
LE MALETESTE
14 gen 2026
L'ostello per lavoratori e braccianti rompe il confinamento, decolonizza l'accoglienza ed è un esempio di sostenibilità economica. Il 'prezzo giusto' come infrastruttura di dignità. IL MANIFESTO e FRANCESCO PIOBBICHI
antefatto
Dal ghetto al «Dambe So», una casa per la dignità dei braccianti di Rosarno
Al via il progetto Mediterranean Hope. Parte dei costi sarà sostenuta dalla vendita degli agrumi della filiera di Etika
di Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti
San Ferdinando (Rc), Edizione 21/05/2022
L’hanno chiamata Dambe So, termine della lingua bambara parlata in diverse zone dell’Africa. È «La casa della dignità», ideata, progettata e messa in atto per sperimentare la «deghettizzazione» dei braccianti che popolano gli insediamenti informali della Piana di Gioia Tauro.
Gli artefici sono gli operatori e i volontari di Mediterranean Hope – Fcei. Dal mese di febbraio il centro ospita dieci braccianti provenienti dalle baraccopoli di Rosarno e San Ferdinando, e «si pone come modello di sperimentazione per un’alternativa alla logica dei campi di accoglienza basata sul principio della sostenibilità e dell’economia circolare».
Francesco Piobbichi, conosciuto da tutti come «Piobbico», si è trasferito in Calabria da tre anni. Perugino di Umbertide, già animatore delle Brigate di solidarietà attiva, si è messo in testa un’idea rivoluzionaria e dirompente: liberare il tempo dei braccianti e fare in modo che i raccoglitori acquisiscano piena coscienza della propria condizione.
L’ostello sociale di san Ferdinando, che in maniera più strutturata partirà dalla prossima stagione di raccolta agrumicola, ospita dal febbraio scorso 10 braccianti ed arriverà ad ospitarne un massimo di 20 dal prossimo settembre.
«I lavoratori migranti contribuiranno alle spese della struttura con una piccola quota. Parte dei costi sarà sostenuta dalla vendita delle arance della filiera di Etika, altro progetto sociale ed ecocompatibile che Mediterranean Hope e Sos Rosarno hanno costruito in Italia e in Europa in questi anni. Una rete di acquisto tra le chiese e il mondo associativo che garantisce un prezzo equo per chi lavora e contribuisce all’accoglienza dei lavoratori».
Piobbichi dice che in questa sperimentazione c’è un richiamo che riporta alle prime camere del lavoro romagnole dell’Ottocento e all’Iww, il sindacalismo rivoluzionario americano che propugnava l’azione diretta e l’abolizione del lavoro salariato per il raggiungimento di una democrazia industriale dove la gestione dei luoghi di lavoro fosse trasparente e in mano alla stessa classe lavoratrice. E che fosse capace non solo di proporre, ma anche di prefigurare, praticandolo, un diverso modello sociale.
«Vogliamo attualizzare le antiche società di mutuo soccorso – spiega – dimensione mutualistica, diritti del lavoro e forme basilari di welfare, insieme. In questi anni abbiamo lavorato per costruire un esempio concreto e dare alla politica un segnale: è possibile «smontare» i ghetti e uscire dalla logica dell’emergenza. L’ostello è un esempio in questa direzione. La responsabilità sociale delle imprese permette inoltre una sostenibilità economica. Il progetto non pesa sulla fiscalità generale dello Stato ma redistribuisce i profitti all’interno della filiera. Ma quel che più conta è ridare la dignità ai lavoratori. Lavoratori che, contribuendo alle spese, avranno lavoro e casa come elementi di integrazione, in un luogo non separato dal resto del Paese».
Molto soddisfatto anche Ibrahim Diabate, operatore sociale, poeta, già bracciante agricolo. «Crediamo che in questo progetto ci siano grandi prospettive di crescita – spiega Diabate – . Ci stanno pervenendo numerose richieste di posti disponibili, anche da fuori della Piana. I ragazzi qui vivono bene, quindi tutti hanno voglia di venire. Grazie alla rete che abbiamo messo in piedi, questo è un modello riproducibile. Ci sono migliaia di case abbandonate nel territorio. Basta avere la volontà politica. Soprattutto, è importante che una volta per tutte i lavoratori della terra siano considerati esseri umani, persone, non strumenti da lavoro. Noi a costo zero abbiamo fatto tutto questo. Alle istituzioni, che spendono milioni di euro delle casse pubbliche in progetti che spesso non producono nulla e finiscono per peggiorare la situazione, chiediamo una cosa semplice: ma davvero è così difficile seguire questa strada?».
Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/dal-ghetto-al-dambe-so-una-casa-per-la-dignita-dei-braccianti-di-rosarn) - 21 mag. 2022
oggi
Il prezzo giusto come infrastruttura di dignità
13 gennaio 2026, 7.57
Nel Mediterraneo le arance non sono solo frutti. Sono frontiere mobili, geografie del lavoro, il punto esatto in cui il mercato globale incontra i corpi di chi raccoglie, spesso invisibile, spesso senza diritti. È da qui che bisognerebbe ripartire per capire perché le proteste degli agricoltori che attraversano l’Europa non parlano davvero di Mercosur, ma di qualcosa di molto più profondo: l’assenza strutturale di un prezzo giusto.
Il libero scambio, così come è stato costruito, ha trasformato il prezzo agricolo in una variabile di competizione al ribasso. A ogni trattato firmato non si risolvono problemi: si spostano i costi. Quelli ambientali restano sulle terre, quelli sociali sui lavoratori, quelli economici sulle piccole aziende che chiudono indebitate.
A vincere sono le multinazionali che controllano sementi, terre e distribuzione, mentre la filiera reale – quella che tiene insieme produzione, lavoro e territorio – si svuota.
Nella piana di Gioia Tauro questo processo lo vediamo ogni inverno. Le arance maturano e intorno ai campi ci sono lavoratori che le raccolgono che non hanno casa, trasporti, assistenza sanitaria. Il prezzo basso non è mai solo un numero: è un sistema di dislocazione della responsabilità. Il supermercato vende a pochi centesimi in meno, qualcuno, da qualche parte, paga la differenza in salute, dignità, solitudine.
Eppure a San Ferdinando, con l’esperienza di Dambe So, si è dimostrato che un’altra filiera è possibile.
Con questa esperienza di accoglienza dei braccianti in collegamento con i produttori associati dalla cooperativa Mania terra legata a Sos Rosarno si è dimostrato che l'uscita dall’emergenza non solo è possibile, ma è diventata infrastruttura di comunità.
Dambe So non è un progetto sociale, è un’anticipazione politica di una discussione necessaria.
Necessaria per creare una visione, per delineare un ragionamento sul tema del Prezzo Equo, una vertenza che ha come obbiettivo una soglia sociale di prezzo minima sotto la quale non si può importare né esportare. Non è un dazio, non è un prezzo al consumo fissato per legge, ma un prezzo sorgente minimo riconosciuto al produttore per permettergli di restare in piedi, un prezzo costruito su basi sociali e ambientali in maniera congrua dagli attori della filiera. Un processo del genere non dovrebbe valere solo per i prodotti calabresi o siciliani però, ma quantomeno per tutto il Mediterraneo.
Il prezzo equo non può essere solo europeo ed è bene sottolinearlo. Se vale soltanto a nord del Mediterraneo, il sud diventa automaticamente la zona franca del lavoro povero ed entra in competizione al ribasso. Spagna, Grecia, Marocco, Tunisia, Italia producono lo stesso frutto dentro sistemi di diritti diseguali: è qui che nasce il dumping.
Per questo il prezzo equo deve essere inteso come una lotta dei piccoli produttori e braccianti del mediterraneo di dignità , un patto per smettere di competere sullo sfruttamento e rincorsa al ribasso e iniziare a cooperare sui diritti.
Le imprese che partecipano al commercio internazionale delle arance devono rispondere non solo della qualità del prodotto, ma delle condizioni in cui vive chi lo raccoglie, e che riguardano sia il contratto di lavoro che i luoghi dove abitano. La responsabilità sociale non come bollino etico, ma come condizione di accesso al mercato: chi non rispetta gli standard sociali non esporta, non importa, non accede a fondi pubblici, non usa marchi di qualità.
È Sugli scaffali che questo meccanismo deve diventare visibile.
Il consumatore vede da dove nasce il prezzo sul campo, come si forma e quale parte sostiene diritti e accoglienza.
La vera alternativa oggi non è tra protezionismo e libero scambio. È tra commercio senza regole e commercio fondato sulla responsabilità. Un prezzo agricolo che non include il lavoro e l’accoglienza non è un prezzo basso: è un prezzo falsato.
La nostra idea è quella di introdurre allora nel prezzo minimo una quota sociale obbligatoria per le aziende , destinata a finanziare l’accoglienza dei lavoratori braccianti che a loro volta pagheranno una quota del loro salario per rendere sostenibile il meccanismo di accoglienza, senza che pesi sulla fiscalità generale.
