top of page

ISRAELE / PALESTINA. Netanyahu, Hamas e il futuro di due popoli

  • Immagine del redattore: LE MALETESTE
    LE MALETESTE
  • 3 mag
  • Tempo di lettura: 9 min


Bibi Files, così Netanyahu chiese al Qatar di finanziare Hamas: “Io uso la tecnica de Il Padrino”


Nel documentario di Alexis Bloom, inaccessibile in Italia, i rapporti tra il primo ministro israeliano e Hamas. Quasi 1 miliardo di finanziamenti arrivati dal Qatar, e quelle parole inquietanti durante gli interrogatori: “Trasmetto messaggi ai nostri nemici costantemente”.


A cura di Antonio Musella

3 maggio 2026 | FANPAGE


Il documentario "Bibi Files", il lavoro di Alexis Bloom sui processi per corruzione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è inaccessibile in Italia e in altri paesi a causa del blocco richiesto dai legali del leader del Likud. Nel doc vengono raccolti i video degli interrogatori originali dei testimoni di accusa contro il Netanyahu e dei presunti beneficiari della corruzione, come il produttore di Hollywood Arnon Milchan e il magnate della telefonia Shaul Elovitch. Ma ci sono anche i video degli interrogatori che la polizia israeliana ha fatto con lo stesso Netanyahu. La parte finale dei "Bibi Files" è dedicata a una vicenda che ha del clamoroso e che ha rappresentato uno dei motivi di maggiore imbarazzo per il primo ministro israeliano, ovvero la ricostruzione di come Bibi avrebbe consentito l'arrivo di quasi un miliardo di dollari ad Hamas da parte del Qatar.


Nel documentario la vicenda non solo è documentata e commentata, ma risultano particolarmente inquietanti le parole pronunciate dallo stesso Bibi durante gli interrogatori. Il capo del Likud usa la metafora della strategia del "Il Padrino", il celebre film di Francis Ford Coppola su una famiglia mafiosa italo americana. "Tieni stretti gli amici, ma tieni più stretti i tuoi nemici", dice Netanyahu ai poliziotti che lo interrogano quando allude ai rapporti con Hamas. I fatti denunciati nel documentario si svolgono molto prima del 7 ottobre, e gli stessi interrogatori, tra cui quelli al primo ministro, sono antecedenti alla data della terribile strage compiuta dai guerriglieri di Hamas. Proprio per questo però l'accusa di aver consentito il finanziamento del gruppo fondamentalista islamico, e gli stessi termini con cui Netanyahu spiega alla polizia i rapporti che intratteneva con loro, risultano inquietanti.


L'accusa: "Ha consentito il finanziamento di Hamas"

Nei "Bibi Files" vengono riportati diversi commenti e testimonianze su quelle che sono state le mosse politiche e le relazioni che il primo ministro israeliano ha intrattenuto fino al 2023. Tra i grandi accusatori di Netanyahu, figura l'ex primo ministro israeliano Ehud Olmert che in una intervista esplicita chiaramente le responsabilità di Bibi nella crescita di Hamas: "Ha permesso che più di 1 miliardo arrivasse ad Hamas perché sapeva che così poteva controllare il livello di odio" dice l'ex presidente. Una circostanza rispetto alla quale vengono addirittura mostrati dei documenti all'interno del documentario.


Anche un ex collaboratore di Bibi rincara la dose: "Nello stesso momento in cui era sotto inchiesta ha fatto in modo che Hamas ricevesse 35 milioni di dollari ogni mese dal Qatar. La sua strategia era alimentare gli estremisti di Hamas e indebolire i moderati di Fatah. Questa cosa ci è esplosa in faccia nel modo più brutale il 7 ottobre". Il primo ministro israeliano non solo era al corrente dei rapporti economici tra il Qatar e Hamas, ma avrebbe addirittura favorito questo asse. Lo scopo era ben chiaro, limitare, contenere e isolare Al Fatah, il partito moderato alla guida dell'Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e favorire e alimentare Hamas, creando in questo modo una conflittualità tra le due forze in grado di rompere il fronte palestinese.


