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Curdi, il "modello Rojava": ecco cosa temono di più Erdogan e gli ayatollah

Autocrati, sultani, emiri, ayatollah, e non solo, temono più di ogni altra cosa la capacità attrattiva del “modello Rojava".
di UMBERTO DE GIOVANNANGELI

UMBERTO DE GIOVANNANGELI

19 Dicembre 2022 - 16.33

 

Un nazionalismo esasperato. I disegni neo imperiali. L’uso della guerra al terrorismo come arma di distrazione di massa dell’opinione pubblica interna. Certo, c’è tutto questo nei propositi del regime turco e di quello iraniani di annientamento del popolo curdo. Ma questo tutto non dà conto della ragione vera, di fondo, che sta alla base del nuovo tentativo di reprimere nel sangue la resistenza curda. La ragione di fondo è che autocrati, sultani, emiri, ayatollah, temono più di ogni altra cosa la capacità attrattiva del “modello Rojava”.

 

Il “modello Rojava”

 

A darne conto sono due persone che più lontane tra loro non potrebbero essere: un analista israeliano di geopolitica e un affermato cartoonist italiano.

 

 

L’analista in questione è Sefi Rachlevsky. Ecco cosa scrive su Haaretz del 29 novembre.

 

“Il popolo curdo viene massacrato. La notte di sabato scorso, i regimi iraniano e turco hanno iniziato un massacro coordinato di civili curdi. Il principale “crimine” di questi civili è stato quello di voler vivere ed essere uguali, in particolare per le donne.

In Iran, i curdi sono la forza trainante della rivolta in corso contro il regime. La rivolta è stata innescata dall’omicidio da parte della polizia di una giovane donna curda, Mahsa Amini, conosciuta dalla famiglia con il suo nome curdo, Jina.

 

 

Non è un caso che lo slogan che ha guidato la rivolta in tutto l’Iran, e anche ai Mondiali di calcio, sia stato pronunciato da lei: “Donna, vita, libertà”. Per anni, questo è stato uno slogan politico curdo. In Iran, Turchia e Siria, i curdi hanno una politica di leadership congiunta: un uomo e una donna ricoprono insieme ogni incarico. La leadership curda si è resa conto anni fa che l’oppressione delle donne era il problema fondamentale della regione e che cambiarlo era la chiave per un cambiamento più ampio. Di conseguenza, le donne combattenti curde hanno svolto un ruolo significativo nella sconfitta dello Stato Islamico – una sconfitta che ha salvato l’Occidente e che è costata la vita a 20.000 curdi. I curdi hanno pagato questo prezzo come combattenti in prima linea della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ora si sentono traditi, e a ragione. Le forze di polizia iraniane hanno affrontato i manifestanti in tutto il Paese. Ma da sabato scorso la situazione è cambiata nelle aree curde. Il governo iraniano sta ora impiegando l’esercito contro di loro: carri armati e armi pesanti contro civili innocenti. Secondo quanto riferito, le vittime civili sono molte. Non si sa quante, perché i social media e l’elettricità sono stati completamente bloccati nelle città curde.

 

 

Non è una coincidenza che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan abbia iniziato il suo massacro dei curdi nello stesso periodo. Il ministro degli Interni iraniano ha parlato apertamente di come i due Paesi si siano coordinati tra loro. Erdogan dice da mesi di voler invadere la regione semiautonoma curda in Siria, nota come Rojava. Finora gli americani lo hanno fermato. Ma ora Erdogan ha trovato un pretesto: l’attacco terroristico a Istanbul di due settimane fa, che ha attribuito ai curdi in Siria. Ma le probabilità che sia stato perpetrato dai curdi siriani sono più o meno uguali a quelle che lo abbia fatto io. I curdi siriani non hanno mai attaccato alcun obiettivo turco oltre il confine. Né hanno mai attaccato civili. La calunnia di Erdogan è stata cucita con punti grossolani. Il sospetto che ha preparato, arrestato e subito sbandierato, Ahlam al-Bashir, è una donna araba che non parla curdo e ha legami con lo Stato Islamico.