Con questo metodo si potrà sviluppare la costruzione di ostelli sociali, appartamenti in subaffitto garantiti da agenzie pubbliche per l’abitare, trasporti regolari casa–lavoro, sanità di base, mediazione linguistica e sportelli lavoro agricolo assieme ai centri per l'impiego.
Ciò che oggi viene gestito come emergenza diventerebbe infrastruttura ordinaria della filiera. Non beneficenza, non carità, ma responsabilità sociale d’impresa resa struttura economica in un patto territoriale.
Senza prezzo equo non c’è agricoltura. Senza responsabilità sociale non c’è mercato giusto.
Noi vogliamo tenere insieme queste due cose, e farle diventare politica.
Fonte: FACEBOOK (https://www.facebook.com/profile.php?id=100008283164755) - 13 gen. 2026
approfondimento
Un tetto per la dignità ai braccianti di Rosarno
L’ostello Dambe So nella piana di Gioia Tauro da tre anni strappa al ricatto delle tendopoli decine di lavoratori arrivati dall’Africa. «Non facciamo carità», ma auto organizzazione e lotta senza tregua a razzisti e sfruttatori. Con un progetto di mutualismo che è una sfida per lo Stato
di Giansandro Merli
Ci sono muri che contengono spazio e muri che restituiscono tempo. Come quelli dell’ostello Dambe So, che dal 2022 strappa al ricatto delle tendopoli decine di braccianti africani della piana di Gioia Tauro. In bambarà, una lingua del Mali, significa «casa della dignità». Sorge nel comune calabrese di San Ferdinando, quartiere di Eranova. Nome che sa di socialismo, portato dagli abitanti di un borgo distrutto negli anni Settanta per far spazio al polo siderurgico, mai nato. Era stato fondato prima del Novecento dai braccianti in fuga dai soprusi del padrone.
Alle spalle di Dambe So sbatte il Tirreno e dalla spiaggia si scorge il porto di Gioia Tauro. L’edificio giallo ha tre piani, ognuno con tre archi che sembrano sorridere a chi si avvicina. Al momento ci vivono 60 lavoratori, cittadini di Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Guinea, Gambia.
Il progetto è nato dall’incontro tra Francesco Piobbichi e Ibrahim Diabate. Il primo, 53 anni, perugino, è arrivato qui cinque anni fa dopo un lungo periodo a offrire assistenza umanitaria al molo Favaloro di Lampedusa, con il progetto Mediterranean Hope delle chiese evangeliche. Il secondo, 57 anni, origini ivoriane, è in Italia dal 2008. Due anni dopo, mentre lavorava nelle campagne piemontesi di Saluzzo, è esplosa la rivolta di Rosarno: ha preso un treno ed è andato ad aiutare i compagni 1.275 chilometri più a sud.
«Avevo duemila euro in tasca – racconta Diabate – ma nessuno mi affittava casa. Sono finito nella tendopoli. Non credevo che in Italia esistessero posti simili». Per combattere i ghetti rimane nella piana e negli anni successivi contribuisce a fondare la cooperativa Sos Rosarno: braccianti e piccoli contadini uniti per garantire salari giusti e arance ecosostenibili.
Quando incontra Piobbichi si mettono a distribuire luci e catarifrangenti ai lavoratori, che si muovono in bicicletta, anche al buio. Su queste strade investimenti e sportellate, casuali o volute, capitano più spesso che altrove. «Ma non ci interessava la classica assistenza, volevamo fare altro. Ci eravamo accorti del problema tempo: i braccianti non ne hanno. Una parte lo toglie il lavoro: la sveglia presto, i chilometri verso il campo, le ore sotto il sole. Una parte lo prende la tendopoli perché al rientro bisogna combattere per i bisogni basilari, senza elettricità né acqua corrente. Quando devi sopravvivere non puoi pensare ad altro», afferma Piobbichi. «La casa è il luogo dove si riflette sul domani e si costruisce il futuro. Così abbiamo pensato all’ostello», racconta Diabate. In paese gli appartamenti ci sono ma ai «nigri» non li affittano e se li affittano non hanno l’idoneità necessaria a prendere la residenza. Senza residenza non si può rinnovare il permesso di soggiorno, chiedere il ricongiungimento familiare o avere il medico di base. A Dambe So è possibile.
