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KURDISTAN. Le donne del Rojava che difendono la rivoluzione curda

LE MALETESTE

14 set 2026

"Non vogliamo la guerra. Ma se sarà necessaria, siamo qua. Pronte a farla di nuovo" - interviste a cura di MONICA CILLERAI

di Monica Cillerai

13 Settembre 2026 - 16:00 | L'INDIPENDENTE


Centinaia e centinaia di occhi sembrano guardarci. I martiri delle YPG e YPJ riposano in un enorme cimitero all’ingresso di Kobanê, una delle città-fortezza dei curdi della Siria del Nord-Est. Sulle lapidi, solo una foto: giovani uomini e donne, in divisa militare, posano per l’ultimo scatto. Dietro, il nome, e la data della loro scomparsa.


Su alcune tombe al posto dei volti c’è un fiore rosso: sono i morti senza nome, i caduti per la libertà non identificati.  In alto, sventola la bandiera del Rojava, il progetto politico che ha fatto sognare giovani e meno giovani di tutto il mondo. Ma che da gennaio di quest’anno ha subìto una svolta epocale. 


Il modello che ha retto il Nord-Est della Siria per oltre un decennio si fonda su una scommessa radicale: scardinare la logica tradizionale del potere sottraendolo ai palazzi, per restituirlo direttamente alla base. È il confederalismo democratico, l’impianto politico ispirato dallo storico leader curdo Abdullah Öcalan a partire dalle idee del filososo anarco-socialista Murray Bookchin che ha trasformato il Rojava (DAANES – Democratic Autonomous Administration of North and East Syria) in un esperimento di democrazia diretta unico al mondo. Un sistema strutturato su tre pilastri rivoluzionari: l’autogoverno comunitario, l’ecologia sociale, e la liberazione della donna, intesa come precondizione indispensabile per abbattere ogni autoritarismo.


Questa rivoluzione concreta, che per dodici anni ha mostrato la crisi dello Stato-nazione classico proponendo un’alternativa possibile, si trova però davanti al suo momento più buio. Da gennaio di quest’anno, il processo di integrazione imposto con le armi dal governo centrale siriano minaccia di affossare l’autonomia curda e la rivoluzione che porta con sé, riportando la regione sotto il controllo verticista di Damasco. 

«Questa è la tomba di Salih Muslim, e questa di suo figlio Shervan. Aveva 22 anni quando l’hanno ucciso», racconta Estêre, una giovane curda di Kobanê che sarà la nostra accompagnatrice e traduttrice. «Combatteva nelle YPG (le Unità di protezione popolare, NdA) per difendere la regione dallo Stato Islamico nel 2013». Salih Muslim è stato uno dei più importanti politici e leader curdi: tra i fondatori del PYD, il Partito dell’Unione Democratica, ha ricoperto un ruolo centrale nella transizione istituzionale della Siria settentrionale verso il modello di confederalismo democratico a partire dal 2012. Facciamo tappa al cimitero prima di andare a intervistare sua moglie, Ayse Efendi, una donna che ha sacrificato buona parte della sua vita e della sua famiglia per la causa curda e la lotta per il Rojava. 


L’arrivo a Kobanê è stato più facile del previsto: un paio di check-point, uno dell’esercito siriano e l’altro delle SDF, qualche domanda ma forse più per prassi che per reale interesse. Ed eccoci in Rojava, o meglio: ciò che resta di quel territorio autonomo che aveva conquistato la sua autonomia durante la guerra civile siriana a partire dal 2012.


Il fatto che siamo entrati in un territorio curdo è chiaro: bandiere delle YPG/YPJ sventolano su cartelli con le foto dei martiri; scritte in curdo, Jin, Jîyan, Azadî, il famoso slogan “donna vita libertà” risplende sui muri. È la polizia curda, gli Asayish, insieme ai membri delle SDF, le Syrian Democratic Forces, le forze di difesa del Rojava nate nel 2015 e che comprendono sia curdi sia arabi, che pattuglia le strade e controlla i check-point. Nel centro di Kobanê vedo anche due macchine della polizia siriana: il territorio ormai è condiviso, entrambe le forze militari sono presenti. Ma sembra chiaro che gli Asayish rimangono maggioritari nell’area. 



