ISRAELE / Sesso e ricatti. Come l’intelligence israeliana recluta collaboratori palestinesi
- LE MALETESTE

- 2 giorni fa
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di Moira Amargi *
5 Luglio 2026 - 16:00 | L'INDIPENDENTE
Foto compromettenti, video di relazioni sessuali illegali, o socialmente inaccettabili. E poi, minacce, ricatti, e infine, l’offerta di una via d’uscita: collaborare.
C’è qualcosa di terribilmente simile tra le pratiche portate avanti dallo Shin Bet in Cisgiordania occupata per creare spie e collaboratori palestinesi e gli Epstein Files che stanno sconvolgendo i cittadini di tutto il mondo.
Qualcosa di oscuro, potente, che parla di tabù utilizzati per controllare, di ricatti studiati per dominare, di metodi antichi che i servizi segreti hanno sempre usato per sottomettere il nemico. Ma che tornano alla ribalta mischiati all’enorme potere della tecnologia, dei video e dei social media.
Il ricatto è stato a lungo uno strumento cruciale nelle operazioni di intelligence, consentendo alle agenzie di manipolare individui sfruttando informazioni compromettenti contro di loro per raggiungere obiettivi geopolitici, controllare personaggi di spicco e garantire gli interessi nazionali.
Di forme di ricatto ce ne sono molte: la sorveglianza informatica, la coercizione finanziaria, le minacce di violenza contro la famiglia dell’interessato sono solo alcune delle pratiche impiegate.
Questo articolo si focalizza su uno degli strumenti più controversi utilizzato dai servizi israeliani per controllare i propri nemici, e perseguire i propri obiettivi: le “honey traps”, le “trappole sessuali”.
Le “trappole sessuali” come arma politica
Una trappola sessuale è una tattica di ingegneria sociale o di spionaggio che utilizza l’attrazione romantica o sessuale per attirare una vittima in una situazione compromettente. L’obiettivo principale è quello di instaurare un rapporto di fiducia per ottenere informazioni sensibili, ricattare il bersaglio o danneggiarne la reputazione. Viene utilizzata nello spionaggio di Stato, nelle indagini private e nella criminalità informatica.
L’uso delle trappole sessuali risale a secoli fa, ma è diventato una tattica di spionaggio formalizzata durante la Guerra Fredda. Sia il KGB che la CIA hanno impiegato agenti per sedurre e poi manipolare funzionari di alto rango. La STASI (la polizia segreta della Germania dell’Est) ha messo in atto elaborati schemi di adescamento, utilizzando agenti donne (soprannominate “Sparrows”) e uomini (“Romeo”) per sedurre diplomatici occidentali e ottenere informazioni sensibili. La CIA ha utilizzato operazioni di questo tipo in America Latina e nel Sud-Est asiatico per manipolare i politici, il KGB ha fatto lo stesso contro gli Stati Uniti.
Il Mossad, il braccio dei servizi segreti israeliani focalizzato sulle operazioni all’estero, viene spesso indicato da alcuni osservatori come uno tra gli apparati di intelligence che avrebbero fatto ricorso con frequenza alle cosiddette “trappole sessuali”, utilizzandole come strumento all’interno di strategie più ampie di raccolta di informazioni e di pressione diplomatica.
Secondo queste interpretazioni, agenti israeliani avrebbero sfruttato situazioni compromettenti o il ricatto di natura sessuale per esercitare influenza su politici statunitensi ed europei, dirigenti d’azienda e ufficiali militari, con l’obiettivo di garantire a Israele sostegno politico ed economico.
Anche il caso di Jeffrey Epstein e di Ghislaine Maxwell ha alimentato numerose speculazioni sul coinvolgimento del Mossad in operazioni di ricatto sessuale su larga scala.
Epstein gestiva infatti una rete che coinvolgeva ragazze minorenni e figure molto influenti del mondo politico, finanziario e dell’alta società. Ancora non sono pubblici tutti i materiali che sembra provino le relazioni sessuali avvenute tra le molte personalità delle élite mondiali che frequentavano la casa di Epstein e le giovani escort adescate dall’uomo. Ma le circostanze – stanze piene di telecamere costruite appositamente, e materiali già pubblicati – hanno portato numerosi commentatori a pensare che tali attività potessero essere legate a un sistema di kompromat – ovvero alla raccolta di materiale compromettente utilizzabile per esercitare pressioni, sostenuto dai servizi segreti israeliani.