L’ostello nasce con tre obiettivi. Il primo: rompere il confinamento. Le tendopoli della Piana – formali o meno, appaltate alle cooperative o abbandonate dallo Stato – sono sempre lontano dagli abitati. Per quella di San Ferdinando si segue una strada allagata, sul marciapiede alcune donne attendono i clienti. Superate bretella e ferrovia si nota il fumo dei bracieri e si respira cattivo odore. Dentro vivono in 250/300, nel picco della stagione anche 800. Il Borgo Sociale, invece, è nascosto nella campagne di Taurianova, oltre lo sterrato. Costato tre milioni di euro è composto da 24 container colorati, ognuno ha il nome di una capitale africana. Avrebbe dovuto ospitare un centinaio di persone ma un errore nell’impianto elettrico ha ridotto i posti. Dietro ai container si vedono già le baracche. La vernice scolorirà presto. «Lo schema è: emergenza, tendopoli, appalto a cooperativa, ritiro della cooperativa, abbandono – afferma Piobbichi – Il risultato è la disumanizzazione degli stranieri, la loro espulsione dallo spazio urbano. Noi invece ci stiamo dentro».
Il secondo obiettivo di Dambe So è «decolonizzare l’accoglienza». Significa riconoscere l’autonomia delle persone, rompendo il meccanismo di dipendenza e vittimizzazione che regna nei centri istituzionali. «Non abbiamo le chiavi dei loro appartamenti, non facciamo le pulizie, non cuciniamo per loro. Hanno superato la Libia, affrontano condizioni di lavoro durissime. Non sono ragazzini. Sanno vivere da soli, come gli italiani», afferma Pape Badji, 50 anni, senegalese. È uno dei due operatori sociali. A parità di abitanti una struttura dello Stato richiederebbe il triplo del personale. «Ma qui si autogestiscono», continua Pape. Moussa Wally, 30enne del Gambia, abita nell’ostello da due anni: «Finalmente nel tempo libero sto studiando l’italiano, voglio impararlo bene». Grazie alla residenza ha potuto chiedere, e ottenere, il documento perso quando nel 2018 Salvini aveva cancellato la protezione umanitaria. Lavora otto ore al giorno ed è fortunato perché gli fruttano 50 euro. Prima del Covid valevano la metà, poi bulgari e rumeni hanno lasciato la piana e i salari sono aumentati.
Il terzo obiettivo del progetto è la sostenibilità economica. «Non facciamo la carità, si paga un contributo sociale: 90 euro, bollette incluse», afferma Piobbichi. Fuori stagione molti posti sono vuoti, così si ottengono circa 30mila euro l’anno. Poco meno di quanto arriva dall’uso sociale della terra e da uno scambio mutualistico: Sos Rosarno vende le arance e destina una piccola quota a Dambe So, Dambe So aiuta a distribuire gli agrumi in Germania con l’aiuto dei valdesi. La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), che sostiene il progetto Mediterranean Hope da cui è nato l’ostello, copre i due operatori sociali. «I nostri appartamenti sono a costo zero per lo Stato», continua Piobbichi, che dalla Piana lancia una proposta valida per campagne e metropoli: «Istituire una quota sociale sui profitti che sostenga l’abitare dei lavoratori stagionali». Nei campi tassando i ricavi della grande distribuzione organizzata, nelle città quelli degli alloggi turistici.
A qualche chilometro da Dambe So ci sono sei palazzine. In totale fanno 30 appartamenti. Il viale di ingresso è sbarrato dal nastro bianco e rosso della municipale. Sono state costruite con soldi europei. Poi vandalizzate e distrutte. L’Ue ha detto: o le date ai braccianti o restituite i fondi. Il comune di San Ferdinando le ha ristrutturate, ma sono ancora vuote. Potrebbero essere messe a bando, stanziando fondi per l’ente gestore. Anche perché il comune calabrese è tra le otto aree inserite nel piano straordinario del governo denominato «modello Caivano». Ma c’è un’altra strada.
L’associazione di braccianti Terra e libertà, nata dentro Dambe So, ha chiesto ufficialmente l’assegnazione delle prime palazzine. Non vuole soldi pubblici, è pronta a replicare il meccanismo di autogestione. «Siamo persone. Dobbiamo avere una casa. Per vivere come gli altri – afferma Drame Moudou, bracciante senegalese di 25 anni e presidente di Terra e libertà – Non capisco come sia possibile che ci siano quegli appartamenti vuoti e, poco lontano, esseri umani costretti a vivere nelle tendopoli».
Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/un-tetto-per-la-dignita-ai-braccianti-di-rosarno) - 25 apr. 2025


