EUROPA / MIGRANTI. Criminalizzazione dei migranti: la scorciatoia europea alla gestione dell’immigrazione
- LE MALETESTE

- 26 mar
- Tempo di lettura: 8 min

La migrazione continua a essere descritta come un'emergenza e i migranti sono criminalizzati e trattati come un problema di sicurezza. Ecco come l'Italia, l'Europa e gli Stati Uniti stanno reagendo - GIULIA DESIDERI
di Giulia Desideri
25 Marzo 2026 | OSSERVATORIO DIRITTI
Le immagini che arrivano dagli Stati Uniti: retate contro persone migranti, irruzioni nelle abitazioni, famiglie spezzate, morti durante operazioni di polizia per l’immigrazione hanno riportato bruscamente al centro del dibattito pratiche che molti ritenevano lontane.
Scuotono perché incrinano la convinzione diffusa che certi livelli di repressione appartengano ad altri tempi o ad altri luoghi. Ma se colpiscono quando avvengono Oltreoceano, è perché obbligano a guardare più da vicino dinamiche che da anni attraversano anche l’Europa, soprattutto lungo le sue frontiere.
Cambiano i contesti, non la logica. La migrazione continua a essere il laboratorio su cui si affinano le politiche più aggressive di controllo e repressione.
Mediterraneo centrale, oltre 1.300 migranti morti nel 2025
All’inizio dell’anno è consuetudine fare bilanci, anche quando riguardano ciò che l’Europa preferisce non vedere. Nel 2025, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, almeno 1.314 persone sono morte o risultano disperse, mentre oltre 27.000 migranti sono stati intercettati e riportati forzatamente in Libia, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).
Numeri che non raccontano una tragedia improvvisa, ma la continuità di una strategia politica ormai strutturale. Non un fallimento, ma un esito previsto.
Criminalizzazione dei migranti: emergenza come tecnica di governo
Da oltre dieci anni la migrazione viene descritta come una “emergenza”. Eppure, un fenomeno che si ripete con regolarità e produce sempre gli stessi effetti non è una contingenza, ma una scelta politica. Una scelta reiterata, difesa e normalizzata.
Governi diversi, colori politici opposti, linguaggi apparentemente alternativi, ma una linea di fondo che non viene mai messa in discussione. Il Mediterraneo continua a funzionare come una frontiera letale, uno spazio di selezione in cui l’accesso ai diritti è subordinato alla capacità, o alla fortuna, di sopravvivere.
La retorica dell’urgenza serve a legittimare l’eccezione. In suo nome si sospendono diritti, si normalizzano pratiche illegali e si sposta progressivamente più in là il confine della responsabilità. Nel tempo, l’Unione europea ha costruito un sistema fondato sulla deterrenza e sull’esternalizzazione delle frontiere, trasformando la migrazione in una questione di sicurezza e relegando sullo sfondo la tutela delle persone. Le persone smettono di essere titolari di diritti e diventano corpi da gestire, numeri da contenere, rischi da neutralizzare.
Migrazione come problema di sicurezza
È in questo passaggio che la migrazione viene progressivamente ridefinita come problema di ordine pubblico. Nel discorso politico e mediatico, la persona migrante è sempre più spesso descritta come “irregolare”, “illegale”, “clandestina”, come se il semplice atto di spostarsi costituisse una violazione in sé. È una trasformazione profonda e pericolosa: non si criminalizzano comportamenti, ma condizioni di vita; non reati, ma esistenze.
Questo slittamento linguistico non è neutro. Costruisce consenso intorno a politiche che altrimenti apparirebbero inaccettabili. La detenzione amministrativa senza reato, la limitazione della libertà personale e la compressione delle garanzie giuridiche diventano strumenti ordinari, giustificati dalla necessità di “controllare” chi si muove.
La legalità non viene rafforzata: viene applicata in modo selettivo, differenziale, subordinata allo status giuridico delle persone.
Le frontiere si spostano in Libia: l’esternalizzazione della violenza
I ritorni forzati in Libia rappresentano uno degli ingranaggi centrali di questo sistema. La cooperazione con la cosiddetta guardia costiera libica, finanziata, addestrata e sostenuta dall’Europa, consente agli Stati membri di ridurre gli arrivi senza assumersi formalmente la responsabilità dei respingimenti.
Il risultato è noto e ampiamente documentato: detenzione arbitraria, violenza sistematica, tortura e sfruttamento costituiscono l’esito ordinario di queste politiche. Le violazioni vengono delegate, non eliminate. Ciò che conta non è la tutela delle vite, ma la riduzione degli arrivi.