Avere rapporti sessuali non è vietato. Ma averli con minorenni lo è. Video e materiale pornografico su rapporti di questo tipo possono essere “ottimi” strumenti di pressione per ricattare personaggi politici e potenti di vari settori. Tuttavia, queste ipotesi restano oggetto di dibattito e non sono state dimostrate in modo definitivo. Una cosa però è certa: queste pratiche vengono usate da decenni da Israele anche in scala più piccola.
In Cisgiordania il ricatto, specialmente legato alla sfera della sessualità, è uno degli strumenti principe per creare collaboratori palestinesi. Che con l’avvento dei social media, delle chat online, e dei video, sta venendo sempre più utilizzato per obbligare le vittime sotto minaccia a diventare spie per Tel Aviv.
Come lo Shin Bet crea spie in Cisgiordania
Tutto comincia con una semplice chat. Un messaggio innocente su Facebook, Instagram, o Grindr, una delle applicazioni di incontri molto utilizzata dalle persone LGBTQI+.
Si inizia a conversare, ci si scambia informazioni, il numero di telefono, ci si “conosce”. A volte i due si incontrano, finiscono a letto.
A volte si consuma un amore online, a volte, bastano le chat. E comincia il ricatto. Ci sono i video, le foto dei messaggi. L’atto sessuale è stato ripreso, documentato. Non è detto che la persona che ricatta sia israeliana; spesso è un altro palestinese che è già finito nelle maglie dello Shin Bet – il servizio d’intelligence che lavora all’interno dei territori palestinesi – e il suo compito è proprio quello: creare altre spie.
Tra le persone più colpite da questa forma di “honey trap” ci sono i palestinesi omosessuali in Cisgiordania: l’omosessualità è ancora spesso un tabù, poco accettata nella società palestinese. Israele lo sa e utilizza questo sistema per i propri interessi.
«Cercano chi possono ricattare più facilmente. È risaputo che le persone omosessuali sono un target dello Shin Bet», dice Ahmed. 24 anni, residente – oggi sfollato – del campo profughi di Tulkarem.
«Per molte famiglie l’omosessualità non è ancora socialmente accettata, e le persone si nascondono. I servizi segreti cercano materiale contro di loro, e poi li chiamano o gli scrivono dicendo che pubblicheranno tutto su internet se non collaborano. È così che fanno».
Ahmed ha perso molti amici e famigliari nei raid israeliani dal 7 di ottobre. Anche a causa delle spie. «Mio cugino è stato ucciso insieme ad altre 17 persone quando gli israeliani hanno bombardato un caffè nel campo, nell’ottobre del 2024. Sono morti tutti. Poi abbiamo scoperto che è stato a causa di una spia», dice. L’informatore, Tariq F., aveva messo una cimice per permettere a Israele di ascoltare le voci degli avventori del caffè. L’obiettivo degli israeliani era uno dei leader della resistenza armata cittadina: quando hanno sentito che si trovava nel caffè, hanno fatto partire gli aerei F-35. Tre bombe. L’edificio è stato raso al suolo, con tutte le persone dentro.
Non sono noti i motivi che hanno spinto l’uomo a collaborare, perché è riuscito a fuggire, aiutato dall’esercito israeliano. Forse una ricompensa economica, forse minacce o ricatti.
«Lo Shin Bet raccoglie materiali e ricatta chi scopre ha tradito la moglie, chi ha un’altra relazione. A volte chi utilizza alcool e droghe. Ma anche chi ha particolari bisogni: una figlia gravemente malata che necessita cure, mancanza di soldi per un padre in fin di vita, tutto può essere fonte di estorsione»,
dice Omar, un altro giovane della città. Israele offre soldi e permessi di lavoro dall’altra parte del muro di apartheid. O minacce esplicite: se il malcapitato non collabora, la persona cara a lui vicina non potrà raggiungere l’ospedale di cui ha bisogno, o si vedrà negare il permesso di lavoro. «Ma è vero che i video di relazioni extraconiugali o omosessuali sono tra le armi che funzionano meglio», continua. «Nonostante tutto, ci sono state persone che hanno scelto di pubblicare loro i video online, per non cedere ai ricatti», sottolinea. «E sono stati molto apprezzati. Meglio questo che tradire la propria gente».
