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Erdogan punta su Kobane: soluzione finale per i curdi in Siria

Con il consenso, e il sostegno, della comunità internazionale. A massacrare i curdi è l’esercito di Erdogan e le milizie di tagliagole che lo affiancano. Ma a dargli luce verde siamo anche noi. Noi Occidente. Noi Europa. Noi Nato.
di UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Vuole conquistare Kobane. Vuole portare a termine la pulizia etnica nel Rojava curdo siriano. Vuole invadere la Siria che, come l’Ucraina, per quanto in macerie è ancora uno Stato indipendente. 


Ufficialmente in nome della “guerra al terrorismo”. Di fatto per realizzare il disegno imperiale neo-ottomano e per essere rieletto alla presidenza della Turchia. E lo fa con l’ennesimo via libera dell’Occidente. L’ennesimo tradimento nei confronti dei curdi e degli eroi di Kobane.



Storia di un nuovo tradimento

Ne scrive Giorgio Ferrari su Avvenire del 25 novembre. “Se Dio vuole, presto li eradicheremo con i nostri carri armati, la nostra artiglieria e i nostri soldati». Non sono parole – che peraltro calzerebbero a pennello – pronunciate da Vladimir Putin alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, bensì di Recep Tayyp Erdogan nell’annunciare come “risposta” alla strage di Istanbul (subito attribuita allo Yekîneyên Parastina Gel, l’Unità curda di protezione popolare, Ypg) l’imminente offensiva di terra in Siria e in Iraq per stroncare la resistenza curda e creare una zona-cuscinetto a maggioranza sunnita nella quale rinchiudere i milioni di profughi siriani attualmente ospiti in territorio turco.


Erdogan, lo stesso uomo autoproclamatosi mediatore di pace nel conflitto fra Mosca e Kiev, ha ripreso con vigore una guerra che di fatto non ha mai conosciuto soste, ma semplici interruzioni tattiche. I raid aerei degli scorsi giorni, preludio all’intervento di terra, fanno capo a un’operazione denominata “Spada ad artiglio”. L’obiettivo più che manifesto del rais è quell’area nordorientale della Siria chiamata Rojava e la più illustre delle sue città, quella Kobane che da sola resistette nel 2014 al Daesh fino a divenire la città simbolo del Kurdistan siriano. Fin qui la cronaca, tragica e dolorosa come lo sono tutte le guerre, non importa sotto quali bandiere combattute.


Ma dietro la cronaca, dietro le mosse del presidente turco si staglia come d’abitudine una muraglia di contraddizioni e di cinismo. A cominciare dal calcolo eminentemente elettorale di Erdogan, che in vista delle elezioni presidenziali del giugno prossimo progetta di riversare nel Kurdistan siriano e iracheno la gran parte dei tre milioni e mezzo di profughi da anni ospitati in territorio turco.

Una massa enorme di esseri umani, fino a ieri cinicamente utilizzati come moneta di scambio con l’Unione Europea (un’accoglienza, quella di Erdogan, molto poco umanitaria quanto profumatamente remunerata da Bruxelles), che oggi si è trasformata in un pesante fardello sociale in un Paese flagellato da un’inflazione che supera l’80%, con un ceto medio impaurito e rancoroso e una burocrazia – militari, impiegati, servizi pubblici – dal benessere eroso dalla bancarotta dello Stato.


Ma ogni mezzo è buono per riguadagnare consensi. La base elettorale di Erdogan, l’Akp (formazione un tempo moderata, ora sempre meno laica e sempre più vicina ai Fratelli Musulmani), necessita di conferme. Così come ne hanno bisogno gli ultranazionalisti del Mhp, senza il voto dei quali Erdogan non è in grado di vincere le elezioni presidenziali. Ai primi garantisce il “ricollocamento” dei profughi; ai secondi la guerra senza quartiere ai curdi del Pkk e dello Ypg.


Ne sortisce il paradosso in base al quale un Paese membro della Nato quale è la Turchia sta aggredendo con i suoi bombardieri e i suoi tank un popolo prevalentemente inerme fatto di yazidi, curdi, arabi, circassi all’insegna di una mai dichiarata pulizia etnica.

