
LE MALETESTE
16 gen 2026
La popolazione di due quartieri di Aleppo è stata assalita, bombardata e costretta all'evacuazione anche da una divisione -Amshat- dell'Sna, fazione dell'Esercito Nazionale Siriano affiliato alla Turchia - DANIELA GALIE'
Il racconto di una sfollata dai quartieri curdi della città durante i durissimi scontri tra l'esercito siriano e le forze di sicurezza interne. Il collasso dell'accordo del primo aprile ha aperto la strada agli uomini di al-Sharaa e della Turchia
16 gennaio 2026
Haifa Mohammed ha 44 anni. È una delle tante persone costrette ad abbandonare Aleppo a causa dell’intensificarsi degli attacchi contro i quartieri curdi della città. «Vivevo ad Aleppo da otto anni, dopo essere stata sfollata da Afrin. Io e la mia famiglia vivevamo ad Ashrafiyah».
QUESTO QUARTIERE, insieme a Sheikh Maqsoud, è da tempo uno dei principali luoghi di insediamento delle persone espulse da altre aree della Siria del Nord, in particolare da Afrin dopo l’occupazione turca del 2018. Un quartiere a composizione demografica mista, organizzato secondo le strutture civili dell’Amministrazione Autonoma (Daanes).
«Negli ultimi mesi i due quartieri sono stati colpiti da attacchi sporadici. Ogni volta venivano difesi dalle Forze di Sicurezza Interna». Quegli episodi hanno preceduto l’attuale escalation, iniziata il 6 gennaio, caratterizzata da una progressiva intensificazione della violenza che, nelle ultime settimane, è passata da incursioni intermittenti ad attacchi sistematici, rendendo la permanenza nei quartieri sempre più insostenibile per molte famiglie. «Questa volta l’attacco è stato su larga scala: artiglieria, carri armati, droni, cecchini».
Il ministero della difesa del Governo di transizione siriano dichiara le «posizioni» delle Sdf, le Forze della Siria Democratica, obiettivi militari legittimi. Secondo la Daanes è invece una guerra di sterminio annunciata.
NELLA MAPPA degli obiettivi diffusa dal ministero compaiono vaste aree residenziali, incluso l’unico ospedale di Sheikh Maqsoud. In poche ore, i cieli di Aleppo si riempiono di razzi Grad, colpi d’artiglieria e droni suicidi. «Ci rifugiavamo nel seminterrato e uscivamo solo per procurarci il necessario. I rumori erano assordanti, i colpi cadevano in modo indiscriminato. I bambini avevano paura, non riuscivamo a dormire».
Gli abitanti di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh hanno già attraversato quindici anni di guerra civile: l’assedio di Aleppo, l’embargo imposto prima dal regime di Bashar al-Assad e poi dal governo di transizione. Ma questa volta la sensazione è diversa. I carri armati di Damasco avanzano da più lati, stringendo i quartieri in una morsa. «La popolazione è resistente, ma quando è stata annunciata l’operazione militare alcune famiglie se ne sono andate. Altre sono rimaste, come la mia».
La battaglia è feroce e profondamente asimmetrica. Le forze di sicurezza interna, le Asayish, resistono con armi leggere: quelle pesanti sono state trasferite a est dell’Eufrate ad aprile, insieme alle Sdf, in seguito all’accordo del primo aprile tra l’amministrazione dei quartieri e le autorità di Damasco. Un passaggio che avrebbe dovuto segnare la smilitarizzazione di Aleppo.
O almeno così si sperava.
Nel pomeriggio dell’8 gennaio le Asayish tentano una controffensiva verso il quartiere siriaco per rallentare l’avanzata governativa. Nella notte, però, alcune strade di Ashrafiyeh cadono nelle mani degli attaccanti.
«È STATA una notte durissima. Al mattino siamo rimasti scioccati nel vedere gli Amshat nella nostra strada. A quel punto abbiamo deciso di andarcene». Prima di riuscire a lasciare il quartiere, l’incontro: «Tre persone incappucciate ci hanno fermati, armi puntate. Hanno perquisito tutto, preso il denaro e gli oggetti di valore. Quando abbiamo protestato, ci hanno puntato l’arma alla testa. Parlavano in turco».
