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COLONIA CECILIA, frammenti di un’utopia

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LE MALETESTE

18 lug 2026

Un recente libro di Marta Cai edito da Oligo, «Radura», rievoca l'esperimento di convivenza comune in Brasile da parte di un gruppo di anarchici italiani, durato dal 1890 al 1894

di Davide Orecchio


Coloni, pionieri, libertari e socialisti. Infine: poliamorosi. Dal vasto repertorio dell’anarchismo ottocentesco riemerge una vecchia storia che vale la pena di tornare a raccontare: quella della colonia Cecilia, la «comunità agricola sperimentale» fondata dal veterinario e agronomo italiano Giovanni Rossi (1856-1943) in Brasile, in una regione dell’attuale stato del Paraná.


L’impresa durò tra alti e bassi per quattro anni, dal 1890 al 1894. Pochi coloni accompagnarono Rossi nell’atto fondativo, salpando con lui da Genova, ma in seguito Cecilia arrivò a ospitare oltre duecento persone, sperimentando libertà individuali e collettivismo, condivisione della terra e abolizione della proprietà, inclusa quella dei partner affettivi e sessuali.


Il problema, come succede a quasi tutte le storie anarchiche, è che anche questa è tanto famosa quanto negletta. A parte studiosi e simpatizzanti in pochi la conoscono, sui manuali non se ne trovano tracce. È la ragione, forse, che ha spinto Marta Cai a dedicarle un ammirevole testo – Radura (Oligo edizioni, 2026) – che sta a metà strada tra novella e incursione saggistica, e che a tratti assomiglia a una seduta spiritica, a un’evocazione di sepolti e fantasmi.


La scrittrice piemontese affronta la vicenda mettendo sulla pagina un dialogo tra passato e presente, camminando sulle antiche tracce lasciate dagli anarchici, agevolata in questo dal fatto di vivere a Curitiba, non troppo distante dal luogo dove sorgeva Cecilia.



Tra anarchismo e apostolato

Il promotore di questa avventura, l’uomo che il 20 febbraio del 1890 si imbarcò insieme a pochi compagni sul piroscafo Città di Roma con rotta verso il Brasile, era un esponente di quella prima generazione di giovani internazionalisti che, a partire dagli anni ‘70 dell’Ottocento, dopo la Comune di Parigi, e dopo l’appassimento del fascino mazziniano, in piena esplosione della «questione sociale», abbracciarono una fede socialista non autoritaria, quasi del tutto immune all’influenza «londinese» di Marx e Engels.


Prima di lanciarsi nell’avventura brasiliana, il pisano Rossi aveva provato a fondare comuni rurali socialiste in Italia, fallendo, e ne aveva scritto in opuscoli e in un volume di successo, adottando lo pseudonimo di Cardias. Pier Carlo Masini, uno dei più importanti storici dell’anarchismo italiano, ha definito Rossi un «apostolo», un «fondatore di comunità». Sin da giovane, infatti, praticando il proprio noviziato nella sezione pisana dell’Internazionale, una delle più attive in Italia, Rossi imparò a conoscere i sistemi di controllo e repressione dello Stato italiano, subendo l’intero spartito di arresto, carcerazione, processo, ammonizione.


E fin qui una carriera anarchica come tante. Ma Rossi aveva una sua originalità: proprio nell’anno del suo arresto, il 1878, a soli ventidue anni, pubblicò un libro, Un Comune Socialista, dove (leggiamo nella voce ad nomen del Dizionario biografico degli anarchici italiani, DBA, redatta da Marcello Zane) espose «compiutamente il suo programma per la realizzazione di una colonia collettivista anarchica. Il volume conoscerà in pochi anni ben cinque edizioni. (…) Nel libro vengono descritti la nascita e lo strutturarsi di un villaggio ove è stata instaurata la collettivizzazione della terra e della proprietà: un racconto quasi fantastico». Un racconto che ha una giovane protagonista: il suo nome è Cecilia.


Insomma, Rossi già sapeva perfettamente cosa fare, aveva le idee chiare, aveva anche il nome pronto. Ci provò prima in Italia, nel 1887, nella cascina Cittadella, nel cremonese, dove organizzò un’associazione agricola cooperativa che fu un fiasco completo. Ma non si perse d’animo. In un appello manoscritto per la Fondazione di colonie socialiste sperimentali – recuperato in archivio sempre da Masini, e da lui datato intorno 1890 – Rossi rilanciò il suo progetto:

«Le colonie socialiste – scriveva – se organizzate con intendimenti moderni e sinceramente sperimentali, saranno punti di sicuro orientamento sociale e politico; gli uomini cresciuti nella vita socialistica delle colonie saranno i fermenti che fanno lievitare la pasta della rivoluzione.Per arruolare questo gran nerbo dell’umanità sotto la nostra bandiera è necessario, o compagni, lasciare in disparte la teoria e venire alla pratica; procurare che l’idea scintilli fuori dai fatti».