Questo meccanismo non impedisce le partenze. Le rende soltanto più pericolose. Quando le vie legali vengono chiuse, la migrazione non scompare, ma si sposta, si frammenta e diventa più mortale.
Perché i migranti vengono in Italia: crisi climatica e migrazioni forzate dal Sahel
Per comprendere ciò che accade lungo la rotta del Mediterraneo centrale e perché l’Italia ne rappresenti uno snodo cruciale, è necessario guardare oltre il mare, verso il Sahel. Questa vasta regione dell’Africa subsahariana è oggi una delle principali aree di origine delle persone che tentano la traversata verso l’Europa centrale e meridionale.
Il Sahel è uno degli epicentri globali delle migrazioni forzate. Guerre, instabilità politica e crisi climatica si rafforzano a vicenda. Desertificazione, siccità prolungate e collasso delle risorse agricole stanno distruggendo i mezzi di sussistenza, alimentando competizione e violenza. Il cambiamento climatico colpisce sistemi già fragili e produce spostamenti forzati che, a loro volta, aumentano l’instabilità. Non una crisi improvvisa, ma una catena di cause strutturali.
Secondo le principali proiezioni internazionali, nei prossimi decenni decine di milioni di persone saranno costrette a spostarsi esclusivamente per ragioni climatiche. Il Sahel non è un’eccezione, ma un’anticipazione. Ignorare questa dinamica significa fraintendere le migrazioni contemporanee e rimuovere una responsabilità collettiva: quella di un modello economico e geopolitico che ha contribuito a destabilizzare intere regioni e oggi rifiuta di assumersene le conseguenze umane.
Criminalizzazione dei migranti: la situazione in Europa e Stati Uniti
All’interno dell’Unione europea è in corso una progressiva compressione dei diritti fondamentali, che colpisce in primo luogo le persone migranti e ridefinisce l’assetto delle garanzie per tutti. I centri di permanenza per il rimpatrio funzionano, sempre più come carceri amministrative, mentre sul piano legislativo avanzano proposte che ampliano i poteri delle autorità in nome dell’efficacia dei rimpatri.
In questo contesto, il parallelismo con gli Stati Uniti segnala una convergenza di modelli. Le pratiche dell’Ice durante l’amministrazione Trump sono caratterizzate da raid, retate, irruzioni nei luoghi della vita quotidiana e anticipano una tendenza che si sta consolidando anche in Europa.
L’8 dicembre 2025, il Consiglio dell’Unione europea ha votato la bozza del nuovo Regolamento sui rimpatri, che introduce la possibilità per la polizia di entrare nelle abitazioni private per eseguire deportazioni.
A ciò si aggiunge l’estensione della detenzione amministrativa fino a 30 mesi, includendo anche i minori. È così che l’eccezione diventa metodo, e il diritto una variabile negoziabile. Ciò che oggi è sperimentato sui migranti, domani sarà esteso.
Paesi terzi sicuri: asilo come merce geopolitica
La svolta europea sui cosiddetti “paesi terzi sicuri” completa questo impianto. Il legame tra la persona richiedente asilo e il paese di trasferimento viene svuotato di significato giuridico. Sarà sufficiente un accordo politico.
La protezione non dipenderà più dai diritti, ma dalle convenienze geopolitiche. L’asilo viene trattato come una merce di scambio.
Un modello che genera esclusione, disuguaglianza, precarietà
Il bilancio del 2025 non è il prodotto di una contingenza sfavorevole. È la fotografia nitida di un modello consolidato. In un mondo attraversato da guerre, crisi climatica e instabilità globale, continuare a indicare nei migranti il problema significa rifiutare di guardare alle responsabilità politiche che producono quelle stesse crisi.
La risposta non sta nei movimenti delle persone, ma nell’incapacità dei sistemi politici di affrontarne le cause profonde. Colpire chi si muove è più semplice che mettere in discussione un modello che genera esclusione, disuguaglianza e precarietà. Ma è anche il modo più rapido per svuotare lo Stato di diritto, normalizzando l’eccezione come forma ordinaria di governo.
La vera minaccia non sono le persone che attraversano i confini per sopravvivere. Sono Stati che rinunciano ai diritti in nome della sicurezza, e società che accettano questa rinuncia in cambio dell’illusione di controllo. È qui che si misura la responsabilità collettiva: non solo nelle decisioni dei governi, ma nella tolleranza quotidiana verso un sistema che colpisce i più vulnerabili per non mettere mai in discussione se stesso.