Ayse Efendi, la madre di Kobanê 

Ayse Efendi ci accoglie in casa con un caffè e un succo di frutta. È uno dei nipoti più giovani, un ragazzino di 10-12 anni che ci serve mentre ci accomodiamo in salotto. Sulla parete, la foto del marito recentemente scomparso e del figlio martire. «Avevamo un progetto, una speranza. Siamo curdi, arabi, musulmani, cristiani; il nostro progetto è che potevamo avere un sistema tutti insieme, incontrarci, organizzaci. Per questa idea molte persone sono morte. E ora rischiamo di dover ricominciare tutto da capo». 


Ayse è una delle leader del movimento delle donne in Rojava. È appena tornata da un villaggio nella campagna di Kobanê, dove è andata a discutere con un gruppo di donne del posto. 

«In questi anni sono morti migliaia dei nostri figli per difendere questa terra e questo progetto. Non li dimenticheremo e non ci arrenderemo. Non tradiremo mai la loro morte», continua. 

La donna, tra i 65 e i 70 anni, da decenni lavora per la causa curda e per la costruzione di un Rojava autonomo e libero. Ma il suo viso mostra preoccupazione e stanchezza a causa degli eventi del gennaio 2026 e le conseguenze degli attacchi di Damasco. Oltre che al dolore per la morte del marito e compagno. 


«Nel 2014 l’ISIS ha conquistato l’80% di Kobanê; poco dopo, ce lo siamo ripreso. E abbiamo costruito istituzioni, autonomia, educazione, sanità. Combattiamo da sempre, e per 12 anni abbiamo controllato il territorio, l’economia, oltre ad avere un esercito. Se vogliono che rinunciamo a tutto, non hanno capito che è impossibile». 


Ayse racconta del suo periodo trascorso in prigione sotto Assad, e del grande cambiamento messo in moto dalle donne negli ultimi 15 anni. Per lei la questione femminile è una delle linee rosse che non è disposta a varcare per andare incontro alle volontà di Damasco. Piuttosto, si torna in guerra. 

«Vogliamo i nostri diritti scritti nero su bianco, nella Costituzione. Devono riconoscere la nostra lingua, i nostri sistemi educativi, le nostre università. I diritti delle donne e la loro autonomia», afferma senza esitazioni. «Le donne, durante il regime di Assad, non avevano nessun diritto. Il curdo era proibito, non potevamo avere un nome curdo, una carta d’identità curda, era proibita la scuola curda, festeggiare il Newroz (la festa curda del 21 marzo, NdA) era vietato… Io sono stata rapita e detenuta per un anno nelle prigioni di Assad, perché lavoravo in politica». Torna a offrirci dei dolci fatti in casa. «Abbiamo fatto molto, dal nulla, fino a raggiungere ciò che abbiamo oggi. Moltissimi hanno dato la vita e sono stati uccisi, uomini e donne. Il governo siriano ci ha attaccato a gennaio e ha preso molti territori che prima controllavamo. Ha ucciso centinaia dei nostri figli e figlie e ne ha imprigionati altrettanti. Siamo scesi a patti con Jabhat al-Nusra, quelli che hanno ucciso mio figlio e che oggi sono al governo della Siria. Noi curdi accettiamo l’integrazione, siamo stanchi della guerra, come tutti gli altri siriani. Ma integrazione, non assimilazione. L’uguaglianza tra uomini e donne, i diritti che ci siamo conquistate, così come la lingua ed educazione curda sono fondamentali». 


Ayse non se n’è mai andata da Kobanê, nemmeno quando la città era sotto assedio da parte dell’ISIS nel 2015. Ricorda anche la Night of Treachery, la notte del massacro di Kobanê, il 25 giugno 2015, quando circa 260 persone furono uccise dai miliziani dell’ISIS sulla porta delle loro case, perché curde. Il massacro di quella notte fu una delle pagine più nere vissute dai curdi della città. «Non ci arrenderemo. Arrendersi, significa morire. Abbiamo smesso di combattere, ma agiamo sul piano politico. La lotta non è ancora finita». 