 

 

La verità è completamente diversa. Il prossimo giugno si terranno le elezioni in Turchia. La Turchia non è ancora la Russia di Vladimir Putin; i risultati sono ancora molto vicini alla realtà. Ed Erdogan rischia di perdere. La Turchia ha un tasso di inflazione superiore all’80% e la rabbia dell’opinione pubblica è enorme. Il partito guidato da Erdogan, ex sindaco di Istanbul, ha perso le ultime elezioni locali a Smirne, Istanbul e Ankara. Si prevede che perderà anche le elezioni generali.

 

 

Tutte le azioni di Erdogan, compresa la sua offensiva di fascino verso Israele, sono volte a migliorare la sua situazione elettorale. Secondo lui, solo una guerra esterna contro i curdi lo salverà. Ma per condurla ha bisogno del silenzio dell’Occidente. Sta cercando di ottenerlo con l’estorsione, lasciando intendere che, in assenza di tale silenzio, potrebbe interferire con l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. Anche il silenzio di Israele è essenziale per lui.

 

 

Ma gli interessi geostrategici di Israele e dell’Occidente sono esattamente l’opposto. La conquista del Rojava e la pulizia etnica dei curdi metterebbero il nord della Siria nelle mani dell’Iran e dei jihadisti, compreso lo Stato Islamico. Un tale colpo mortale ai curdi, insieme al massacro dei curdi da parte del regime iraniano nel tentativo di sedare i disordini, è molto probabile che schiacci la protesta in tutto l’Iran, perché i curdi sono la sua forza trainante.

 

 

Ma la moralità deve essere considerata prima degli interessi strategici. L’autonomia curda in Siria è ciò che ha sconfitto l’Isis, a un costo enorme. Ed è l’attore più progressista e femminista dell’intera regione. Come si può abbandonarli e permettere che vengano massacrati? Proprio da Erdogan, un elemento significativo nell’ascesa dell’Isis, quando i suoi emissari hanno aiutato e continuato ad aiutare i jihadisti con denaro, logistica e chiudendo un occhio.

 

 

Il silenzio dell’Occidente è vergognoso. Come possiamo abbandonare una nazione di 40 milioni di persone, leader regionale nella pratica dell’uguaglianza in generale e di quella delle donne in particolare, per essere massacrata da regimi nemici della democrazia e delle libertà umane? Perché premiare i jihadisti, che diventeranno più forti, e gli estremisti iraniani? Gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente, dove i diritti delle donne sono in ritirata, pagheranno il prezzo di questa follia.

 

 

La Turchia di Erdogan non agisce secondo i valori della Nato. Durante la guerra in Iraq, non ha permesso agli Stati Uniti di operare dal suo territorio. Da allora, la repressione della democrazia si è intensificata, con decine di migliaia di giornalisti, attivisti sociali e civili imprigionati per crimini che non hanno commesso. Perché aiutare Erdogan a continuare a governare? E l’Iran? Come possiamo ignorare gli atti di massacro di un regime nemico di ogni libertà umana? Il silenzio è distruttivo. I fiori del male crescono nel buio.

 

 

Da un punto di vista storico, il silenzio dell’Occidente e la sua collaborazione con questi dittatori assassini, chiudendo un occhio, non è “solo” una follia strategica. È anche un’incomprensibile vergogna morale. Questo silenzio deve finire. Gli Stati Uniti e l’Occidente hanno il potere di fermare un simile disastro strategico. Hanno il potere di fermare le invasioni e i massacri”.

 

Così l’analista israeliano.

 


Quella denuncia lasciata cadere nel dimenticatoio

Da un servizio dell’Agi:

“Mi sembra incredibile che il Rojava possa finire di nuovo nelle mani dell’Isis, il pelo sullo stomaco dei nostri politici e il fatto che nessuno gliene chieda conto”. In un’intervista a la Repubblica non ha dubbi Michele Rech, più conosciuto in arte con il nome di Zerocalcare, sul precipitare della situazione in Siria dopo la decisione del presidente degli Usa Donald Trump  (poi parzialmente ritrattata) di ritirare le truppe americane dal Paese lasciando così i curdi al proprio destino e campo libero alla Turchia di Erdogan, che ha già minacciato una rappresaglia contro il popolo curdo.

 

Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Zerocalcare si trovava, a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava (una federazione del Nord-Est della Siria che di fatto è autonoma). E così la storia di una guerra maledetta e infame, e della resistenza democratica di un popolo, è diventata una graphic novel di culto dal titolo Kobane Calling, un libro e anche uno spettacolo.

