LE MALETESTE
21 set 2026
Chi sono i "padroni" del mondo? Si tratta del sedicesimo report annuale, che presenta l’elenco, la mappatura e i principali dati economici delle più rilevanti società multinazionali - 3 articoli tratti dal dossier e i link per scaricare il rapporto completo
Top 200 - Edizione 2026 - dati 2025
16° edizione del dossier sulle prime 200 multinazionali del mondo, con dati 2025.
Le multinazionali: chi sono e quante sono
Si definisce multinazionale qualsiasi società proprietaria di altre società collocate all’estero. Le strutture a cui danno luogo sono definite gruppi multinazionali all’interno dei quali si distingue la capogruppo, anche detta controllante o holding, e le società possedute, anche dette controllate o filiali.
Secondo l’Unctad, i gruppi multinazionali sono 320.000 per un totale di 1.116.000 filiali. Non sono disponibili dati complessivi sui dipendenti, ma tenendo conto dei dati storici e dei dati parziali provenienti da varie fonti, si può giungere a una stima prudente di 130 milioni di dipendenti, pari al 4% degli occupati mondiali.
Il fatturato complessivo è stimato in 185mila miliardi di dollari,2 mentre i profitti netti (depurati dalle tasse), sono stimati in 10.000 miliardi di dollari.
Si stima anche che l’insieme delle multinazionali controlli l’80% del commercio internazionale
La crescita del potere delle multinazionali
di Francesco Gesualdi
21 settembre 2026 | CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
manifestazione davanti alla Borsa di Milano con dito medio di Cattelan in primo piano
di Ettore Macchieraldo, sept 2022
Chi sono i “padroni” del mondo? Per provare a dare una risposta non astratta a questa domanda, si può consultare l’ultima edizione di “TOP 200: la crescita del potere delle multinazionali” a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS). Si tratta del sedicesimo report annuale, che presenta l’elenco, la mappatura e i principali dati economici delle più rilevanti società multinazionali, confrontandole con il Prodotto Interno Lordo e con le entrate dei più ricchi Paesi del mondo.
Il primo dato significativo è che l’insieme delle multinazionali (circa 320 mila) controlla l’80% del commercio internazionale. In particolare le prime 200 multinazionali rappresentano il 16% del totale del fatturato delle società che vanno oltre i confini di una nazione. Si tratta di un grande potere in mano a pochi. Una tendenza che si sta rafforzando, dato che negli ultimi dieci anni i profitti delle multinazionali sono cresciuti del 137%, mentre i ricavi sono aumentati del 57%.
Nella TOP 10 delle multinazionali in ordine di fatturato (relativo all’ano 2025) ne troviamo 7 di origine USA, 2 della Cina e 1 dell’Arabia Saudita. Al primo posto c’è Amazon.com con un fatturato di 717 miliardi di dollari. Da notare che dieci anni prima Amazon si trovava soltanto alla 44esima posizione. Al secondo posto c’è l’americana Walmart e al terzo la cinese State Grid. Impressionante il balzo della finanziaria statunitense UnitedHealth Group, che nel 2015 era al 149° posto e dieci anni più tardi si colloca in quarta posizione.
Se classifichiamo le multinazionali non in base al fatturato, ma al profitto, l’elenco cambia radicalmente. Al primo posto nel 2025 troviamo l’americana Alphabet, tra le aziende leader nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, con 132 miliardi di dollari di utili. Al secondo posto Apple con 112 miliardi e al terzo Saudi Aramco, multinazionale dell’Arabia Saudita che commercia energia e petrolio, con 92 miliardi.
Raggruppando le TOP 200 per fatturato e nazionalità il primo posto è occupato dagli USA con 63 società e un fatturato di 11.736 miliardi di dollari (40,7%). Seguono la Cina (46 società e 22,8% di ricavi), il Giappone (16 imprese e 5,9% di fatturato), la Germania (13 società e 5,6% di ricavi) e la Francia (11 aziende e 4,1%). L’Italia è presente in classifica soltanto con 2 multinazionali (ENI e ENEL) con un fatturato complessivo di 185 miliardi di dollari (pari all’0,6%).
Molto significativo il raffronto tra i ricavi delle multinazionali e le entrate degli Stati. Si scopre che delle prime 100 entità economiche mondiali, 59 sono multinazionali e 41 sono governi nazionali. Inoltre, le prime 25 multinazionali fatturano di più del gettito fiscale degli USA. Amazon.com e Walmart hanno ricavi quasi pari al gettito fiscale della Spagna e dell’India.
Oltre ai dati sulle TOP 200, il report del CNMS contiene interessanti approfondimenti sui signori dell’intelligenza artificiale (utilizzata anche per scopi militari), sui movimenti di opposizione ai data centers (che necessitano di grandi quantità di acqua e di energia), sulla tecnologia “nera” (personaggi di spicco del mondo della finanza collegata ad imprese di tipo tecnologico, che fanno dichiarazioni razziste, xenofobe, autoritarie e fasciste), sulla retromarcia dell’Europa in materia ambientale (per assecondare i voleri della imprese e delle multinazionali) e sui quotidiani italiani che la famiglia Agnelli ha ceduto ad una famiglia greca (e ad un Fondo Sovrano Saudita).
