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PALESTINA. L'ANP si piega alle minacce degli USA. Per l'ennesima volta

LE MALETESTE

24 mag 2026

Fino ad ora Israele ha considerato l’ANP un utile strumento per l’occupazione, ma oggi l’Anp non serve più neanche a Tel Aviv - ELIANA RIVA

Secondo l'NPR, Abu Mazen ha ceduto al ricatto di Washington, ordinando all'ambasciatore palestinese all'Onu di ritirare la candidatura per la vicepresidenza



di Eliana Riva

23maggio 2026 ! SUBSTACK


La notizia - diffusa da NPR - del ritiro della candidatura dell’ambasciatore palestinese Riyad Mansour alla vicepresidenza dell’Assemblea Generale Onu, avvenuta sotto le pesanti minacce degli Stati Uniti, conferma la rassegnazione di una leadership che ha barattato la dignità nazionale con la sopravvivenza burocratica.


L’ennesimo atto di un copione già letto, l’immagine vista e rivista di una subalternità che non porta alcun vantaggio alle rivendicazioni palestinesi. Washington aveva minacciato di revocare i visti ai diplomatici palestinesi, impedendogli di giungere al Palazzo di vetro. E di non intercedere per sbloccare il trasferimento delle entrate fiscali rubate da Israele, che rappresentano il 60% del bilancio dell’Autorità Nazionale Palestinese - cosa che Washington non farà in alcun caso.


In un telegramma riservato inviato ai diplomatici statunitensi a Gerusalemme, Washington ha chiesto di far pressione sull’ANP per scongiurare che una delle 21 vicepresidenze previste all’ONU venisse assegnata all’ambasciatore palestinese Riyad Mansour. Di fronte a questo ricatto, l’amministrazione di Ramallah ha chinato il capo, proprio come aveva fatto lo scorso febbraio rinunciando alla presidenza dell’Assemblea, obbedendo di buon grado agli ordini della Casa Bianca.


Questa attitudine alla resa non è certo una novità, ma una costante patologica della presidenza di Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Nel 2009 il mondo restò attonito quando l’ANP decise di affossare il Rapporto Goldstone, che documentava i crimini di guerra israeliani commessi durante l’operazione “Piombo Fuso”, in cambio della vaga promessa statunitense di riprendere i negoziati di pace. Quei negoziati, come sappiamo, non portarono a nulla se non a un ulteriore radicamento dell’occupazione, ma Abbas scelse comunque di tradire le aspettative del suo popolo pur di apparire come un “partner affidabile” agli occhi dell’Occidente.


Oggi, la storia si ripete con la stessa tragica prevedibilità, come se il genocidio di Gaza non esistesse, come se l’annessione della Cisgiordania non avvenisse sotto gli occhi del mondo: Ramallah cede su tutto, dalle cariche simboliche alle vie legali internazionali, per compiacere un’amministrazione americana che, con Donald Trump, non fa mistero di voler liquidare definitivamente la questione palestinese.


La leadership di Ramallah cerca legittimazione nelle cancellerie straniere come rappresentante del popolo palestinese ma ha perso ogni contatto con la realtà del terreno e con il sentimento della propria popolazione. Il deserto politico creato ad arte durante le ultime elezioni amministrative ha fatto in modo che Fatah corresse praticamente da sola in molte città, perché le altre fazioni hanno boicottato un voto svuotato di ogni significato democratico.


L’Anp ha imposto ai candidati il riconoscimento di Israele e degli accordi di Oslo, trasformando le urne in un test di fedeltà a un sistema che la maggioranza dei palestinesi considera ormai un sussidiario dell’occupazione. Persino l’ottavo congresso di Fatah, svoltosi recentemente a Ramallah, non ha prodotto alcuna svolta, limitandosi a blindare Abu Mazen, leader del partito da 20 anni, e a promuovere figure come Majid Faraj, capo dei servizi segreti e uomo di fiducia degli apparati di sicurezza americani e israeliani.


Mentre Abbas si circonda di fedelissimi e promuove persino il figlio Yasser nel Comitato Centrale, la sua popolarità è ai minimi storici, con oltre due terzi dei palestinesi che ne chiedono le dimissioni.


Il popolo vede in Marwan Barghouti, il prigioniero più votato al congresso nonostante la detenzione, l’unica alternativa credibile a una leadership inerte di fronte alla demolizione sistematica delle case, alla costruzione degli insediamenti e alle violenze quotidiane dei coloni.


L’Anp assiste impotente a questo scempio, limitandosi a ripetere stancamente formule vuote sulla “soluzione a due stati” mentre Israele agisce sul campo per renderla fisicamente impossibile. Questa ostinazione sulla via negoziale, in assenza di una controparte disposta a trattare, appare ormai come un mero esercizio di sopravvivenza per una casta che teme più la perdita dei propri privilegi che la fine del sogno nazionale. Senza contare che il diktat statunitense di evitare “l’internazionalizzazione” delle rivendicazioni per perseguire solo il percorso negoziale guidato proprio dagli USA, non ha dato alcun risultato positivo.


Fino ad ora Israele ha considerato l’ANP un utile strumento per l’occupazione, non solo un “partner” per gli accordi di sicurezza, ma anche un elemento utile a fingere disponibilità di contrattazione mentre avanzava indisturbato l’occupazione. Ma oggi l’Anp non serve più neanche a Tel Aviv.


La destra israeliana al governo non sente più il bisogno di fingere e vede l’Autorità solo come un ingombro di cui liberarsi completamente. L’occupazione preferisce il controllo diretto e brutale, come dimostrano i raid continui in Cisgiordania e il blocco dei fondi fiscali, lasciando Abbas e i suoi diplomatici a mendicare visti e prebende in una New York che li ignora.

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