
LE MALETESTE
5 mag 2026
L’ombra del Fondo Nazionale Ebraico per giovani israeliani problematici inseriti nelle colonie / Aziende di telecomunicazioni israeliane perno per tracciare cittadini in oltre dieci Paesi nel mondo - 2 articoli di ELIANA RIVA
Finanzia e annetti, i giovani delle colline con i soldi del Jnf
Sulle violenze dei coloni e la pulizia etnica, l’ombra del programma del Fondo Nazionale Ebraico per giovani israeliani problematici
di Eliana Riva
ediz. 5 maggio 2026 | IL MANIFESTO
Milioni di euro, raccolti da filiali in giro per il mondo, sono stati investiti negli ultimi anni per trasferire giovani israeliani problematici all’interno delle colonie illegali della Cisgiordania occupata. Soprattutto nelle cosiddette «fattorie d’insediamento», divenute una delle forme di occupazione ed espropriazione più diffuse nella Cisgiordania palestinese.
SPUNTANO come funghi, da nord a sud, fondate da poche famiglie o, sempre più spesso, da piccoli nuclei di giovani e giovanissimi estremisti ultrareligiosi. Anche se ufficialmente non riconosciute neanche dal governo di Tel Aviv, i coloni vengono protetti dai soldati israeliani e ricevono fondi da associazioni nazionali e internazionali per dedicarsi soprattutto all’invasione di terre palestinesi.
La principale occupazione di quelli che in Israele vengono definiti «i giovani delle colline» è la pulizia etnica, il furto di bestiame dai villaggi, le aggressioni alle famiglie di pastori palestinesi, la distruzione di abitazioni e infrastrutture. Il resto del tempo lo dedicano a pascolare le capre sui terreni dei villaggi e trasformare pochi prodotti caseari che rivendono in Israele e addirittura all’estero.
I PROGRAMMI di «recupero» si rivolgono a giovani che già vivono all’interno degli insediamenti ma anche a coloro che abitano in Israele, finanziando di fatto un reclutamento di adolescenti a rischio. Abbandono scolastico, piccoli precedenti penali, famiglie difficili, sono le caratteristiche che permettono a diverse organizzazioni – molte delle quali con lo scopo dichiarato di sottrarre terra ai palestinesi – di ricevere fondi per organizzare «formazione lavorativa» e sociale nelle colonie illegali. In teoria, alla fine dei programmi di «reinserimento» i ragazzi dovrebbero ritornare alle proprie case ma nella pratica, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, molti di loro scelgono di rimanere e di dedicarsi allo sfollamento violento dei palestinesi.
A FINANZIARE i programmi è la risorsa economica più importante controllata dal movimento internazionale sionista: Keren Kayemet LeYisrael (Kkl), il Fondo Nazionale Ebraico (Jnf).
Il Jewish National Fund è nato insieme al progetto sionista, quarantasette anni prima della fondazione d’Israele, con lo scopo di acquisire terreni nella Palestina storica. Ancora oggi Kkl-Jnf raccoglie fondi globalmente attraverso filiali e organizzazioni ad esso collegate e regolarmente registrate in diversi Paesi.
In Italia la Kkl ets si presenta sul suo sito web come un ente che «investe le proprie risorse in un ampio programma ambientale, operando non solo nel Paese ma come ponte per la pace». Tuttavia, insieme ad altre, la ong israeliana Peace Now denuncia da anni il coinvolgimento del Kkl-Jnf nell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, attraverso il finanziamento di milioni di shekel per l’acquisizione di terreni tramite operazioni opache e spesso segrete. L’ente ha mantenuto in decenni un ruolo attivo nel sostegno agli sfratti delle famiglie palestinesi a vantaggio dei coloni israeliani, collaborando con gruppi estremisti per la promozione di progetti turistici e infrastrutturali discriminatori.
NELL’EDITORIALE principale del 2 ottobre 2023 Haaretz definiva, polemicamente, il Jnf il «Fondo nazionale di insediamento e annessione», specificando il continuo consolidamento del «suo ruolo di attore chiave nell’impresa degli insediamenti e nel conseguente «saccheggio e spossessamento dei palestinesi in Cisgiordania», in preparazione di una futura annessione. «Come tutti gli altri attori coinvolti negli insediamenti – si legge nell’editoriale – anche il Jnf sembra considerare leciti tutti i mezzi. E se non lo sono, lo saranno retroattivamente in futuro».