Il Rojava che resiste 

La città di Kobanê ha sofferto molto: si dice che ogni casa ha almeno uno o due martiri, e che tra il 50 e il 70% delle abitazioni furono distrutte durante la guerra con lo Stato Islamico. Pochi chilometri più in là, inizia la Turchia, il nemico forse per eccellenza dei curdi. Mentre andiamo alla Casa dei Martiri, una istituzione curda che si prende cura e sostiene i famigliari delle vittime uccise nel conflitto, ci fermano a un posto di blocco. Sono i combattenti delle SDF, che di fatto controllano ancora la maggior parte delle regioni di Kobanê, Hassaké e Qamişlo. «Avanti compagno, continua così», gli dice l’autista in curdo abbassando il finestrino prima di continuare il cammino. 


«Vedi, questa è una delle differenze tra il nostro sistema organizzativo e quello della Siria di Damasco. Le nostre forze di difesa le chiamiamo “heval”, amico, compagno. Da quando le forze legate ad al-Shara’ (Ahmad Husayn al-Shara’, noto anche con lo pseudonimo di Abū Muhammad al-Jawlānī) hanno preso il potere, si fanno chiamare sheikh, un termine religioso che illustra il sistema islamico che vogliono costruire e che noi non vogliamo», mi spiega Estêre, la mia traduttrice. 


Arriviamo; ad accoglierci è Mustafa Eto, 56 anni, rappresentante della Casa dei Martiri. Come ogni dipendente dell’istituto, ha perso qualcuno della sua famiglia. «Mia sorella era una soldatessa delle SDF. È morta per difenderci», ci spiega sottolineando che: «Noi continuiamo quella lotta». 

Mustafa spiega come funziona l’istituto: qui supportano i figli dei martiri e i partner rimasti soli. Pagano l’istruzione dei bambini, affitti o case, a seconda delle necessità e delle possibilità economiche degli interessati. Arriva una donna, è lei a mostrarci la “sala dei martiri”, con le foto di tutti i caduti. Non ci dice il suo nome. Lei ha passato 35 anni in montagna, a Qandil, come combattente del PKK. Aveva 17 anni quando si è unita alla lotta armata; ora ne ha 54, ed è tornata da circa un anno a Kobanê. «Ho conosciuto molti stranieri in questi anni che si sono uniti alla nostra battaglia. Perché il progetto del Rojava non è solo per i curdi, ma è un esempio per tutti», spiega con un sorriso calmo. «Almeno 97 di loro sono morti con noi sulle montagne. Ma per noi non erano stranieri, erano curdi». La donna accenna a una delle basi del confederalismo democratico per la quale si sono battuti. «Noi siamo contro l’idea di Stato, qualunque sia. Noi siamo per la comunità di persone, come teorizza Öcalan. Cerchiamo di non essere piramidali; ogni comunità si organizza in maniera indipendente, ma insieme. È molto diverso da come funziona uno Stato, con i ministri, etc. Forse prenderà molto tempo, ma questo è il cammino che abbiamo intrapreso». E conclude: «Uno stato senza comunità non è uno Stato. Se la comunità è forte, si difende. O ci devono uccidere tutti». 

La ex combattente ci accompagna in un’altra stanza, piena di gente. Stanno discutendo. Una donna ci vuole raccontare la sua storia. Jamila Khalil ha 45 anni, quattro figli. È vedova. È lì per chiedere supporto alla comunità di Kobanê. La donna è stata buttata fuori da casa sua, a Raqqa, a febbraio di quest’anno. Perché è curda e lavorava per le SDF. È di questo che discutono; Jamila spiega che questa dinamica si sta ripetendo in più quartieri della città: dopo che le SDF sono state mandate via, la nuova amministrazione sta cercando di spingere i curdi ad andarsene da Raqqa. Soprattutto chi lavorava nell’amministrazione precedente della città. «È una decisione politica, per cambiare demograficamente l’area» afferma. Parla anche di una strada, al-Andalus street, soprannominata “la strada dei curdi” perché ci vivono soprattutto famiglie curde. Ora la nuova amministrazione cittadina afferma che il quartiere è illegale, e lo vogliono demolire. Si tratta di circa 3200 case, in una città dove le ferite della guerra e la devastazione delle bombe sono ancora ben più che visibili. «Cosa dovrei fare? Ora vivo in una scuola qui a Kobanê. E non mi lasciano nemmeno riprendere le mie cose da casa». 


L’attacco della Siria e i compromessi per la pace 

Il progetto politico del Rojava è nato concretamente sfruttando l’indebolimento del regime di Assad nel 2012. Ora, deve sopravvivere al cambio regime e al nuovo governo di al-Shara’. 

