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IL SULTANO ERDOGAN, ARBITRO DEI SUOI DONBASS

Ognuno ha il suo Donbass. Per Erdogan e la Turchia - pilastro della Nato dal 1952 - si chiamano Rojava siriano e Kurdistan iracheno, dove il Sultano ha stabilmente insediato le truppe e occupato il territorio di altri Stati senza che nessuno osi alzare neppure il sopracciglio

di Alberto Negri

Ognuno ha il suo Donbass. Per Erdogan e la Turchia – pilastro della Nato dal 1952 – si chiamano Rojava siriano e Kurdistan iracheno, dove il Sultano ha stabilmente insediato le truppe e occupato il territorio di altri Stati senza che nessuno osi alzare neppure il sopracciglio. È lui a decidere, con la nostra complicità, chi siamo noi, che cosa è davvero la Nato e soprattutto anche il destino dei curdi, siriani e iracheni, da scambiare sul tavolo del negoziato per l’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza atlantica. Paesi che la Turchia accusa di essere complici di “terroristi”. Gli Usa, a quanto pare, hanno deciso intanto quale Donbass preferire. Agli ucraini non verranno dati missili per colpire la Russia, mentre Erdogan è in trattative con Washington per una nuova partita di caccia F-16 e forse gli sbloccheranno gli F-35, se rinuncia ad altre forniture di batterie antimissile S-400 di Mosca. E così Erdogan, contando sull’acquiescenza di Washington, ci dà dentro con la “sua” guerra. Dopo aver tentato di rovesciarlo nel luglio 2016, puntando sulla rete di Fethullah Gulen gli Stati Uniti, ora ci trattano. Da metà aprile l’esercito turco sta conducendo un massiccia operazione nel nord dell’Iraq per colpire le postazioni il Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) ma anche contro gli ezidi e le milizie curde siriane Ypg, bombardando Kobane (con gli elicotteri italiani dell’Agusta-Westland- Leonardo), simbolo dell’eroica resistenza al Califfato, da noi celebrata nel 2014 come l’ultima frontiera d’Europa contro la barbarie. Chi è stato allora a Kobane, che Erdogan adesso vuole includere nella sua «fascia di sicurezza», prova oggi un forte sentimento di vergogna. Sul massacratore Erdogan puntiamo anche le speranze di pace, visto che il presidente turco – ormai proiettato nella campagna per la rielezione nel 2023 – ha rilanciato la sua proposta di mediazione, offrendo Istanbul come sede per un incontro tra Russia, Ucraina e Nazioni Unite, e la Turchia come garante in un eventuale meccanismo di osservazione della tregua. Il nostro alleato Erdogan non ha certo migliori credenziali democratiche di Putin: anzi i due pur essendo avversari geopolitici, dalla Siria, alla Libia all’Azerbaijan, hanno molti tratti in comune. Nonostante l’incompatibilità geopolitica tra Ankara e Mosca (che comunque fa assai comodo a Nato e Usa), Putin ed Erdogan intrattengono rapporti pragmatici, sia in Siria che in Libia. Nel 2016 per il fallito golpe Erdogan chiude la base Usa di Incirlik per una settimana e riceve il pieno appoggio di Mosca. Con il progressivo (ma relativo) ritiro degli Usa dal Medio Oriente, Erdogan sperimenta con Russia e Cina il multipolarismo. «Siamo in un mondo post occidentale», proclama da tempo la diplomazia turca. E infatti – come del resto Israele con cui la Turchia ha ripreso i rapporti – Ankara non impone nessuna sanzione a Mosca per l’invasione dell’Ucraina. La Turchia è al 149° posto su 180 Paesi per libertà dei media, secondo il report redatto a maggio da Reporter senza frontiere. Sul punto si registra un’iniziativa parlamentare in stile russo per punire con la reclusione fino a tre anni per aver divulgato notizie false, ma senza specificare chi dovrà accertare la veridicità di un articolo, di un post sui social o di un servizio giornalistico. Lo scorso dicembre Erdogan aveva indicato i social media «come una delle principali minacce alla democrazia». La nuova legge che prende il nome di “censura digitale” prevede pene detentive da uno a tre anni per chiunque diffonda pubblicamente informazioni false sulla sicurezza nazionale e l’ordine pubblico. Dopo la condanna all’ergastolo senza appello per l’imprenditore e filantropo Osman Kavala, è stata condannata a 5 anni di carcere per avere insultato il presidente Canan Kaftancioglu, la leader dei progressisti, in grado di rappresentare l’alternativa rosa al potere. Coordinava a Istanbul il Partito popolare repubblicano (CHP) e nel 2019 è stata regista della vittoria del sindaco Imamoglu, primo volto non erdoganiano negli ultimi 25 anni. Naturalmente nessuna reazione dal fronte occidentale. E ora veniamo a noi, ovvero alla missione di Draghi in Turchia a luglio. Il nostro Donbass qui si chiamano Libia e gas del Mediterraneo. Come è noto la Turchia in Tripolitania ci tiene al guinzaglio nel Paese che fino al 2011 era tra i nostri maggiori fornitori di gas e petrolio. Accade dalla fine del 2019 quando fu Erdogan a contrastare militarmente l’offensiva del generale Khalifa Haftar contro il governo Sarraj, riconosciuto dall’Onu e per altro insediato con l’appoggio dei governi di Roma. La Turchia sale sulle motovedette italiane e “controlla” il traffico dei migranti, appaltato a personaggi assai controversi. E mentre la Libia è ancora divisa tra Tripolitania e Cirenaica, Erdogan fa valere l’accordo firmato con la Libia sulla Zona economica esclusiva (Zee). In base a questa intesa la Turchia – fuori dagli accordi internazionali – impedisce con le sue navi militari le attività di prospezione offshore nelle isole greche e a Cipro dell’Eni e di altre compagnie. Quello che non vuole Erdogan è il nuovo gasdotto Eastmed (rifornito con gas ellenico, israeliano ed egiziano) e che lo taglierebbe fuori. Draghi andrà quindi al bazar con il Sultano: immaginate voi chi ne farà la spese.


da ilmanifesto.it, 1 giugno 2022

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