Da non perdere le ultime pagine del dossier, che presentano un’originale classifica di chi sta vincendo (anzitutto imprese e multinazionali) e chi sta perdendo dopo 4 anni di guerra in Ucraina (anzitutto le popolazioni). In chiusura “Pietà per la nazione”, una poesia di Lawrence Ferlinghetti, e il collegamento alla canzone “Povera patria” di Franco Battiato.
DAL DOSSIER "TOP 200" edizione 2026
LA TECNOLOGIA NERA CHE VOGLIONO IMPORCI
Negli ultimi anni, vari personaggi di spicco del mondo della finanza collegata ad imprese di tipo tecnologico, ci hanno abituato a dichiarazioni razziste, xenofobe, autoritarie. In una parola, fasciste.
In particolare Elon Musk è stato il più attivo con le sue esternazioni suprematiste e fascistoidi su X, il social media di sua proprietà. Addirittura intromettendosi negli affari interni di altri paesi, come successe nel dicembre 2024 quando scrisse: «Solo l’AFD può salvare la Germania», ricordandoci che AFD è il partito nazionalista tedesco di estrema destra. O come successe nel novembre dello stesso anno quando si espresse contro i giudici romani che avevano bloccato il trasferimento di alcuni migranti nel CPR di Gjader in Albania. In quell’occasione Musk scrisse: «Questi giudici se ne devono andare».
Ma se Musk si limita a fare il gradasso sui social di sua proprietà, altri esponenti della tecno-finanza americana si sono spinti più in là scrivendo dei veri e propri manifesti ideologici in cui teorizzano delle formule di organizzazione economica e sociale di tipo capitalista-autoritario, dominate dalla tecnologia.
I primi ad avventurarsi in questa direzione furono Marc Andreessen e Benjamin Horowitz, l’uno esperto di tecnologia informatica, l’altro uomo d’affari pieno di soldi. Nel luglio del 2009, si misero insieme e crearono a16z Capital Management, un fondo di investimento specializzato nel finanziamento di nuove società tecnologiche. Dopo 17 anni di attività il Fondo è passato da un capitale iniziale di 300 milioni di dollari a 100 miliardi di dollari, dispone di 1500 dipendenti e ha partecipazioni azionarie in oltre 1000 imprese tecnologiche dei settori più vari: informatico, intelligenza artificiale, sanitario, energetico. In occasione delle elezioni presidenziali statunitensi del 2024, Marc Andreessen ha donato a Trump 5,5 milioni di dollari, mentre il suo socio Benjamin si è fermato a 2,5 milioni. Un anno prima, tuttavia, avevano scritto insieme un documento dal titolo “Il Manifesto Tecnoottimista”, che però sarebbe stato più appropriato intitolare “Il Manifesto Tecnocapitalista”. Esteso su una trentina di pagine suddivise in 14 capitoletti, il Manifesto è un concentrato di lodi, non solo della tecnologia, ma anche del mercato deregolamentato, del capitalismo più selvaggio, delle privatizzazioni, del diritto degli Stati Uniti a spadroneggiare nel mondo.
Un paio di anni più tardi, nel 2025, il mondo tecnologico partorì un altro manifesto dal titolo “La repubblica tecnologica”. Il suo autore principale è Alex Karp, fondatore, insieme a Peter Thiel, di Palantir Technologies, una società creata nel 2003. Il nome Palantir viene da Il signore degli anelli il libro di magia che presenta Palantir come una pietra che permette a chi la osserva di comunicare, anche a grande distanza, con chiunque stia a sua volta osservandone una di uguali caratteristiche.
In altre parole, Palantir è diventato l’emblema di “chi sorveglia a distanza”, una spia invisibile che controlla tutti. In effetti, Palantir Tecnologies è una società che raccoglie dati e li elabora per fornire ai propri clienti le informazioni che vogliono.
Fra i 1.500 soggetti a cui vende i propri servizi, emerge il governo degli Stati Uniti che ha firmato contratti con Palantir per un importo complessivo di 10 miliardi di dollari. Le agenzie governative che usano i suoi servizi comprendono la CIA, il Pentagono, la famigerata polizia anti-immigrazione denominata ICE, l’Agenzia delle tasse e molte altre ancora. A livello mondiale Palantir è criticata per l’opacità dei suoi algoritmi, accusati di segnalare persone sulla base del profilo etnico o religioso, e per le collaborazioni con l’esercito israeliano nella guerra a Gaza. In Europa collabora con polizie tedesche, col sistema sanitario britannico e con aziende di vari paesi allineati all’Occidente.
Palantir è presente anche negli scenari di guerra per fornire informazioni utili agli attacchi sferrati non solo da armi gestite dagli umani, ma anche da quelle che agiscono autonomamente azionate dall’intelligenza artificiale. Si ritiene che l’attacco avvenuto in Iran il 28 febbraio 2026, nel corso del quale venne colpita una scuola elementare uccidendo 168 persone, per la maggior parte bambini, sia dovuto alle informazioni errate fornite da Palantir.