Una strategia che però non mirava certo alla pace, bensì a una crescita dell'ala più estremista tesa a legittimare e giustificare l'uso della violenza da parte di Israele. Il 7 ottobre questa strategia è esplosa in tutte le sue contraddizioni. Ad analizzare bene i finanziamenti di Hamas è l'ex deputato arabo israeliano Sami Abu Shehadeh: "Sono state fotografate valige piene di soldi che sono state mandate dal Qatar ad Hamas. Ma perché i qatarioti conoscevano Bibi, gli avevano chiesto di inviare per iscritto le sue richieste, perché sapevano che avrebbe mentito in futuro". In "Bibi files" vengono mostrate sia le foto delle valige piene di soldi sia i documenti che testimonierebbero la richiesta di Netanyahu al Qatar di finanziare Hamas. 35 milioni di dollari al mese, per un totale di quasi 1 miliardo di dollari, questa è l'entità del finanziamento che sarebbe stato sollecitato da Netanyahu stesso.


Le parole di Netanyahu: "Trasmetto messaggi ai nostri nemici"

Nell'iter delle indagini la parte dei rapporti con Hamas viene fuori all'improvviso, dopo ore e ore di interrogatori in cui il primo ministro israeliano si era limitato ad una lunga sequela di "non ricordo", rispetto alle accuse di corruzione che gli venivano mosse. Quando negli interrogatori spunta il tema, le parole di Netanyahu sono inquietanti. "Ricordate la linea de "Il Padrino" ? Tieniti gli amici stretti ed i nemici ancora più stretti. Abbassare le fiamme, mantenere un dialogo. Vi faccio un esempio: oggi con i nostri nemici, siamo in trattativa. Nessuno pensa che possiamo farcela a raggiungere un accordo con loro, ma noi controlliamo l'altezza delle fiamme intorno a loro".


Bibi quindi ammette apertamente di avere un canale di comunicazione costante con Hamas. La sua sarebbe una strategia mutuata dai mafiosi di fantasia de "Il Padrino". E ancora continua il primo ministro: "Questa è una confidenza e non può trapelare, noi abbiamo dei vicini qui, dei nemici giurati, trasmetto loro costantemente messaggi. Li confondo, li induco in errore, mento loro, per poi colpirli sopra le loro teste". Bibi quindi crede che la sua strategia di far arrivare soldi ad Hamas, inviargli messaggi, mantenere un rapporto, gli consenta il controllo della situazione. "Per decidere l'altezza delle fiamme intorno a loro" dice.


Il 7 ottobre però non solo fa crollare ogni plausibile logica dietro a questa strategia, ma a questo punto getta enormi ombre sulla dinamica stessa che ha portato alla decisione di compiere la strage. Prima del 7 ottobre, Bibi era accerchiato dalle proteste contro la sua riforma della giustizia. Era ai minimi storici nei sondaggi di gradimento. Dopo aver portato al governo la destra più estremista e suprematista di Ben Gvir e Smotrich, pur di formare un governo che lo mettesse al riparto dai processi per corruzione, Netanyahu rischiava comunque di vedere il suo governo sciogliersi. A quel punto avrebbe dovuto rispondere, senza scudi politici, ai processi.


Dopo il 7 ottobre però, Israele entra in una dimensione di guerra permanente che va avanti da oltre due anni. Il genocidio a Gaza, la guerra al Libano, la guerra all'Iran, con l'alleato Trump sempre pronto a spalleggiarlo e l'opinione pubblica internazionale che ha messo sempre più nell'angolo Israele e la sua leadership. Ma questa guerra permanente gli permette di non andare alle udienze dei processi per "ragioni di sicurezza". Insomma le rivelazioni di "Bibi Files" sui rapporti tra Netanyahu ed Hamas forniscono una chiave di lettura completamente diversa degli eventi degli ultimi anni. Un leader politico sul banco degli imputati con gravissime e documentate accuse di corruzione a suo carico, una opposizione interna sempre più forte e crescente, una leadership traballante. E poi la stagione della vendetta che ha fatto di lui e degli esponenti del suo governo dei bersagli della giustizia internazionale con accuse di crimini di guerra.




