazione si estendevano, i residenti affluivano ad Al-Mawasi da tutta la Striscia di Gaza, dal nord, dal centro e dalle zone di confine orientali vicino alla recinzione. I quartieri lungo il confine est sono stati tra i primi a subire pesanti raid a causa della loro posizione geografica. La mia famiglia è stata tra quelle costrette ad andarsene sotto costante paura e ripetuti avvertimenti.
Più tardi, il 3 gennaio 2024, l’edificio che ospitava la nostra casa è stato bombardato e raso al suolo. Era un edificio di otto piani occupato da 32 famiglie. In un istante è stato ridotto in macerie, lasciando tutte quelle famiglie senza tetto, un altro numero aggiunto alle statistiche della distruzione. Dietro ogni cifra c’è una casa, dei ricordi e una vita distrutta in un istante. Prima della guerra,
Al-Mawasi era conosciuta come una tranquilla zona costiera a ovest di Khan Younis, costituita da terreni agricoli aperti, sabbiosi e irregolari, con serre di plastica sparse qua e là e aziende agricole stagionali. Non era un’area urbana né un centro densamente popolato, ma uno spazio aperto adibito all’agricoltura, in prossimità del mare.
Tuttavia, con l’inizio degli ordini di sfollamento di massa, questi terreni aperti sono diventati rapidamente una delle zone più affollate di Gaza. In poche settimane, le tende hanno ricoperto quasi ogni spazio vuoto. Non c’era più «terreno aperto», ma file di tessuto e nylon, tende strette l’una contro l’altra con pochissimo spazio in mezzo.
Come può un luogo del genere essere considerato una «zona sicura» quando manca dei mezzi più elementari per la vita? Nessun sistema fognario adeguato, nessuna infrastruttura organizzata, nessuna distanza tra le famiglie e nemmeno spazio sufficiente per piantare una nuova tenda. Molte famiglie non avevano dove sistemare le loro tende, figuriamoci spazio per conservare l’acqua o costruire una toilette di fortuna nelle vicinanze. Al-Mawasi si è trasformata in una caotica città di tende, non pianificata, non protetta dal caldo o dal freddo e priva di qualsiasi sistema sanitario in grado di prevenire la diffusione delle malattie.
Ho parlato con diversi sfollati ed ex sfollati di Al-Mawasi delle difficoltà vissute. Queste sono solo alcune delle migliaia di storie di persone che continuano a soffrire nei campi di Gaza.Hussam è un bambino di 10 anni che ha dovuto sopportare condizioni di vita malsane ad Al-Mawasi, sviluppando gravi eruzioni cutanee e allergie causate dagli insetti e dall’ambiente all’interno delle tende.
LA SUA MAMMA, Samira Al-Ali, madre di quattro figli, racconta che le sofferenze quotidiane di Hussam non sono mai cessate da quando sono stati costretti ad abbandonare il nord di Gaza: «Mio marito è stato ucciso all’inizio della guerra in un attacco aereo sulla nostra casa nel nord di Gaza. Abbiamo perso tutto, la nostra casa è stata distrutta e ci siamo trasferiti ad Al-Mawasi in una piccola tenda che non protegge né dal sole né dalla pioggia. Hussam soffre di prurito e eruzioni cutanee costanti. Non c’è un luogo sicuro dove i bambini possano giocare e il caldo, la polvere e gli insetti rendono la vita molto difficile».
Samira, con le lacrime agli occhi, descrive come il trasferimento ad Al-Mawasi non sia stata una vera soluzione, ma una continuazione di sofferenze incessanti: «Pensavamo che Al-Mawasi fosse un luogo sicuro, ma la realtà è completamente diversa. Le tende sono sovraffollate, ogni famiglia è attaccata a quella accanto, non c’è spazio per montare una nuova tenda, nemmeno per i contenitori dell’acqua o per una toilette. La vita qui è estremamente dura e la malattia è diventata parte della nostra quotidianità».