Gli Amshat – Divisione Sultan Suleiman Shah – prendono il nome di battaglia del loro comandante, Abu Amsha, al secolo Mohammed al-Jassem. È una delle fazioni dell’Esercito nazionale siriano (Sna) affiliato alla Turchia, oggi formalmente integrata nell’esercito di Damasco come 62ª divisione.
Il gruppo, composto in larga parte da membri della comunità turkmena siriana e da cittadini turchi, è sottoposto a sanzioni internazionali per il coinvolgimento nei crimini di guerra commessi ad Afrin e lungo la costa.
«Quando se ne sono andati siamo scesi in strada. Ce n’erano centinaia, armati. Fermavano tutti: controllavano i giovani, perfino le loro spalle, alla ricerca di segni che indicassero se avessero combattuto o usato armi. Usavano insulti razzisti e settari».
NEI GIORNI successivi all’ingresso delle milizie legate al governo di transizione, la vita quotidiana nei quartieri è stata segnata da un controllo capillare e da una repressione diffusa. «Hanno installato molti posti di blocco per opprimere la popolazione. Assistevamo agli arresti dei giovani, li picchiavano e impedivano di filmare. Controllavano i telefoni e dicevano: “Voi siete delle Ssd”».
Per paura di ulteriori violenze, Haifa ha cercato di rendersi meno riconoscibile: «Ho cercato di coprirmi il volto con l’hijab per evitare che ci facessero del male. Dopo siamo andati nel quartiere siriaco, perché ci hanno impedito di andare a Sheikh Maqsoud».
Sul piano politico, però, quegli abusi hanno trovato un riscontro preciso. «Quando è stato concluso l’accordo del 10 marzo e poi quello del primo aprile, le clausole garantivano i diritti di tutte le componenti e il ritorno sicuro degli sfollati nelle loro case.
Tuttavia, il governo di transizione non ha rispettato l’accordo e non ha attuato nessuna delle sue disposizioni», afferma Haifa, facendo riferimento all’intesa del 10 marzo, che fissava il quadro generale, mentre l’accordo del primo aprile, specificamente dedicato ad Aleppo, avrebbe dovuto applicarne i contenuti e rappresentare il primo banco di prova per l’integrazione civile e amministrativa e la stabilizzazione della città. Nei fatti, però, le misure previste non sono mai entrate in vigore e le garanzie promesse alla popolazione sono rimaste sulla carta.
«Li abbiamo invitati più volte al dialogo, ma non hanno risposto e ogni volta hanno avanzato pretesti infondati. Non hanno accettato l’amministrazione congiunta nel processo di integrazione né la partecipazione politica nelle decisioni».
IL FALLIMENTO dell’accordo è il prodotto di una somma di fattori. Da un lato lo stallo dei colloqui tra la Daanes e il governo di transizione, dall’altro una crescente ostilità reciproca, acuita dagli eventi di Suwayda e della costa siriana. Sullo sfondo, la volontà esplicita di alcune parti di impedire qualsiasi riconoscimento politico della Daanes.
Domenica migliaia di persone si sono radunate a Kobane per accogliere i feriti e i caduti evacuati da Aleppo. Ai funerali, tra la folla c’è chi giura vendetta. Nelle dichiarazioni ufficiali, però, i rappresentanti della Daanes abbassano i toni e invitano Damasco a scegliere la via del dialogo invece di proseguire l’escalation. Per i quartieri curdi di Aleppo, tuttavia, il futuro appare scritto.
«Dopo tutto questo, ci aspettiamo l’imposizione del controllo del governo di Damasco, che non accetta un confronto democratico».
Il naufragio dell’accordo del primo aprile non alimenta certo le speranze di una futura integrazione dell’intera regione. In diverse città del nord-est manifestanti hanno ammainato la bandiera siriana dagli edifici pubblici, in segno di protesta. «L’esempio più chiaro di come questo governo tratta la popolazione è l’assedio soffocante imposto ai due quartieri da mesi – nonostante i ripetuti appelli dei residenti – il cui unico crimine è aver rivendicato una vita dignitosa e sicura, senza razzismo».
Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/haifa-lassedio-di-aleppo-e-la-fuga-sotto-il-tiro-dei-fucili) - 16 gen. 2026