Secondo un’indagine diffusa nel 2024 dalle organizzazioni israeliane Peace Now e Kerem Navot, il Fondo nazionale ebraico ha destinato 4,7 milioni di shekel (circa 1 milione e 300mila euro) a programmi di «assistenza giovanile» negli avamposti illegali a partire dal 2021. Quasi l’intera cifra è stata devoluta ad Artzenu (la nostra terra) – l’organizzazione che ha reclutato volontari per uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania occupata – e Mateh Binyamin, che controlla le colonie nel centro della regione. Coloni armati e incappucciati indossavano magliette con i loghi di Artzenu e del Jnf durante i raid contro i villaggi palestinesi a sud di Hebron.
A SEGUITO delle inchieste delle ong, a metà aprile il Fondo ebraico ha dichiarato di aver deciso di sospendere il finanziamento ai programmi di Artzenu e Mateh Binyamin ma che continuerà a sostenere i progetti all’interno di altre «fattorie» di occupazione, come quella di Lechatchila, che toglie terra e libertà alla comunità palestinese di Wadi Qelt, tra Gerusalemme e Gerico.
L’ombra di Tel Aviv: il modello israeliano che esporta la sorveglianza globale
Un recente rapporto spiega come l'infrastruttura spyware di Israele ha trasformato i telefoni di mezzo mondo in localizzatori invisibili al servizio dei governi
di Eliana Riva
4 maggio 2026 | SUBSTACK
Il recente rapporto del gruppo di ricerca Citizen Lab svela un’architettura di controllo che partendo da Israele diventa un sistema globale. Una rete in cui l’infrastruttura di telecomunicazioni israeliana è diventata il perno per tracciare cittadini in oltre dieci Paesi negli ultimi tre anni.
Tutto parte dalla appetibilità della tecnologia militare e di spionaggio che Tel Aviv - e le sue aziende - utilizza sui palestinesi sotto occupazione e offre poi al mercato globale come già “testata” e praticamente funzionante.
Il rapporto dimostra infatti che anche il modello repressivo digitale non si limita più al controllo del territorio ma utilizza le aziende israeliane come operatori fantasma. Sfruttando le reti di società locali come 019Mobile e Partner Communications, attori legati alla sorveglianza governativa sono riusciti a geolocalizzare obiettivi in tutto il mondo. Anche se le aziende coinvolte negano responsabilità, i dati mostrano che gli indirizzi digitali registrati in Israele sono stati il punto di partenza per centinaia di richieste di tracciamento illegittime.
Le aziende al centro di questo mercato sono l’estensione commerciale della dottrina di sicurezza nazionale che accede a qualsiasi sfera della vita per controllare, gestire, accusare, ricattare e controllare.
Società come Rayzone e Cognyte (già Verint) sono i nomi ricorrenti in questa indagine: vendono tecnologie capaci di fingersi operatori telefonici e penetrare nei sistemi mobili di mezzo mondo.
Attraverso lo sfruttamento di vecchi protocolli di comunicazione - originariamente nati per far funzionare il roaming internazionale - queste realtà trasformano un servizio civile in un’arma di spionaggio globale. Il prodotto di punta, come lo strumento SkyLock venduto fino nella Repubblica Democratica del Congo, permette di localizzare chiunque, ovunque, partendo da una base operativa israeliana.
Il modello di controllo è diventato un bene di esportazione pregiato, richiesto da governi che vanno dalla Thailandia alla Norvegia, dal Sudafrica alla Malesia.
Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2025, sono stati registrati oltre 500 tentativi riusciti di tracciamento metodico che hanno seguito gli spostamenti di singoli individui, come un uomo d’affari mediorientale monitorato costantemente. Questo sistema dimostra come la capacità di controllo sviluppata internamente da Israele sia diventata una merce globale, capace di infiltrare anche le moderne reti 4G e 5G che, in teoria, avrebbero dovuto garantire maggiore privacy.
Attraverso il cosiddetto “SIMjacking”, il telefono riceve un messaggio di testo nascosto, un comando silenzioso che impone alla scheda SIM di inviare la propria posizione geografica ai server dei sorveglianti. L’utente non vede nulla: non c’è notifica, non c’è traccia nei registri. L’aggressione digitale non lascia impronte e trasforma lo smartphone in un localizzatore al servizio di agenzie governative straniere.
L’evoluzione di queste operazioni mostra, inoltre, un adattamento costante. Solo negli ultimi due anni sono stati identificati più di 15.700 tentativi di tracciamento tramite queste falle delle schede SIM. Mentre le istituzioni internazionali faticano a porre un freno a questo traffico - con i legislatori britannici che hanno solo recentemente vietato alcune di queste pratiche - l’industria della sorveglianza israeliana continua a prosperare, dimostrando che il controllo dei dispositivi non è solo una questione di sicurezza interna, ma un pilastro dell’influenza geopolitica e tecnologica di Israele nel mondo.
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