
LE MALETESTE
18 giu 2026
SFRATTI. Un allevamento intensivo, trasformato in un luogo dove gli animali vengono accolti e trattati con cura, lasciando lo sfruttamento fuori dalla porta, ora rischia di essere cancellato - LUCREZIA ERCOLANI
Agripunk, rifugio antispecista, rischia la chiusura
18 giugno 2026 | IL MANIFESTO
«Non traiamo alcun profitto dagli animali, non utilizziamo senza consenso i loro corpi. Per questo abbiamo bisogno di essere sostenuti» afferma Desirée Manzato, co-fondatrice dell’associazione e del rifugio Agripunk. Nel comune di Bucine, in provincia di Arezzo, esiste da dodici anni questa realtà che è un sogno realizzato: un allevamento intensivo trasformato in un luogo dove gli animali vengono accolti e trattati con cura, lasciando lo sfruttamento fuori dalla porta.
Ora però rischia di essere cancellato a causa dello sfratto imminente, in seguito dalla causa vinta dalla proprietà per la rescissione del contratto. Domani, 19 giugno, sarà una giornata fondamentale per conoscere il futuro di Agripunk: «Dopo il primo accesso dell’ufficiale giudiziario ci è stato concesso solo un mese. Domani ci sarà il secondo accesso, puntiamo stavolta a guadagnare più tempo sperando di riuscire finalmente a intavolare una trattativa» spiega Manzato.
NEL RIFUGIO antispecista – «ci piace chiamarci così, la nomenclatura ufficiale è “Rifugio per animali diversi da cani, gatti e furetti”» – vivono attualmente un’ottantina di esemplari, capre, pecore, mucche, asini, maiali, galline e galli, piccioni, «tutti fuoriusciti dalla violenza zootecnica, qui hanno trovato un luogo sicuro».
Per cercare di sopravvivere, Agripunk si sta muovendo su più fronti: in primis una raccolta fondi sul network Produzioni dal basso – al momento le donazioni ammontano a circa 45mila euro – con lo scopo di acquistare, grazie anche al sostegno di Banca Etica, il complesso composto da 7 capannoni. Un tempo un allevamento di tacchini, venne chiuso grazie alla lotta di quegli stessi attivisti e attiviste che sono poi riusciti a ottenere il contratto di affitto per riconvertirlo. «L’acquisto del podere rimane l’unica soluzione praticabile: lo spostamento degli animali comporterebbe rischi e costi che le stesse autorità sanitarie hanno definito difficilmente sostenibili».
Un’altra strada è quella della mediazione politica: il consigliere comunale di Firenze Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto comune) lo scorso 27 maggio ha presentato una mozione, approvata con voto unanime, per chiedere alla Regione di confrontarsi con il Comune di Bucine e di riconoscere normativamente i rifugi per animali provenienti dal sistema zootecnico. Il 4 giugno poi Avs ha depositato un’interrogazione parlamentare ai Ministeri dell’agricoltura, dell’ambiente e della salute.
Di fronte alle pressioni, la proprietà ha dichiarato di essere disponibile alla trattativa, ma è mancata la convocazione di un incontro da parte della regione Toscana. Per questo, lo scorso 10 giugno gli attivisti e attiviste del rifugio insieme a un gruppo di sostenitori si sono ritrovati in presidio in Piazza Duomo, a Firenze, davanti alla sede della presidenza della regione. «Le richieste sono quelle che ripetiamo da mesi e che abbiamo messo nero su bianco già il 31 dicembre 2025, insieme a centinaia di associazioni, rifugi, collettive e persone: l’apertura di un tavolo di trattativa per l’acquisto del podere L’isola, con la mediazione del Comune di Bucine, e la valutazione di un cofinanziamento regionale del progetto» recita la nota stampa diffusa in quell’occasione.
SECONDO MANZATO, tra l’altro, il supporto della regione sarebbe decisivo per Agripunk anche per partecipare ad una serie di bandi, «utili per la ristrutturazione dei capannoni, che hanno più di 60 anni, oppure per la costruzione di recinzioni e molto altro».
Da quando il rifugio è sotto minaccia di sfratto, la solidarietà ricevuta è stata ampia. «C’erano persone che non aspettavano altro: sono state organizzate iniziative benefit in tanti paesi europei, le donazioni ci hanno sorpreso». Come spiega Manzato, sta maturando lentamente anche in Italia una consapevolezza sul ruolo dei rifugi, presenti ormai a decine sul territorio nazionale: «Tanti enti si appoggiano a noi, anche persone che ereditano allevamenti e non vogliono più proseguire con l’attività di sfruttamento, invece di abbattere gli animali li portano qui».
E poi ci sono i volontari e volontarie che vengono ad Agripunk per trascorrere periodi più o meno lunghi. «Non tutti loro sono già antispecisti e vegani, anche se devono condividere alcuni valori di base. In sostanza bisogna comprendere lo spirito del luogo, un ambiente che è intrinsecamente contrario alla performatività e alla competizione diffusa nella società. Per questo chiediamo il rispetto di tutti i corpi e anche l’attenzione all’utilizzo dei pronomi, per non ridurre tutto al genere maschile. Noi siamo insieme alla terra e agli altri corpi, decostruendo noi stesse di continuo».
VOLONTARI e volontarie condividono quindi l’autogestione del rifugio, dove la giornata tipo prevede la mattina la distribuzione di acqua e fieno agli animali, poi la pulizia delle stalle e lo svolgimento di una serie di lavori di manutenzione. «Arrivano da noi per fare il servizio civile, quasi sempre avviene una trasformazione: è molto forte l’impatto con questo posto, a partire dall’effetto delle strutture pensate per la zootecnia intensiva. Ma accanto all’angoscia che si può provare in un primo momento, subentra poi il sollievo nel vedere come gli animali trascorrano tranquillamente le giornate, all’aperto, liberi e libere di muoversi».
Chiediamo a Manzato come sia nato il nome Agripunk: certo un collegamento con il genere musicale appare nelle bellissime grafiche stampate sulle magliette e nei numerosi concerti benefit per il rifugio, organizzati in contesti come centri sociali. «David, un altro fondatore, suonava in una band, io ascoltavo quella musica. È nato un ragionamento: il punk è un modo di pensare e di essere fuori dagli schemi. Così noi ci rapportiamo all’agricoltura e all’allevamento, rispetto alla norma che prevede lo sfruttamento di territori e persone per realizzare un business».

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