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MOVIMENTO PER LA CASA. Non ci resta che lottare

LE MALETESTE

8 ott 2026

Madrid - Il significato e la forza politica dell'Acampada in Puerta del Sol, per la Spagna e per i movimenti sociali - ADISA RALIJEVICH

di Adisa Ralijevich

08 ottobre 2026 | GLOBAL PROJECT


Dopo il ritorno della nostra delegazione a Madrid, continuiamo a seguire questa nuova fase del movimento per l'abitare, che sta scuotendo tutta la Spagna. Oggi, lo facciamo anche ricordando Maricarmen Abascal, della cui scomparsa abbiamo avuto notizia ieri in tarda serata (Redazione).

 

 

 Da tredici giorni Madrid non è più la stessa.

 

Sol, la piazza del chilometro zero, emblematico centro turistico della città, è occupato da circa duemila tende, da migliaia di persone, che in un presidio senza fine annunciata, reclamano il diritto ad una casa. Chiaro, semplice, preciso.

 

Le richieste avanzate dai collettivi e dal sindicato de inquilinas y inquilinos, è quello di una regolamentazione della questione abitativa che vede al centro punti irremovibili: abbassamento degli affitti fino al 50%, il fermo degli sfratti in corso, una proroga dei contratti d’affitto di tipo indefinito ed un blocco di acquisti di beni immobiliari da parte di fondi di inversione stranieri.

 

Dopo lo sfratto di Maricarmen, dopo la bocciatura dei due decreti proposti dal governo attuale e dopo le più di cinquanta manifestazioni in contemporanea in tutta Spagna che ha visto scendere in strada solo nella capitale più di mezzo milione di persone, arrivano le elezioni anticipate. Sanchez, che non è proprio l’ultimo arrivato, sembra aver trovato la strada perfetta per fare una campagna tutta centrata sul proteggere la democrazia dai cattivoni di destra e – naturalmente – sul diritto alla casa e all’ abitare, dopo averla più o meno ignorata per otto anni di governo.

 

Ma come ha fatto un argomento come la questione abitativa a far cadere il governo socialista di uno dei paesi più pop e fancy del momento? Risposta veloce: con la lotta.

 

Le battaglie sulla casa in Spagna non sono affatto nuove: risalgono ai movimenti ocupa degli anni ’90, che iniziarono ad osservare il veloce cambiamento che Barcellona, nello specifico, stava vivendo con le olimpiadi del ’92 e la forte turistizzazione seguita all’evento. Attraverso la pratica dell’occupazione di spazi, si metteva in discussione il nuovo modello di sviluppo urbano, che progressivamente allontanava i residenti di sempre per fare spazio ai nuovi ricchi, mediamente inversori del mondo turistico.

 

La crisi dei subprime del 2008, che colpì moltissime famiglie spagnole impossibilitate a pagare i mutui in corso, portò alla creazione dei Pah, plataforma afectados por la hipoteca: una piattaforma impegnata nell’assistenza legale, nella mediazione con le banche e la costante spinta ad una modifica delle leggi che consentono la speculazione finanziaria in ambito immobiliare. Un vero e proprio progetto di mutuo soccorso con la specifica sul diritto all’abitare, oggi con più di 290 sedi sparse per tutta la Spagna. Il diritto all’abitare e la questione della casa, assumevano così nel tempo un tema centrale, diventando parte integrante dell’agenda politica della maggior parte dei collettivi e di movimento.

 

Non è quindi qualcosa nato all’improvviso, ma il risultato di anni di lotte su un argomento che nel frattempo è diventato centrale non solo in Spagna. La quasi neo eletta sindachessa di Berlino del partito di sinistra radicale Die Linke ha appena vinto con un programma cui focus centrale è stato il caro affitti; il sindaco di New York Mamdani nei primi novanta giorni di mandato ha applicato una tassazione extra per i grandi proprietari immobiliari della città.

 

L’Italia non è estranea a questo problema: il caro affitti non riguarda più solo la spumeggiante Milano o la complessissima Roma. Dalle città medio grandi assoggettate alla logica dell’estrazione capitale con centri congestionati da turisti che non sono in grado di differenziare tra Firenze e Bologna, alla provincia, soggetta al sogno americano che vede nei paesi europei il territorio adatto per nuove forme di un neocolonialismo, fatto di gente con più soldi che va a fare il benestante dove la gente ha meno soldi. Palermo diventa così la sala da pranzo del matrimonio di Dua Lipa mentre Venezia quella di Jeff Bezos. O almeno così vorrebbero.

 

Tristemente questo modello economico non lascia scampo a nessuno: ricalcando uno degli slogan di questa mobilitazione, siamo molto più vicine ad essere Maricarmen che il fondo di inversione che specula sulla casa.

 

Lontano dall’essere un argomento populista, il diritto all’abitare è riuscito a mettere insieme diverse generazioni in una lotta condivisa cui volto è quello di una grande battaglia popolare.

 

Mentre la piazza si prepara ed invita cittadini e cittadine ad un grande sciopero generale, che manca in Spagna da quindici anni e secondo dati raccolti potrebbe accogliere più del 70% di adesioni, la lotta si trasforma e si apre non solo al problema della casa, ma a quello dell’istruzione, fa spazio alle istanze della comunità queer, si unisce al mondo della formazione e della sanità, sventola bandiera palestinese sulla Acampada. Passeggiando in mezzo alle tende, si ha la sensazione che sia scattato qualcosa: abbiamo smesso di essere solamente individui con il guaio dell’affitto, con problemi di lavoro, con la paura di essere picchiate per strada, con gli occhi pieni di lacrime di rabbia vedendo l’ennesimo drone distruggere la vita dei palestinesi.

 

Sembra quasi si sia ritrovato uno strumento, forte, potente, che non possono ignorare. Al grido di “aquí están los antifascistas” con il volto coperto da una kefiah, abbiamo cacciato più volte i nazisti di Nucleo Nacional, accorsi nella piazza per servire i signori di cui sono cani al guinzaglio. E sappiamo bene di che strumento si tratta: sempre e solo la lotta.

 

Da quando in Sol ci sono due mila tende accampate, sono stati bloccati decine di sfratti sia a Madrid che nel resto della Spagna; la Casika, trentennale centro sociale di Mostoles (periferia di Madrid) ha avuto la sospensione dello sfratto che pendeva sul collo da anni; in diversi tribunali del paese, dei giudici si sono dovuti fermare di fronte alla richiesta di uno sfratto di famiglie vulnerabili.

 

Non sono casualità, ma le conseguenze dirette di una presa di posizione, quella del popolo sp

agnolo, della Plaza Sol e di ogni Acampada e barricata che oggi campeggia nelle piazze centrali delle città. Non sono semplicemente palliativi, ma risultati che si ottengono quando la clase trabajadora scende in strada. E servono soprattutto a ricordarci una cosa; che se vogliamo vedere il cambio, se vogliamo tornare a sperare in qualcosa, non c’è altra via che non sia prendercelo, scendendo in strada a lottare.




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