«Sul regolamento rimpatri il Ppe capitola davanti all’estrema destra»
Intervista a Melissa Camara, eurodeputata dei Greens: «C’è un forte rischio di profilazione razziale: neri e arabi saranno i primi nel mirino. Non solo i migranti, ma anche i residenti. Come negli Usa di Trump»
di Andrea Valdambrini
26 marzo 2026 | IL MANIFESTO
Oggi gli europarlamentari, riuniti in plenaria a Bruxelles, si esprimono sul Regolamento rimpatri. Le nuove norme, denuncia la rete europea di ong Picum, introducono un sistema di detenzione di massa anche per i minori, permettono agli stati Ue di deportare persone anche in paesi dove potrebbero subire abusi e violenze, lasciano mano libera nelle misure di individuazione dei migranti irregolari, con enormi rischi di sorveglianza di massa. Il voto è stato richiesto dalle forze di sinistra (S&D, Greens e Left) per provare a bloccare l’iter di approvazione del provvedimento e riaprire così la discussione sul contenuto. Ne parliamo con Melissa Camara, eurodeputata francese e negoziatrice del Regolamento per il gruppo dei Greens.
Qual è la posta in gioco?
Popolari ed estrema destra si sono alleate per varare un testo profondamente segnato dall’ideologica di estrema destra. Questa alleanza ha perfino peggiorato la proposta di partenza, che arrivava dalla Commissione Ue. La cooperazione estremista si è materializzata nei fatti quando è emersa la rivelazione, da parte della stampa, di un gruppo whatsapp di cui erano membri il relatore Ppe, l’eurodeputato Francois-Xavier Bellamy, insieme a deputati della destra europea più estrema. Faccio appello a tutti i colleghi: fermatevi e ragionate, prima di capitolare davanti a un testo scritto dalle forze più retrive.
Realisticamente, che esito possiamo aspettarci dall’aula, dato che la commissione competente dell’Europarlamento, quella per le Libertà civili (Libe), ha già dato il suo via libera due settimane fa?
È plausibile che le indicazioni della commissione parlamentare verranno seguite. Ma a questo punto vorrei che i miei colleghi eurodeputati si interrogassero: è questa l’Europa che vogliamo? Un’Europa della reclusione, che non rispetta più i diritti umani e restringe sempre di più le libertà fondamentali?
Gli operatori umanitari denunciano un’ulteriore svolta securitaria nei confronti dei migranti. Vede un rischio di deriva verso il modello di polizia trumpiana stile Ice, anche per l’ Europa?
L’abbiamo denunciato fin dal principio. Dato lo scopo della ricerca di persone «irregolari» inserito nel regolamento, c’è un forte rischio di profilazione razziale: neri e arabi saranno i primi nel mirino. Non parlo solo dei migranti, ma degli stessi europei, sempre più razzializzati dalla polizia. È la stessa violenza, gli stessi abusi portati avanti dalle forze dell’ordine contro coloro che semplicemente sembrano latinos o afroamericani negli Usa. Non per nulla la destra estrema europea ha Trump come punto di riferimento.
L’esternalizzazione delle frontiere è ormai una tendenza strutturale di Bruxelles. Il governo Meloni, con i centri in Albania, ha fatto scuola. Come spiega questa scelta politica a livello europeo?
La destra continentale ha perduto completamente la bussola, guarda alla sua destra e segue l’ossessione estremista sulle regole migratoria. Il modello Meloni è ormai considerata rispettabile, anche grazie alla sua condanna di Putin. Infatti si fa di tutto per andare incontro alle proposte della leader italiana, come dimostrano le nuove regole sui paesi di origine sicuri e i paesi terzi sicuri.
Una parte maggioritaria dei socialisti aveva votato il Patto asilo e migrazione, che entra in vigore a giugno. Almeno nell’opposizione al regolamento rimpatri il centrosinistra si è compattato?
I socialisti hanno sostenuto il Patto perché ci vedevano elementi di solidarietà. Solo che le regole approvate meno di due anni fa, salutate come la panacea per le politiche migratorie, sono già state superate dalle varie «soluzioni innovative» proposte in questa legislatura. I socialisti si stanno finalmente rendendo conto che la destra non mantiene la parola data, mentre la Commissione von der Leyen invita a essere «realisti», cioè il più possibile duri contro i migranti. So che oggi possiamo perdere la battaglia parlamentare. Ma come sinistra non possiamo fermarci: la lotta per i diritti fondamentali andrà avanti.

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