Un Paese della Nato il cui leader non ha mai fatto mistero di flirtare con Mosca, di acquistare al prezzo di 2,5 miliardi di dollari il sistema di difesa missilistico S-400 prodotto dal colosso russo della Difesa Almaz-Antey e al tempo stesso di rivaleggiare con Putin nella spartizione della Libia mentre in Siria otteneva (e ottiene tuttora) un sostanziale via libera per sconfinare nella zona controllata dai curdi, purché non esageri troppo.

Con la raggelante prospettiva di veder trasformate Kobane e dintorni in un’altra Mariupol, o nella tragica copia dell’eccidio dei musulmani di Srebrenica del 1995 in Bosnia-Erzegovina, o quello dei palestinesi di Sabra e Chatila del 1982 in Libano…”.

Così Ferrari. Per quel poco che può contare, ne condividiamo anche le virgole. 


Annota l’inviato de La Stampa in Medio Oriente, Giordano Stabile, che Siria e Turchia conosce molto bene: “A più riprese Erdogan ha detto nei suoi comizi nell’Anatolia centrale che anche Kobane sarebbe «tornata» sotto il suo controllo, a completare la fascia di sicurezza, di fatto un pezzo sempre più grande di Siria annesso alla Turchia.

Ad Afrin, come a Tell Abyad, oggi nelle scuole si insegna in turco, e nei negozi si paga con le lire che portano l’effigie di Ataturk. La popolazione curda è in gran parte fuggita, centinaia di migliaia di profughi siriani di etnia araba hanno preso il loro posto.


Adesso Kobane è più che mai nel mirino. Per Erdogan è la formula magica che gli permetterebbe di far quadrare tutti cerchi. La terrificante crisi economica ha messo a dura prova la sua base elettorale, specie l’inflazione all’80 per cento che divora gli stipendi di impiegati e militari. I tre milioni e mezzo di profughi siriani sono diventati un peso e un bersaglio dei ceti più esposti alla crisi. 

L’idea di rimandarli in Siria, nei territori strappati ai curdi, e al loro posto, è diventata una necessità”, rimarca Stabile.

Una necessità avallata da quanti già una volta hanno tradito i curdi: l’America di Trump, l’Europa.


Kobane fu liberata dalle milizie curde, donne e uomini, che combatterono i tagliagole dell’Isis, mentre i carri armati turchi erano schierati al confine senza sparare un colpo contro i tagliagole dello Stato islamico.

L’Occidente li ha ripagati, gli eroi di Kobane, con il via libera alla pulizia etnica nel Nord-Est della Siria dato al sultano di Ankara, oggi lodato per il suo ruolo di mediatore nella guerra in Ucraina. E oggi la storia si ripete. Un nuovo tradimento è in atto. A compierlo sono i soliti noti. 



Falso pretesto

Ne dà conto Francesca Gnetti nella newsletter di Internazionale  sul Medio Oriente. “[…] Dopo l’attentato del 13 novembre (il primo di questo tipo in più di cinque anni), le autorità turche hanno pubblicato la foto di una donna che è stata arrestata con l’accusa di aver piazzato la bomba e di lavorare per il Pkk. Decine di altre persone sospettate di essere coinvolte nell’attentato sono state arrestate.


Un’analisi del Jerusalem Post sottolinea però che non sono state fornite prove a sostegno di questa versione dei fatti: “Mentre domenica sera la narrativa ufficiale di Ankara era che l’esplosione a Istanbul ‘poteva’ essere terrorismo, lunedì mattina non solo era stato deciso di sì, ma era anche stata trovata la colpevole e ogni pezzo del puzzle era al suo posto”. 

L’articolo fa notare anche altre incongruenze: “Secondo le autorità turche, la donna è entrata in Turchia da Afrin, in Siria, una zona che era sotto il controllo curdo fino all’invasione condotta dalla Turchia nel 2018, in seguito alla quale molte persone sono state costrette a fuggire o a subire la pulizia etnica dei turchi. Afrin è attualmente in mano ai ribelli siriani sostenuti dalla Turchia e ad Hayat tahrir al sham (Hts), un gruppo affiliato con Al Qaeda.