Oltre un solo uomo: perché le guerre di Israele non finiranno con Netanyahu


Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono generare una leva, una leva reale. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli al Diritto Internazionale a lungo ignorato.


di Ramzy Baroud

23 aprile 2026 | INVICTA PALESTINA English Version


È facile sostenere che la nuova dottrina militare israeliana si basi sulla guerra perpetua, ma la realtà è più complessa.

Non che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si opporrebbe a un simile assetto. Al contrario, la sua incessante spinta verso l’intensificazione militare suggerisce proprio questo. Dopotutto, la sua dichiarata ricerca di un “Grande Israele” richiederebbe esattamente questo tipo di militarismo permanente: espansione senza fine e distruzione regionale continua.


Tuttavia, Israele non può sostenere indefinitamente una guerra a tempo indeterminato su più fronti. I funzionari israeliani si vantano di combattere su “sette fronti”, ma molti di questi, in termini militari, sono in gran parte immaginari piuttosto che veri e propri campi di battaglia.

Le guerre reali, tuttavia, sono interamente opera di Israele: dal Genocidio di Gaza alle sue guerre regionali non provocate.


Ciononostante, questo fatto non deve impedirci di vedere un’altra realtà: nel periodo precedente alla guerra contro l’Iran e nell’aggressione crescente contro il Libano, c’era un consenso quasi totale tra gli israeliani di origine ebraica. Un sondaggio dell’Istituto Israeliano per la Democrazia condotto tra il 2 e il 3 marzo ha rilevato che il 93% degli israeliani di origine ebraica sosteneva l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran. Il sostegno era trasversale a tutti gli schieramenti politici.

Lo stesso entusiasmo per la guerra ha accompagnato il Genocidio di Gaza e le varie guerre e espansionistiche in Libano.


Persino Yair Lapid, spesso falsamente dipinto all’estero come una “colomba”, ha appoggiato pienamente queste guerre, ammettendo dopo il cessate il fuoco con l’Iran che Israele vi era entrato con un “raro consenso” e che le aveva sostenute “fin dal primo momento”.

Le sue ripetute critiche, come quelle di altri politici israeliani, non riguardano la guerra in sé, ma l’incapacità di Netanyahu di ottenere un risultato strategico.


Ed è questa la distinzione cruciale. Gli israeliani, nella maggior parte dei casi, appoggiano le guerre, ma molti non si fidano più di Netanyahu e della sua capacità di trasformare la distruzione in una vittoria strategica. A metà aprile, il 92% degli israeliani ebrei aveva espresso un giudizio positivo sull’esercito per la gestione della guerra con l’Iran, ma solo il 38% aveva dato un giudizio positivo al governo.


In altre parole, l’opinione pubblica crede ancora nella guerra, ma nutre crescenti dubbi sulla dirigenza che la conduce.

Questa distinzione potrebbe non essere rilevante per noi, dato che il risultato rimane comunque una strage, devastazione e violenza coloniale. Ma nei calcoli militari e strategici di Israele, ha un’importanza enorme. Le guerre israeliane hanno storicamente seguito uno schema ben preciso: schiacciare la Resistenza, imporre il Dominio militare e politico e trasformare la violenza sul campo di battaglia in espansione coloniale.


Netanyahu non ha realizzato nulla di tutto ciò.


Ecco perché la reazione in Israele al cessate il fuoco in Libano del 16 aprile è stata così forte, e perché i timori di una possibile situazione di stallo con l’Iran sono ancora più profondi.

Il cessate il fuoco in Libano non ha chiaramente garantito uno degli obiettivi principali dichiarati da Israele: il disarmo di Hezbollah. Israele ha mantenuto le truppe nel Libano meridionale, ma l’accordo ha interrotto le operazioni offensive ed è rimasto ben lontano dalla promessa “vittoria totale”.