Il 10 marzo 2025 le SDF e il governo centrale siriano avevano stretto un memorandum il cui obiettivo era l’integrazione delle strutture civili e militari curde all’interno delle istituzioni ufficiali della “nuova” Repubblica Araba di Siria, rifiutando di fatto una divisione territoriale del Paese.

 

Ma il memorandum – data la mancanza di fiducia dei curdi verso il potere centrale e le diverse prospettive sulle questioni legate alle SDF e all’autonomia territoriale – non era stato implementato. 

Il 6 gennaio 2026 è iniziata l’offensiva di al-Shara’: i due quartieri curdi di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono stati assediati e poi conquistati dall’esercito di Damasco. Centinaia di combattenti curdi sono stati uccisi o arrestati. Pochi giorni dopo l’esercito siriano ha continuato il suo attacco per assorbire sotto il controllo del potere centrale le regioni di Deir el-Zor e Raqqa, mandando via le SDF dal territorio. E portando avanti una sorta di esodo forzato che ancora oggi è in corso. 


Il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, ha firmato il 30 gennaio un accordo di cessate il fuoco; di fatto circa l’80% dell’Amministrazione Autonoma Democratica del NordEst della Siria (DAANES) – territorio noto come Rojava – è stato ceduto al potere centrale. L’accordo sancito segna in teoria la fine del progetto autonomo del Rojava, anche se alcuni territori restano tuttora sotto il controllo delle SDF e numerose istituzioni curde – come le Case dei Martiri – non sono state smantellate. Al-Shara’ ha concesso diritti civili ai curdi come il riconoscimento della lingua e dell’educazione in curdo, il ritorno dei profughi nelle aree occupate come Afrin, la garanzia di una rappresentanza nazionale curda nello Stato siriano.


Ma sul territorio regna l’incertezza e la tensione è palpabile. Molti non sembrano né convinti né felici dell’accordo stipulato, e non si fidano del governo di al-Shara’. Soprattutto i membri delle YPJ, le combattenti curde delle Unità di Protezione delle Donne che non hanno intenzione di rinunciare ai diritti conquistati combattendo. L’assorbimento delle SDF all’interno del Ministero della Difesa di Damasco è infatti forse l’aspetto più delicato del cessate il fuoco. Per evitare lo smantellamento totale, il comandante Adbi ha negoziato una formula di integrazione semi-autonoma. È stata avviata la creazione di una divisione militare speciale composta da quattro brigate di ex combattenti curdi (YPG/YPJ e SDF), che rispondono a Damasco. Sul tavolo dei negoziati, tuttavia, pesa il rifiuto del governo siriano di accettare le unità femminili all’interno dell’esercito regolare, nel tentativo di confinare le donne a ruoli puramente amministrativi o civili. Nonostante l’accordo, il futuro non è ancora chiaro. 


Le YPJ: i diritti delle donne, una linea rossa 

Ad Hassaké ci porta un autista delle SDF. Stiamo andando a incontrare la portavoce delle YPJ, la divisione di autodifesa curda delle donne. Ma quando arriviamo nel luogo di incontro – una sorta di caserma militare – a incontrarci è la comandante capo delle YPJ, Rohilat Afrin.

45 anni, originaria di Afrin, si è unita alle YPJ quando aveva 27 anni. Sono quasi 20 anni che combatte. Le chiedo come ha iniziato. Rohilat racconta che quando era giovane c’era un gruppo che chiamavano “gerila”, ed erano tutte donne. I suoi genitori le avevano spiegato che loro combattevano per la libertà, per i diritti e per la dignità di tutti i curdi. Lì aveva iniziato a capire che c’era qualcosa di più grande che la propria vita e carriera. «Noi ci sentiamo molto orgogliose di combattere. Abbiamo preso tutte le conoscenze delle donne, e le abbiamo messe al servizio della lotta per la liberazione». 