Vita e morte della colonia Cecilia

Ma il fatto da propagandare, da disseminare, sarebbe avvenuto in una terra lontana, il Brasile. Raccolti i fondi e le adesioni, il viaggio iniziò. Il libro di Marta Cai ne mostra ogni tappa con veloce espressionismo: lo sbarco a Paranaguá, cento chilometri di percorso in diligenza, l’approdo «ai margini del bosco che circonda Santa Bárbara, dove il governo ha concesso» a Rossi e ai suoi «un terreno di circa dieci chilometri quadrati al prezzo medio di 15 lire pagabili a credito».


Il territorio – una prateria circondata da boschi, distesa su pendii collinari – è completamente incolto e disabitato. I coloni anarchici si insediano ai primi di aprile. Trovano riparo in una vecchia casa di legno abbandonata. Iniziano subito il lavoro di dissodamento. La cassa comune viene affidata all’unica donna del gruppo. Sembra un’impresa impossibile, ma, dopo due anni segnati da ogni genere di difficoltà, la colonia è cresciuta e può contare su sessantaquattro abitanti.


La colonia Cecilia, nelle parole di Pier Carlo Masini, «rappresenta il più interessante e cospicuo esempio di sperimentalismo anarchico, anche se limitato nel tempo. Si cominciò ad occupare un territorio, a mettere a coltura dei terreni, costruire delle case, vivendo senza capi per un certo numero di anni» (Storia degli anarchici italiani, 1969). Nonostante la scarsa conoscenza della zona, le modeste competenze agricole di molti coloni, e le difficoltà a procurarsi i macchinari necessari, la colonia sopravviveva.

In più fasi la popolazione raggiunse anche le 240 persone, la maggior parte di loro di origine lombarda e toscana. I coloni – leggiamo nel DBA – costruirono un «piccolo villaggio (chiamato naturalmente Anarchia), un mulino con forno annesso, piccoli laboratori artigianali, mentre dall’alto del palmizio sventolava la bandiera nero rossa della colonia anarchica».


Lo stesso Rossi – in Cecilia comunità anarchica sperimentale, dato alle stampe a Livorno nel 1893 – raccontò fino nel dettaglio la vita della colonia, e con fierezza: «Nessun patto, né verbale né scritto fu stabilito. Nessun regolamento, nessun orario, nessuna carica sociale, nessuna delegazione di poteri, nessuna norma fissa di vita o di lavoro. La voce di uno qualunque dava la sveglia agli altri; le necessità tecniche del lavoro, palesi a tutti ci chiamavano all’opera, ora divisi ora uniti; l’appetito ci chiamava ai pasti, il sonno al riposo».


La fine di questa zona di autonomia temporanea ante litteram arrivò però con le tensioni interne, con l’attrito tra coloni anziani e nuovi arrivati (in particolare un gruppo di famigerati polacchi), con la guerriglia che dilaniò la giovane repubblica brasiliana nata dopo il crollo dell’impero di Pedro II. I raccolti furono ripetutamente devastati. Il cassiere fuggì col denaro comune. Un’epidemia di difterite, a sigillo, convinse chi restava dei coloni ad abbandonare Cecilia nel 1894.



Come si scrive questa storia

Marta Cai sembra raccontare la vicenda, a tratti, come se fosse sbarcata su un pianeta perduto, aggirandosi ora tra i resti di una antica civiltà aliena; in altre pagine, invece, il distacco è quello di una voce postera, parente ma laterale, in qualche modo sopravvissuta e affettivamente simpatizzante con l’esperimento degli anarchici. C’è poi (nel cuore del testo di Cai) un monumento, il Memorial Anarquista, eretto sui resti di Cecilia.


L’autrice lo va a visitare e si lascia prendere da una comprensibile «sensazione cimiteriale»: parole sue quando si ritrova al cospetto di un «cimitero senza corpi, abitato da spoglie immortali, ossia da fantasmi». Per questo sopra parlavo di seduta spiritica. Spettri anarchici convocati dall’oltretomba: «Ho provato un forte struggimento impossibile da mitigare con l’orgoglio un po’ antipatico della sofferenza emendata dal riscatto». E poi: «La colonia Cecilia, ho avvertito in quello spazio vuoto, è nata per esserci e non per durare».



Una tipica esperienza anarchica

Una lucida desolazione. Tutto qui? Forse sì, forse no. Cai ha perfettamente ragione nel sintetizzare così l’esperimento di Giovanni Rossi: «In appena quattro anni i membri della colonia Cecilia furono esuli, immigrati e pionieri senza ottenere successo in nessuno dei tre ruoli». Ma, in fondo, l’insuccesso non è la misura tipica di ogni esperienza libertaria? Si potrebbe parlare di «eroiche sconfitte», prendendo la formula in prestito dalla storia del movimento operaio. Sconfitte che lasciano dei semi, débâcle che mostrano sempre una possibilità, un’alternativa rispetto all’esistente.


