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KENYA. Mutilazioni genitali e la Resistenza delle Masai

LE MALETESTE

17 gen 2026

Dal 2022 una legge le proibisce, ma adesso lo fanno in segreto e in aree rurali lontane dalla città, anche con bambine molto piccole, di sei o sette anni - ANGELO FERRACUTI

Le mutilazioni genitali contro le donne sono ormai vietate per legge, ma spesso la pratica continua nell'ombra, clandestinamente


di Angelo Ferracuti

NAROK (KENYA)

edizione del 17 gennaio 2026


Seduti all’aperto intorno a un tavolino a bordo piscina dell’hotel Mara Frontier, Pauline Naini, vestita in abiti tradizionali, intorno al collo una collana di perline colorate, mi racconta che viene da una famiglia «Masai-Masai» come la definisce, di un villaggio di Narok Ovest: «ho subito quella cultura sin da quando ero bambina, e oggi lotto per i diritti delle donne del mio popolo».


Attualmente fa sensibilizzazione comunitaria per combattere le mutilazioni genitali, i matrimoni precoci e la violenza di genere all’interno di un progetto promosso da We World e finanziato da AICS, l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. «La mutilazione, il taglio, è il primo passo della violenza, la volontà di controllare la sessualità femminile, dopo diventi donna, devi sposarti e fare figli, se la eliminiamo riduciamo tutto il resto,» afferma, «le decisioni nella società Masai le prendono i maschi, e dopo il taglio è anche difficile avere un parto sano, la mortalità dei bambini una volta era altissima, perché portavano via tutto, rimaneva solo un buco» afferma con durezza, «sostenevano che purificava e metteva la donna in pace con i suoi antenati» dice sarcastica.


Mi racconta quando è toccato a lei, stesa su un letto sporco di una casa di fango e piena di polvere, «hanno preso un coltello, si, proprio così, e mica li sterilizzavano» dice senza finire la frase. Dopo ci guardiamo negli occhi e restiamo in silenzio, poi Pauline cambia discorso.


In Kenya dal 2022 c’è una legge dello stato che vieta la mutilazione genitale, «non è più vista come una pratica culturale ma come una violazione dei diritti umani, e insieme a tutti i nostri progetti di sensibilizzazione ha dato dei risultati. Nella contea di Narok nel 2014 l’incidenza era del 78%», sostiene, «nel 2022 è scesa al 51%, quindi dobbiamo insistere, stiamo lavorando alla stesura di una dichiarazione da parte degli anziani e dei leader delle comunità che dica che i Masai rifiutano questa pratica». In molte chiese si fanno già dei riti alternativi inventati da chi capisce l’importanza di un rituale di passaggio, «ma che sia liberatorio e gioioso, non violento!».


Anche nella Naysoia Comprehensive School, come racconta Chemutai Lenhai, insegnante di swahili e storia, si affronta il problema: «anche se è vietato dalla legge alcuni lo fanno in segreto o ricorrono a professionisti specializzati, molte ragazze a quattordici anni hanno già un figlio, e succede che si confessano con me perché non vogliono fare l’infibulazione, una è scappata di casa, siamo andati a parlare con i genitori». Molte di loro adesso si ribellano, «il mio sogno è che le ragazze possano studiare, educarsi, trovare lavoro, e che il lavoro sia il loro primo marito» dice questa donna alta dai capelli neri.


Seema è una giovane attivista che studia alla Nasoya, parla a voce bassissima, organizza riunioni dove spiega ai suoi coetanei perché non si deve accettare di sottoporsi a questa pratica, «il fatto che sia scritto nella costituzione del Kenya che la mutilazione genitale è illegale, è uno dei motivi che mi ha spinto a schierarmi qui a scuola e anche nella mia comunità», dice fiera, «i rischi per la salute sono molto alti, soprattutto durante il parto, ma quando ne discutiamo alcune ragazze invece dicono che è una buona pratica, mentre altre sono contrarie. Quelle che l’hanno subita raccontano che è molto doloroso e si sono pentite». Molte di loro hanno paura di mettersi contro la famiglia o di essere rimandate a casa dopo il matrimonio. Nella sua famiglia sono tutti contrari, «i vecchi sono morti» dice, «prima o poi tutto questo finirà».