Nell’aprile del 2023, i Lions’ Den, un gruppo di resistenza basato nella città vecchia di Nablus, in Cisgiordania, hanno giustiziato pubblicamente Zuhair al-Ghaleeth, un giovane uomo della città accusandolo di essere una spia al servizio di Israele. Poco dopo è stata pubblicata sul canale Telegram dei Lions’ Den una parte della confessione, dove l’uomo ammette di essere un informatore.
Nel video racconta di aver avuto una relazione intima con un altro uomo; poi il partner appena conosciuto, che aveva dei video della notte passata insieme, ha iniziato a ricattarlo per conto dello Shin Bet. O forniva informazioni sulla posizione dei combattenti dei Lions’ Den, o il video sarebbe stato pubblicato online. Zuhair al-Ghaleeth ha accettato e in varie occasioni ha pedinato i freedom fighters, portando l’esercito d’Israele a identificare i loro nascondigli. In cambio, il silenzio. E pacchetti di sigarette. Ma non è il solo caso provato.
A Tulkarem almeno altre tre persone sono state identificate come spie e due video delle loro testimonianze provano il gioco di offerte economiche miste a ricatti subiti da Israele. Un informatore del campo profughi di Nur Shams era stato ricattato dopo che aveva avuto una relazione sessuale con una collaboratrice – in questo caso donna – dello Shin Bet, ed era stato convinto a “creare nuove spie” nella stessa maniera. Gli altri due – Hamza Mabarech, 31 anni, e Azzam Joabra, 29 anni – sono stati uccisi dalla Brigata di Resistenza della città, dopo che le loro azioni avevano portato alla morte di quattro giovani della resistenza.
Anche nel campo profughi di Jenin almeno una spia è stata uccisa dopo aver confessato il suo ruolo di informatore. In quel caso le informazioni trasmesse dal giovane avevano portato alla morte di numerosi membri della resistenza della città. Testimonianze dal campo di rifugiati dicono che l’uomo aveva confessato di essere stato ricattato dallo Shin Bet dopo che aveva dormito con un altro giovane uomo fuori città, che successivamente aveva scoperto essere un collaboratore israeliano. La paura che quei materiali video e foto venissero pubblicati l’ha spinto a sottomettersi al ricatto.
Per Israele vale tutto
«In Palestina tutto è sotto controllo: conversazioni, soldi, movimenti… Possono studiare per molto tempo una persona. Sanno dove vive, come si muove, le sue relazioni, i suoi legami, dove si sposta e come si sposta», spiega Rachele a L’Indipendente. 27 anni, vive a Tel Aviv. Ha fatto 3 anni di servizio militare in Israele e faceva parte dell’intelligence dell’esercito. Si occupava di raccogliere informazioni relative alla Striscia di Gaza, così come altri soldati studiavano i palestinesi della Cisgiordania. Utilizzando ogni tipo di informazione personale per identificare i possibili nemici. Ma anche per trovare papabili spie pronte a collaborare. «Io non mi occupavo del cercare possibili collaboratori, ma c’era chi aveva questo ruolo. C’era una sorta di database militare basato sull’intelligenza artificiale che raccoglieva tutti i dati provenienti da account Facebook, Instagram, chiamate, messaggi. Era chiamato “Google Judea e Samaria”. Ma parlo di 6 anni fa: bisogna solo immaginare cosa c’è adesso».
E conclude: «Israele utilizza qualsiasi informazione e metodo per raggiungere i propri obbiettivi. Non c’è nessuna etica o morale. E non solo in Palestina».
* Moira Amargi
Moira Amargi esiste ed è una persona specifica, ma il nome è uno pseudonimo, usato quando pubblica report sulla Palestina o dall'interno di cortei e momenti di conflitto sociale a rischio repressione. È corrispondente per L'Indipendente dal Medio Oriente e dai Territori Palestinesi occupati.

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