Saleh Al-Swafiri, 75 anni, e sua moglie Nasreen, 74, hanno perso tutti i loro figli all’inizio della guerra quando la loro casa nel nord di Gaza è stata distrutta in un attacco aereo. Rimasti senza tetto, si sono uniti ad altre famiglie ad Al-Mawasi, affrontando nuove sfide quotidiane nonostante le affermazioni secondo cui la zona fosse «sicura». Saleh racconta con voce tremante: «Ogni giorno dobbiamo percorrere lunghe distanze per andare a prendere l’acqua da luoghi lontani e cucinare sul fuoco è diventato un compito estenuante per il nostro corpo. Non ci sono spazi pianeggianti dove piantare le tende, né strutture sanitarie, nemmeno un piccolo spazio per riposarsi o muoversi. Qui tutto è difficile, tutto è estenuante».
Nasreen aggiunge: «Abbiamo perso i nostri figli, e la nostra sofferenza qui cresce ogni giorno. La tenda è angusta, il caldo, la sabbia e il vento rendono la vita quasi impossibile, e abbiamo bisogno di acqua, cibo e medicine, ma le condizioni rendono quasi impossibile accedervi».
LA LORO STORIA riflette l’immensa pressione fisica e psicologica che devono affrontare gli anziani residenti ad Al-Mawasi, dove il terreno aperto, l’estrema sovraffollamento e la mancanza di servizi rendono la vita quotidiana una continua lotta per la sopravvivenza.
Samah Al-Kurd, madre di un bambino e sposata, come molte delle altre famiglie che ho intervistato, inizialmente è fuggita ad Al-Mawasi, dopo che il suo appartamento in un grattacielo ad Al-Zahra (nel centro di Gaza) è stato distrutto. Ha vissuto per un anno e mezzo in tende affollate su un terreno sabbioso e irregolare ad Al-Mawasi, senza un accesso affidabile all’acqua potabile, ai servizi sanitari o alle strutture di base. In seguito, ha vissuto un’esperienza rivelatrice che le ha fatto capire come un maggiore sostegno umanitario potrebbe alleviare alcune delle sofferenze che i palestinesi che vivono nei campi di fortuna stanno attualmente affrontando.
Ha partecipato a un progetto gestito dal Comitato egiziano, un’organizzazione affiliata allo Stato, che ha allestito un campo organizzato per le famiglie sfollate da Al-Zahra, nella zona centrale di Gaza. Il campo ospita circa 200 tende e fornisce i servizi essenziali: l’acqua arriva in ogni tenda, ogni famiglia riceve due pasti al giorno e vengono regolarmente distribuiti prodotti per la pulizia e buoni.
Samah spiega la netta differenza tra i campi: «Anche in mezzo alla distruzione, ad Al-Zahra mi sentivo al sicuro e c’era ordine. Tutto era organizzato, le tende erano distanziate e cibo e acqua erano sempre disponibili. È completamente diverso da Al-Mawasi, dove il sovraffollamento è grave, le tende si toccano e ogni giorno lottiamo per soddisfare i bisogni primari».
LA SUA ESPERIENZA mette in luce l’importanza della pianificazione e dell’organizzazione nei campi e dimostra come replicare questo approccio in altre aree potrebbe migliorare la vita di migliaia di famiglie sfollate, invece di affidarsi a insediamenti caotici e sovraffollati che non fanno altro che aumentare le sofferenze.
La realtà nei campi informali per sfollati di Gaza dimostra che i terreni liberi da soli non sono sufficienti a garantire una vita dignitosa agli sfollati. Il grave sovraffollamento e la mancanza di infrastrutture e servizi di base trasformano questi campi in ambienti pieni di rischi per la salute e la vita. I campi organizzati, come Al-Zahra, dimostrano che anche una semplice pianificazione e l’accesso all’acqua, al cibo e ai servizi essenziali possono alleviare significativamente le sofferenze. Garantire condizioni di vita sicure e organizzate per gli sfollati non è un lusso: è un diritto umano fondamentale che deve essere soddisfatto immediatamente.

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