Nel pomeriggio l’autista mi accompagna in un villaggio Masai. Usciti dal centro di Narok ci troviamo una radura immensa che allarga verso l’orizzonte, la terra gialla sabbiosa punteggiata a tratti da acacie e sempreverdi, e dopo aver attraversato una strada dritta e lunghissima arriviamo a destinazione. Dopo aver fatto le presentazioni, ci accomodiamo nella manyatta rabbuiata, c’è solo una piccola fenditura, lo fanno per evitare che gli animali feroci possano entrare. Dentro ci sono dei cantucci dove dormono, in mezzo una pietra incavata per cucinare, sopra un tetto di giunchi. In questo luogo angusto con un forte odore di cenere e fumo, la notte dormono anche i cuccioli di animali per paura dei predatori.

Nalotwesaa avvolta nello scialle tradizionale parla con dolcezza: «questa è la mia casa, mi occupo del bestiame, vendo il latte, lavoro con le perline, quando ero giovane non avevo molta scelta, mia madre e mia nonna avevano subito il taglio, ho dovuto farlo, era visto come un atto di coraggio, ma adesso non voglio che le mie figlie la subiscano, possano per questo morire di parto».


Sono seduto di fronte a queste donne, non devo chiedere niente, dire niente, solo ascoltare i loro racconti.


Anche Juliet vuole parlare: «nelle nostre comunità a dodici anni sei costretta a fare il taglio, quando hai finito ti dicono Alzati, che adesso sei una donna! E tu ti devi alzare e nonostante il dolore, sei pronta – secondo loro – a fare sesso, hai solo dodici anni ma sei una donna, le ragazzine diventano presto madri, e durante il parto la vagina non si dilata, si strappa» dice alzando il tono della voce, «perde sangue, il bambino non riesce a uscire, puoi morire dissanguata».

Quando rivive questa cosa e ne parla sente delle emozioni forti, la prima cosa che ricorda è il dolore, «è fortissimo, urlavo, piangevo mentre le altre donne mi tenevano stretta, ero costretta a subire quella violenza». Se ti ribellavi, racconta Juliet, «la famiglia ti disconosceva, rimanevo da sola, orfana in tutti i sensi, non ti potevi più sposare, la tua vita finiva».


Arrivano altre donne, adesso sono tutte in circolo e hanno voglia di raccontare, vedo i volti in penombra, le maschere dei visi, gli occhi, le labbra che si muovono. Anche Meliyo l’ha subita, «questa pratica fa parte della nostra cultura, non mi va che le nostre pratiche siano regolamentate dal governo» sostiene, «non lo farò ai miei figli solo perché ho paura che mi scoprano e di finire in galera».


Rita Lankas è una assistente sociale volontaria, ha i capelli ricci neri e anche lei indossa gli abiti tradizionali, una capulana gli copre le spalle, quando prende la parola dice che lavora nell’ospedale del villaggio e tiene lezioni di educazione nelle scuole per il progetto di We World.


Adesso lo fanno in segreto e in aree rurali lontane dalla città, anche con bambine molto piccole, di sei o sette anni, «se non lo fai per la comunità non sarai mai una vera donna, la gente non mangerà il tuo cibo», sostiene, chi si ribella a volte dopo è costretta dalla famiglia, dalla stessa madre o dalla zia, dalle sorelle, «allora il taglio è così profondo che dopo non riescono più a camminare, devono stare molte ore distese, finiscono di vivere».


Così come molti parti ormai vengono fatti nelle case perché negli ospedali i medici si accorgerebbero delle violenze subite.

Rita ascolta le loro storie, storie di sofferenza e paura: «molte ragazze dopo aver subito il taglio si sentono mutilate, hanno problemi mentali, attacchi di panico, restano ferite, ferite per sempre».



Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/kenya-il-taglio-e-la-resistenza-delle-masai) - 17 gen. 2026

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