Rohilat è una donna molto rispettata e conosciuta. Divisa militare, sguardo profondo, è forse tra le rappresentanti curde che incontro che dà le risposte più chiare alle mie domande. «Quando sono iniziati i combattimenti nei quartieri di Aleppo, il mondo ha chiuso gli occhi. Chi prima ci aveva aiutato ci ha tradito. È iniziato un genocidio contro i curdi supportato dalla Turchia. Per questo abbiamo iniziato il discorso dell’integrazione. Ma il concetto va definito: tutti dobbiamo avere quello per cui abbiamo lottato. Abbiamo passato 15 anni di guerra per raggiungere questo livello. Vogliamo avere qualcosa dopo tutta questa sofferenza. Non solo per noi, ma per tutti i siriani», dice. 

«In Siria ci sono cristiani, turcomanni, alawiti, drusi, curdi. Diversi tipi di persone, e il governo ha fatto di tutto per dividerci e metterci gli uni contro gli altri. Per il governo “integrazione” significa “assimilazione”, scomparire. Ma per noi significa “far parte”, assieme. Non possono negare la nostra esistenza, la nostra lingua, cultura. Vogliamo che tutti i nostri diritti siano scritti nella Costituzione». Poi affronta la questione delle donne e dell’integrazione militare. «Le YPJ hanno lottato per anni contro l’ISIS, molte donne sono state uccise. In nome di quelle donne, lottiamo per la nostra esistenza, per l’esistenza di tutte le donne in Siria e nel mondo». Prosegue, dopo un respiro profondo. «Noi rimarremo qui. Per anni siamo state qui, lottando. Questo governo ha un pensiero islamico, e non c’è spazio per le donne. Ma devono ascoltarci. Dobbiamo costruire la nuova Siria assieme, con questa esperienza. Noi non vogliamo dividere la Siria, ma vogliamo una Siria nuova in cui ci siamo anche noi. Se non si fa questo, avremo guerre in continuazione». Per concludere spiega: «Parliamo di 15 anni. Forse possono cambiare il nome, ma non il senso di questa rivolta. Non finirà: continueremo a esistere. Il governo deve accettare la nostra presenza come YPG/YPJ. Noi vogliamo la pace. Dobbiamo essere partner, anche nelle nostre istituzioni. Non possono negare l’identità curda. Ma se lo faranno, sarà un problema».


La rivoluzione delle donne del Rojava è conosciuta in tutto il mondo. Le immagini delle combattenti delle YPJ che combattono l’ISIS, che difendono Kobanê e Afrin, hanno mostrato un movimento radicato e forte, che non ha nessuna intenzione di scomparire. Roksan Muhamad è la portavoce delle YPJ. 38 anni, anche lei è originaria di Afrin. Aveva studiato legge all’università di Aleppo prima di unirsi alla resistenza armata. Anche per Roksan il rispetto dei diritti delle donne è una linea rossa che non va varcata. Pena, il ritorno in guerra. «Gli stereotipi dicevano che le donne non potevano combattere e fare politica. E invece eccoci qua. Abbiamo protetto questa regione e tutta la Siria da Daesh (lo Stato Islamico, NdA), per preservare la libertà, e non solo dei curdi. E ora questo governo non vuole dare niente alle donne: non ci sono donne nel sistema attuale. Come donna, ho paura. Perché in questa “nuova” Siria, la donna scompare. La Costituzione è la stessa della Siria di Assad. Le donne non avevano nulla, e così è ora. Parlano di nuova Siria: ma senza donne, cosa ci sarà di nuovo?». E continua: «Noi rimarremo qua, non ce ne andremo. Noi donne ci preserveremo. Scrivendo, facendo politica, imbracciando le armi. Senza paura. Le YPJ hanno piantato un seme; abbiamo costruito un sistema che non si può ignorare. Nessuno può dimenticare cosa abbiamo fatto». Si ferma un attimo, va a cercare dell’acqua. Io mi accendo una sigaretta. È chiaro che le YPJ non hanno intenzione di scomparire, anzi. Esistono e continueranno a esistere. Lo scontro è ideologico molto più che fisico. Per ora. 

«Se questo governo non accetta le donne, è un problema. Abbiamo iniziato a combattere, abbiamo perso i nostri figli, lavorato, fatto politica. Dopo tutto questo, nessuno ci può dire “stai a casa”. Puoi togliere lo spirito di qualcuno dopo che ha iniziato a vivere? Noi stiamo lavorando per non avere una nuova guerra, per mantenere la pace e costruire la società. Non vogliamo la guerra. Ma se sarà necessaria, siamo qua. Pronte a farla di nuovo». 



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