 

E a proposito di Erdogan, che definisce i curdi “terroristi”, Zerocalcare afferma che “dovremmo chiederci chi vogliamo scegliere come alleati”, ovvero “chi ha sconfitto l’Isis e sta provando a costruire un sistema di democrazia, dimostrando che anche in quel territorio ci può essere convivenza di diversi popoli, che le donne possono avere un ruolo primario nella società ed essere libere, o se il nostro alleato deve essere un regime come quello turco che incarcera decine di migliaia di oppositori politici”.


 

Zerocalcare definisce infatti il “caso di Rojava” come “l’unico esperimento di democrazia nel giro di decine di migliaia di chilometri quadrati”. “Quando Assad – spiega l’artista – ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”.

 

In pratica, continua a raccontare al quotidiano di Largo Fochetti a Roma, “ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”. “Questo è il Rojava, un esperimento avanzatissimo non solo rispetto a quelle zone, ma anche alle nostre, secondo me”, aggiunge il disegnatore.

 

In quell’area, dunque, sono stati aboliti i matrimoni combinati, i matrimoni tra ragazzini, “hanno stabilito che tutte le amministrazioni venissero gestite da un uomo e da una donna insieme”. “Nessuna donna – aggiunge – può essere assoggettata agli ordini di un uomo. Parlano di ambiente, ecologia, stanno studiando come sviluppare le energie pulite e usare il petrolio — e in quella regione ce n’è tanto, che fa gola a molti — solo per gli usi bellici. Hanno fatto della convivenza religiosa il fondamento della loro organizzazione”.

 

Kobane resisterà?, chiede infine il quotidiano. “Non credo che si siano mai fatti grandi illusioni sul ruolo degli americani in quella regione” risponde Zerocalcare. Per poi aggiungere e concludere: “Hanno molto chiaro che le loro alleanze sono con i popoli, non con i governi. Gli amici dei curdi sono le montagne, non sono quasi mai gli Stati. Ma questo non significa che dobbiamo stare zitti: i curdi hanno combattuto e sconfitto l’Isis, difendono la democrazia, non possiamo voltargli le spalle, lasciarli soli”.

 

L’intervista è del 7 ottobre 2019. Alla Casa Bianca non c’è più Trump ma non è che con Biden la situazione per i curdi sia migliorata.


 

I curdi, il popolo più grande al mondo senza uno Stato.

Repressi ma mai domi. Sono le milizie dell’Ypg ad essere accorse per prime a difesa dei yazidi sterminati dai nazi-islamisti dell’Isis.

Sono loro, i curdi in armi ad essersi opposti per primi all’avanzata dei miliziani di al-Baghdadi  in Iraq e a condurre l’assedio alla “capitale” siriana del Califfato, Raqqa.

Nel nord della Siria, l’obiettivo è quello di “creare un sistema sociale autonomo”, come ha detto all’agenzia di stampa curda Firat, Nesrin Abdullah, comandante dell’unità femminile delle Ypg, che hanno portato avanti una dura lotta contro il Califfato.


Eppure, per il presidente della Turchia, Recep Taayp Erdogan, restano il nemico principale, ancor più di Bashar al-Assad. Un nemico da annientare, con o senza il via libera di Washington. E ciò che spaventa gli autocrati e ai teocrati mediorientali non è la forza militare dei curdi (poca cosa rispetto all’esercito turco, il secondo, dopo quello americano, quanto a dimensioni in ambito Nato) ma la capacità attrattiva del modello politico e istituzionale che propugnano: un confederalismo democratico che ridefinisca in termini di autonomia (in particolare in Turchia e in Siria) gli Stati centralistici ed etnocentrici.


In un Grande Medio Oriente segnato da una deriva integralista o da controrivoluzioni militari, il “modello curdo” va in controtendenza. Perché si ispira all’idea che più spaventa califfi, sultani, teocrati e generali: l’idea della democrazia.

Ed è questa idea che si vorrebbe cancellare. E con essa la “questione curda”.



UMBERTO DE GIOVANNANGELI

da: globalist.it - 19 dic. 2022, ore 16.33

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