La colonia Cecilia propone diversi elementi tipici dell’anarchismo classico. Innanzitutto la sperimentazione (dove le cavie sono gli anarchici stessi, è questo è anche un pattern interessante). Una sperimentazione che per sua logica contiene la disponibilità al fallimento. E poi: un’anima performativa che si apparenta alla «propaganda del fatto», ossia alla dottrina comunicativa per eccellenza dell’anarchismo otto-novecentesco, che affidava a esempi concreti e realizzati, molto più che alla parola scritta, il potere di divulgare princìpi e ideali. Solo che Cecilia è un «fatto» non violento, e questo la rende inestimabile, se pensiamo a quanto la violenza fosse connaturata all’anarchismo occidentale e, in genere, alla sfera della lotta politica in quell’evo (Stati, eserciti e polizie varie non porgevano l’altra guancia).


Infine: non si può escludere che gli esperimenti di Giovanni Rossi, per quanto fallimentari, abbiano contribuito a un sedimento empirico e teorico per il successivo movimento agrario cooperativo. Il DBA elenca le sperimentazioni condotte a Cecilia: «La collettivizzazione dei beni, la pratica dello scambio e un mercato interno non regolato dalla moneta, (…) la pratica attuazione del nuovo modello sociale sempre teorizzato ma mai attuato, l’aver provato, come ricorda il suo fondatore, ‘il sapersi uomini liberi ed uguali’». Per questo «gli archivi brasiliani hanno mostrato quanto la figura di Rossi appaia importante anche nella storia economica recente dello stato brasiliano di Santa Caterina».

Insomma, per assecondare il ragionamento di Cai: un cimitero sì, ma non privo di terra fertile.



Il fallimento del libero amore

In realtà Rossi era convinto – e lo scrisse esplicitamente – che la vera causa del fallimento di Cecilia fosse stato «l’egoismo di famiglia», o meglio l’incapacità dei coloni di liberarsi dalle pastoie mentali e affettive dei rapporti di coppia tradizionali, così da abbracciare e praticare il «libero amore». Questo era un principio al quale il nostro eroe teneva molto: «Amare più persone contemporaneamente è una necessità dell’indole umana». La colonia Cecilia doveva essere un terreno di sperimentazione anche di questa libertà.


Spiega ancora Masini: «Alla proprietà, alla gelosia, alle potestà autoritarie sulla moglie e sui figli, egli oppone la solidarietà, la simpatia, l’armonia, l’affetto per tutti i fanciulli, indipendentemente dalla paternità e dalla maternità, l’amore scambievole e mutevole fra gli uomini e le donne, nella ricerca della comune felicità».


Ma questa sperimentazione proprio non funzionò. I coloni, per quanto anarchici (e comunque non tutti a Cecilia lo erano), erano sì disposti a rinunciare a qualsiasi proprietà materiale, ma non all’esclusiva sulle compagne, e la diatriba sul «libero amore» finì col banalizzarsi in una questione di greve possesso/non possesso dei corpi e dei cuori femminili, fino a dilaniare la colonia. Marta Cai riprende la tesi di Rossi quando descrive «l’‘egoismo’ delle donne e la tendenza al possesso degli uomini», che, insieme alla fame, «costituiranno lo speciale flagello della colonia».


Lo stesso Rossi sperimentò una «famiglia poliandrica» durante gli anni di Cecilia. Si unì alla moglie (Adele) di un compagno socialista (Annibale) dando vita a un nucleo a tre che si sarebbe poi allargato a quattro più prole, e ne riportò la breve vita in un opuscolo ricco di dettagli e «scientifica» obiettività. Si vede che non tutti, a Cecilia, erano alla sua altezza. A cominciare da Annibale, che aderì all’esperimento di libero amore con molti freni, e non così a lungo.


Una volta morta la colonia, Rossi sarebbe rimasto in Brasile per altri 17 anni. Esercitò il mestiere di agronomo e di veterinario, promosse altre iniziative di cooperazione agricola. Tornato in Italia con Adele al suo fianco, non abbandonò l’attività e le passioni di una vita, salvo ritirarsi al privato, per stanchezza e vecchiaia, durante gli anni del fascismo. Ci informa ancora il prezioso DBA: «Di lui, nel territorio brasiliano resta il ricordo vivido di quel ‘filosofo, sonhador, poeta, pioneiro da colonia Cecilia, agronomo, escritor, pai de familia, uma das personalidades estrangeiras mais interessantes do Brasil’».


Quanto a Cecilia, la conclusione in fondo è questa, affidata alle parole di Marta Cai: «Il vero paletto di frassino nel cuore dell’egoismo, la prova dirimente del socialismo, è il libero amore». E lì si consumò il naufragio della colonia. Era quella la vera utopia, cioè qualcosa che ancora non esiste o non è stato trovato. Chissà: se Giovanni Rossi avesse rinunciato al suo sogno poliamoroso, forse oggi Cecilia sarebbe una città del Brasile, e Cai, in Radura, ci avrebbe raccontato tutta un’altra storia.



Foto di copertina: una delle rare foto della Colonia Cecilia in Brasile nel 1891

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