Per molti in Israele, qualsiasi risultato che non sia una vittoria totale viene immediatamente interpretato come una sconfitta. Un dirigente regionale del Nord di Israele, Eyal Shtern, ha espresso questo sentimento con brutale chiarezza quando, in risposta al cessate il fuoco in Libano, si è chiesto come Israele fosse passato “dalla vittoria assoluta alla resa totale”, secondo quanto riportato dalla CNN.


Questa è la vera crisi che Israele si trova ad affrontare oggi: non aver scoperto i limiti della guerra permanente, ma aver scoperto ancora una volta che la violenza sterminatrice non produce automaticamente una vittoria politica.


Sebbene l’Iran possieda una leva politica che potrebbe consentire una tregua a lungo termine, o addirittura permanente, il Libano e la Siria rimangono in una posizione ben più vulnerabile. Tuttavia, nessuno si trova in una condizione più precaria dei palestinesi, in particolare quelli di Gaza.


A differenza di altri che conservano un certo margine politico e spazio di manovra, i palestinesi vivono sotto l’Occupazione, l’Apartheid e l’Assedio israeliano. Gaza, in particolare, è stata ridotta a un’enclave isolata e devastata.


Il suo assedio ermetico ha prodotto una delle catastrofi umanitarie più orribili della storia moderna: un’intera popolazione che sopravvive con acqua inquinata, infrastrutture distrutte, cibo estremamente scarso e migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie.


A parte la loro leggendaria fermezza, il Sumud, i palestinesi operano con forti limitazioni nella loro capacità di imporre condizioni a Israele, soprattutto perché quest’ultimo continua a ricevere il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali. Eppure la loro Resilienza, l’azione collettiva e la presenza costante rimangono potenti strumenti di pressione che non possono essere facilmente arginati.


Netanyahu, e coloro che verranno dopo di lui, troveranno sempre in Palestina uno spazio in cui condurre una guerra continua e a costi relativamente bassi per Israele stesso. A differenza di altri campi di battaglia, dove la guerra diventa insostenibile dal punto di vista politico, militare ed economico,

Israele ha trasformato la sua Occupazione della Palestina in un campo di battaglia permanente. Anche se Netanyahu, ormai politicamente indebolito e anziano, dovesse uscire di scena, il paradigma di fondo rimarrà intatto.

I futuri dirigenti israeliani continueranno a fare la guerra in Palestina, non nonostante i costi, ma per i benefici che ne derivano: è finanziata, vantaggiosa dal punto di vista coloniale e politicamente sostenibile all’interno dell’attuale struttura israeliana.


Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono acquisire una reale influenza. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli a un Diritto Internazionale a lungo ignorato. Può emergere solo da una Resistenza collettiva e costante al Colonialismo, rafforzata da un sostegno concreto da parte degli Stati arabi e musulmani e di autentici alleati internazionali, e amplificata da una solidarietà globale in grado di esercitare una reale pressione su Israele e, soprattutto, sui suoi principali finanziatori.


Per ora, Netanyahu continua le sue guerre perché non ha risposte ai propri fallimenti strategici. In questo contesto, l’intensificazione della guerra non è un punto di forza; è l’ultimo rifugio di una dirigenza incapace di ottenere la vittoria.


Questo, tuttavia, rivela anche qualcos’altro: Israele sta entrando in un momento di vulnerabilità senza precedenti.Tale vulnerabilità deve essere denunciata, in modo chiaro, coerente e urgente, da tutti coloro che auspicano la fine di queste guerre insensate, la fine dell’Occupazione israeliana della Palestina e un percorso verso la giustizia che è stata negata fin troppo a lungo.



Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle.

È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).



ARTICOLO CORRELATO


 
 

© 2026 le maleteste

  • le maleteste 2023-2025
  • le maleteste 2018-2022
  • Neue Fabrik
  • Youtube
bottom of page