
LE MALETESTE
25 ott 2026
Il teatro che diventa casa per i senza dimora. Portano sul palcoscenico i propri vissuti di solitudine, dimostrando che dal dolore si può rinascere. GILDA SCIORTINO
Trasformano l'esperienza della fragilità in un riscatto personale e sociale. Portano sul palcoscenico i propri vissuti di solitudine, dimostrando che dal dolore si può rinascere. Sono i sette attori della "Compagnia dei senza DimOra", realtà nata nel 2024 nei poli di accoglienza San Carlo, Casa San Francesco e Martin Luther King di Palermo, pronti ad andare in scena con “Anche per noi cambiano le stagioni”. Uno spettacolo che ci insegna come la sofferenza può essere anche raccontata con leggerezza
23 ottobre 2026 | VITA
C’è chi ama fare il punto croce, chi perdersi nei ricordi legati all’infanzia, andando con la mente a quei giochi che coloravano le sue giornate, qualcun altro pensa alla vecchiaia che pian piano arriva lasciando sul volto le prime rughe. Storie differenti, tenute chiuse nel profondo di anime che hanno passato la vita a difendersi, in attesa che qualcuno trovi la chiave giusta per aprire forzieri pieni di tesori.
Ecco giungere il teatro, il cui codice riesce a spalancare le porte di casseforti di chi, nel caso della nostra storia, ha passato una vita per strada. Occasione data dal percorso avviato a ottobre 2024 con gli ospiti dei poli di accoglienza San Carlo, Casa San Francesco e Martin Luther King di Palermo. Iniziativa promossa dalla Fondazione Don Calabria per il Sociale che, assieme ai partner La Panormitana, Centro diaconale valdese La Noce, Croce Rossa Italiana e Fondazione San Giuseppe dei Falegnami, lavora da anni nel progetto di accoglienza diurna e notturna delle persone senza dimora.
Io ho un sorriso da mostrare e regalare. Liboria
Per dimostrare che la sofferenza non è differente da persona a persona, se non nel modo di affrontarla, giunge Anche per noi cambiano le stagioni, spettacolo diretto da Orazio Bottiglieri, che sabato 24 ottobre andrà in scena alla Casa della Cultura “Re Mida” di Palermo. A portarlo in scena su uno dei palcoscenici di Palermo, nella settimana dal titolo “Ottobre con DimOra!” dedicata alla riflessione su homelessnemss a partire dalle persone, dalle loro esperienze e dal loro diritto a essere parte attiva della comunità, la Compagnia dei senza DimOra, dando vita a un’esperienza teatrale che diventa spazio in cui raccontarsi oltre le etichette e i pregiudizi.
Lavorare con persone senza dimora è lavorare con persone in cammino
«C‘è chi resta, c’è chi va, chi arriva, chi decide di lasciarci», sottolinea Marco Guttilla, assistente sociale, coordinatore dell’area grave marginalità adulta per la Fondazione Don Calabria per il Sociale e del progetto di accoglienza dei poli diurni e notturni. «E magari, rispetto al teatro, non sale sul palcoscenico ma ci guarda comodamente seduto in platea. Nulla rimane com’è per sempre. Anche per i nostri ospiti.
Ecco da cosa nasce l’esigenza di questo spettacolo: dal voler comunicare che le stagioni cambiano e, così come per noi, cambiano anche per le persone senza dimora. Noi, insieme a loro, affrontiamo le trasformazioni per poi poterle fronteggiare. Questo fluttuare nello spazio e nel tempo si respira in maniera decisa perchè il regista ha costruito uno spettacolo in cui si può entrare ed uscire senza necessariamente avere una parte legata all’altra. I monologhi sono stati scritti dagli stessi attori che raccontano, partendo proprio da quello che li riguarda, il piacere di piccole cose, facendoti ricordare che sei parte di una storia, una storia importante, unica, dove si cade ma ci si può rialzare con l’aiuto delle persone giuste. Quello che noi proviamo a fare ogni giorno».