Di recente l’Hts ha rafforzato la sua presenza ad Afrin e nella zona sono stati individuati dei jihadisti del gruppo Stato islamico. Non è chiaro come una donna potrebbe spostarsi da Afrin fino alla Turchia, considerato che Ankara ha costruito un muro e una recinzione alla frontiera e mantiene una forte presenza di agenti di sicurezza nella zona, per impedire ai siriani di fuggire nel paese vicino.


Questo non ha impedito le dichiarazioni di Ankara. Potrebbe trattarsi di una scusa per sostenere l’Hts o altri gruppi, per aumentare il suo controllo sull’area o per perseguitare i curdi”. 

Le autorità turche hanno detto subito che l’attacco di Istanbul era legato ad “Ayn al Arab”, il nome arabo di Kobane, che spesso Ankara usa nel tentativo di cancellare la storia e l’identità curda della città.

E proprio Kobane è stata uno degli obiettivi del bombardamento del 20 novembre. Non è da sottovalutare il significato simbolico di questa città a maggioranza curda, epicentro della resistenza contro l’Is dal 2014 e su cui Ankara vorrebbe imporre il suo controllo nell’ambito del piano per stabilire una “zona di sicurezza” di trenta chilometri lungo il nord della Siria.


La Turchia ha invaso il nord della Siria tre volte dal 2016. I bombardamenti turchi hanno colpito anche la zona di Sinjar, nel nord dell’Iraq, dove vive la minoranza yazida, massacrata dall’Is nel 2014. Secondo alcuni esperti Ankara potrebbe proseguire l’offensiva con un’operazione via terra.

Oytum Orhan, che si occupa di Siria all’istituto Orsam di Ankara, ha spiegato ad Arab News  che scegliendo di colpire obiettivi come Kobane e Sinjar, la Turchia vuole segnalare agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali che non si fermerà, anche se i loro nemici non sono gli stessi”.  

Fin qui la giornalista di Internazionale.


Così si sta consumando l’ennesimo tradimento nei confronti dei combattenti curdi, del popolo turco. In Siria, in Turchia, in Iraq, in Iran.


L’Occidente che, giustamente, si è mobilitato a sostengo dell’Ucraina invasa dall’esercito russo, ha chiuso ambedue gli occhi di fronte ai crimini del sultano di Ankara in Siria, come nelle città a maggioranza curda in Turchia. Arresti di massa, coprifuoco continuo, attivisti per i diritti umani fatti sparire. E, sul fronte esterno, la pulizia etnica nel Rojava. Ora Erdogan propone al nemico di un tempo, Bashar al-Assad, un patto d’azione anti curdi.


Scrive l’Ansa in un lancio del 25 novembre: “I media siriani danno ampio risalto oggi alle nuove aperture da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan al suo collega siriano Bashar al Assad, dopo anni di accuse reciproche sullo sfondo del conflitto interno e regionale ancora in corso in Siria e nel quale la Turchia è pienamente coinvolta.  

Media siriani e curdo-siriani citano le dichiarazioni delle ultime ore attribuite a Erdogan dalla stampa di Ankara: “Un incontro con Assad è possibile. Non c’è alcun risentimento o amarezza in politica”, ha detto Erdogan. “Prima o poi si faranno dei passi”. 

Queste aperture accompagnano l’offensiva aerea e di artiglieria turca nel nord e nord-est della Siria contro postazioni di forze curde che fanno parte della coalizione guidata di fatto dal Partito dei lavoratori curdi (Pkk), a cui la Turchia ha attribuito l’attentato di Istanbul del 13 novembre”. Così l’Ansa.


Un patto criminale. Tra criminali travestiti da statisti. Con il consenso, e il sostegno, della comunità internazionale. A massacrare i curdi è l’esercito di Erdogan e le milizie di tagliagole che lo affiancano. Ma a dargli luce verde siamo anche noi. Noi Occidente. Noi Europa. Noi Nato. Non ci stancheremo mai di ricordarlo. 


UMBERTO DE GIOVANNANGELI

da: globalist.it - 27 nov. 2022

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