Peter Thiel, fondatore di Palantir, non fa mistero delle sue simpatie per Donald Trump, mentre è lo sponsor ufficiale di JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, che nel 2022 ottenne da Thiel 15 milioni di dollari per finanziare la campagna elettorale che lo fece diventare governatore dell’Ohio. Grazie al legame con Vance e alle sue idee di estrema destra, Thiel ha una posizione di grande influenza nell’Amministrazione Trump, ricevendone buoni frutti anche sul piano economico. Nel 2009 fecero scalpore alcune sue affermazioni contenute nell’articolo “The education of a libertarian” pubblicato dalla Fondazione Cato. Fra l’altro si leggeva: «Io non credo più che libertà e democrazia siano compatibili fra loro. […] Nel nostro tempo, il grande compito dei libertari è trovare una via di fuga dalla politica in tutte le sue forme: dalle catastrofi totalitarie e fondamentaliste al demos acritico che guida la cosiddetta “socialdemocrazia”». Con queste premesse nel 2025 uscì il libro La repubblica tecnologica a firma principale di Alexander Karp e in subordine Nicholas Zamiska, il primo amministratore delegato di Palantir, il secondo capo degli affari legali di Palantir. Come dire che quando parlano loro è come se parlasse Palantir e quindi Peter Thiel, lo stratega e ideologo della società che lavora nell’ombra. Non a caso il sito di Palantir pubblicizza i punti salienti della “Repubblica tecnologica”. Lungo oltre 300 pagine, il libro è un inno alla tecnologia e in particolare all’intelligenza artificiale, alla necessità che si crei una stretta collaborazione fra governo politico e imprese tecnologiche, alla necessità che venga rafforzato il potere militare in un’ottica di maggiore affidamento all’intelligenza artificiale, alla necessità di creare maggiore coesione nazionale insistendo sul concetto di identità nazionale. In conclusione: più potere alla tecnologia, più potere alle imprese e al mercato, più potere all’apparato militare, più nazionalismo basato sulla lotta alle differenze. Una visione della società lontana dalle idee di giustizia, pace e sostenibilità.
L’OPPOSIZIONE AI DATA CENTERS
Dagli Stati Uniti all’Europa, crescono le proteste popolari contro la costruzione di data center, in particolare quelli dedicati all’intelligenza artificiale. Secondo il Data Center Watch, negli Stati Uniti si contano 833 comitati di base, distribuiti in 49 stati, che danno filo da torcere alle imprese intenzionate ad allestire data center sui loro territori. Solo nei primi tre mesi del 2026, almeno 75 progetti, per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari, sono stati bloccati o ritardati dall’opposizione locale, un ammontare equivalente all’intero volume del 2025. Un sondaggio Gallup del maggio 2026 rivela che il 71% degli americani si oppone alla costruzione di data center sul proprio territorio, quasi la metà in maniera fortemente contraria. Le motivazioni principali sono legate all’aumento delle bollette elettriche e al forte assorbimento di acqua. L’effetto dell’opposizione popolare è che anche le istituzioni locali stanno manifestando la loro contrarietà ai data centers. Nel 2026 almeno 69 amministrazioni locali negli Stati Uniti hanno varato divieti o sospensioni. Seattle, sede di Microsoft e Amazon, ha imposto una pausa di un anno. Lo stato di New York ha approvato una moratoria legislativa sui permessi per grandi data center.
Il Maine aveva decretato un divieto su scala statale, bloccato solo dal veto del governatore. Anche in Italia si registra una certa resistenza da parte delle amministrazioni locali. Per scoraggiare la costruzione di data centers, sia la Regione Lombardia che quella del Piemonte stanno cercando di agire attraverso l’aumento dei canoni di costruzione e una regolamentazione più restrittiva rispetto alle variazioni urbanistiche. All’opposizione civica si sta affiancando anche quella giudiziaria: numerose associazioni ambientaliste si stanno appellando alla magistratura per chiedere uno stop alla costruzione o addirittura al funzionamento dei data centers. Richeste avanzate in nome dei danni arrecati alla collettività dall’inquinamento atmosferico e dai consumi eccessivi di acqua ed energia elettrica.
Il caso più emblematico riguarda l’Irlanda che in virtù di una fiscalità favorevole e un atteggiamento regolatorio permissivo, ha attratto sul proprio territorio investimenti da parte di tutte le più grandi multinazionali informatiche che hanno costruito un numero di data centers così ampio da assorbire oltre un quinto del consumo elettrico nazionale. Associazioni come Friends of the Earth, si sono rivolti alla magistratura per chiedere una sospensione delle licenze adducendo come motivazione la violazione della legge che impone ai data centers di provvedere autonomamente al proprio fabbisogno elettrico con l’obbligo di portare le rinnovabili all’80% entro sei anni.
Qui, di seguito,
I LINK per leggere e scaricare tutto il TOP 200 "2026"
a cura del CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO


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