Io ho un cielo e un mare da poter ammirare. Daniela
In teatro si è solo se stessi, senza ruoli che alzano barriere e allontanano
«Stare accanto alle persone è difficile», prosegue Guttilla, «ancor di più accanto a chi ha un passato pesante come quello dei senza dimora. Sono persone ferite, che hanno vissuto storie di infedeltà, non necessariamente affettive. Per loro avere nuovamente fiducia nelle persone, nell’essere umano, è complicato. Il nostro, quindi, è un lavoro costante, continuo, che affatica tantissimo gli operatori, ma lo dobbiamo fare. Attenzione, lo dobbiamo fare non perchè sia un nostro dovere, anche se lo è, ma perchè è un responsabilità morale che va aldilà della professione. In teatro, per esempio, quando accompagno gli ospiti sono Marco, non più l’assistente sociale; anche Sara va oltre il suo ruolo. È del resto la magia che crea il teatro, il luogo in cui spariscono le paure, le ferite non dico che si sanano ma vanno rimarginandosi. In questo contesto le barriere si abbattono, per loro siamo persone non piu operatori».
Io ho una parola di conforto da donare. Gilda
Scoprire di avere un mondo interiore pieno di colori
«Le storie che portano sul palco appartengono alle loro vite», afferma Sara Riccobono, assistente sociale. È la responsabile del laboratorio di teatro, ma anche colei che accompagna gli artisti alle prove ogni settimana. «Il regista è stato bravo a tirarle fuori da ognuno di loro già durante le prime lezioni. Per loro, oggi, il teatro è l’occasione per esprimere le proprie emozioni, i propri sogni, i tanti desideri repressi. Lo fanno prima, ma anche salendo sul palco e porgendoli al pubblico con tutta la libertà che sanno avere. Se volessimo comprendere quanto ha dato loro mi viene subito in mente Nevena, che nel primo spettacolo era chiusa, molto timida, mentre ora si è anche messa a ballare, operando un cambiamento partito dalla consapevolezza di sé. Lei sa finalmente che può continuare a sognare e a vivere. Nevena fa parte con orgoglio di questa compagnia che quest’anno festeggia i primi due anni di vita. Per noi non è solo una data, ma la celebrazione di un percorso di successo che ha visto alternarsi 15 persone, rimanendo oggi in sette, che hanno trasformato questa esperienza in un esempio di piccola grande famiglia».
Nevena, Gilda, Nicola, Daniela, Liboria, Alessandro sono sicuramente lo zoccolo duro della “Compagnia dei senza DimOra”, alla quale si è aggiunto da poco Pietro che, con la sua chitarra, ha aggiunto la colonna sonora alla vita di questa realtà.
A dimostrare quanta importanza possa avere un semplice laboratorio teatrale, ce lo dice lo sguardo di Nevena, dolcissima donna di origine serba, i cui occhi sorridono a tutti ma, se ti soffermi a guardarla bene, leggi il profondo dolore di una vita che oggi porta avanti senza il suo amato marito.
«Quando Boban è volato va», racconta Nevena parlando a bassa voce, come se un tono più elevato potesse disperdere la profondità di un amore ancora integro, «avevo deciso di raggiungerlo. Desideravo tornare in patria per riposare accanto a lui. Poi, sai, la vita ti mette davanti ad altre strade. Dopo l’ultimo dei miei quattro infarti, ho aperto gli occhi e ho visto accanto a me Sara, così ho capito che non sono sola. Certo, tornerò in Serbia, ma non è ancora il momento. Qui, per me, è come stare in famiglia. Il teatro, poi, mi ha dato tanto, non avrei mai creduto di riuscire a stare su un palco. Nel mio Paese non si fa teatro, non si va al cinema, la cultura non è così diffusa tra le persone. A Palermo sono rinata. Chi lo avrebbe detto che alla mia età mi sarei così tanto divertita! Si, alla mia età, ne ho 60, non si direbbe?».


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