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TURCHIA, PKK E YPG: L'IPOCRISIA DELLA NOZIONE DI TERRORISMO

di DAVIDE GRASSO

14-07-2022

Per comprendere l’ipocrisia del Governo Draghi e dell’Alleanza Atlantica in merito a democrazia, libertà politiche e diritti umani occorre contestualizzare la presa di posizione del 28 giugno di Svezia e Finlandia contro i dissidenti curdi e turchi in Europa e Medio oriente e la visita del primo ministro italiano in Turchia il 5 luglio.

Il 7 luglio, a seguito di questi due passaggi diplomatici, è stato proclamato lo stato di agitazione generale nell’Amministrazione autonoma della Siria nord-orientale, l’unica istituzione del paese ad essere riuscita a ritagliarsi uno spazio autonomo di sperimentazione democratica nonostante le pressioni di Assad e le ripetute invasioni. Le Unità di protezione delle donne e del popolo (Ypj-Ypg) e le Forze siriane democratiche curdo-arabe (Sdf) che difendono questa Amministrazione hanno patito undicimila cadute e caduti per sconfiggere Daesh tra il 2014 e il 2019, e vedono spezzate ogni giorno nuove vite per reprimerne la persistente insorgenza. Sono le forze che la Turchia si appresta a schiacciare con il benestare delle democrazie scandinave e le armi delle aziende italiane.


La recrudescenza di attacchi di Daesh in Siria è propiziata dalla politica turca di supporto ai gruppi islamisti del paese, accompagnata da un’ingegneria demografica che, dal 2018, punta a sfollare con la violenza i siriani favorevoli a istituzioni democratiche e secolari per sostituirli con famiglie di profughi, trasformati per l’occasione in coloni d’insediamento, vicine ai gruppi islamisti.


L’Amministrazione del nord-est, che Erdogan ha promesso di distruggere nel corso dell’estate, è composta da sette Regioni autoproclamate, quattro a maggioranza araba e tre a maggioranza curda (questa ultime costituiscono il Rojava). Fa proprio un modello secolare e pluralista ispirato all’elaborazione di un paradigma socialista nuovo e democratico, ecologico e femminile. Per queste ragioni è considerata entità terroristica dal governo di Ankara. Nessun altro paese condivide questa posizione, ma la Turchia è riuscita da tempo a far etichettare come terrorista da Nato, Usa e UE (benché non dalle Nazioni Unite) il Partito dei lavoratori del Kurdistan o Pkk, dalle cui idee è nata l’ideologia propugnata dall’Amministrazione autonoma.

La nozione di terrorismo è un problema per il mondo in cui viviamo. Più volte evocata dal segretario generale della Nato Stoltenberg a Madrid e presente nel documento sottoscritto da Svezia e Finlandia (che vi si impegnano a combatterlo assieme a Erdogan avversando il Pkk e «non fornendo supporto» alle Ypj-Ypg), è una mera, stantia allusione retorica dalle dubbie pretese giuridiche. Essa viene usata – a partire dalle due amministrazioni Bush Jr. a Washington, dalle democrazie liberali e dai despoti di tutto il mondo – come strumento spesso arbitrario per fare del nostro secolo lo scenario di una “lotta” condotta tramite linguaggi fuorvianti e la spettacolarizzazione comunicativa di ipocriti doppi standard. Il riemergente imperialismo turco occupa lo spazio semantico prodotto dai think tank neocon degli anni Duemila, capovolgendone le coloriture anti-islamiste e xenofobe in jihad “buono” e antiterroristico in nome di valori tradizionali, anti-democratici e anti-secolari (dove i gruppi egualitari sono mostri assetati di sangue e i miliziani, che fanno a pezzi le prigioniere, forza di liberazione dall’ingiustizia dei “senza Dio”).

Il concetto di terrorismo è di per sé privo di un chiaro riferimento semantico, oggetto di una babele di definizioni legislative vaghe e cangianti, dalle maglie sufficientemente larghe perché ciascuno possa interpretarlo in modi diversi a seconda dei contesti domestici o internazionali. Benché sia evidente che provocare distruzione e terrore indiscriminato tra i civili possa essere una tattica militare, effettivamente qualificabile come terrorismo e ampiamente utilizzata tanto dagli Stati quanto da organizzazioni illegali e clandestine (si pensi a teatri di combattimento, in questi decenni, come Grozny o Falluja) l’uso giuridico della nozione sta semplicemente a indicare, nelle consuetudini e nelle leggi degli Stati, il nemico politico cui non si intende riconoscere dignità di interlocutore. Questo può avvenire perché tale nemico ha già scelto la lotta armata (eventualmente, ma non necessariamente, con modalità terroristiche) oppure perché si vuole respingerne il pericolo in senso puramente politico. Ad essere definiti terroristici sono, nel mondo, anche gruppi e individui del tutto pacifici, come l’uso di questa nozione negli ordinamenti turco e siriano, per fare due esempi, sta a dimostrare.

Gli stessi o analoghi gruppi armati, nel tempo, sono stati assimilati a fenomeni di terrorismo o definiti movimenti di liberazione a seconda degli interessi cangianti dalle potenze. Si pensi al trattamento naturalmente ostile assicurato dalla Casa Bianca ai jihadisti attivi in Iraq contro la loro occupazione negli anni Duemila trasformatosi, negli anni Dieci, in benevolo e di supporto alle stesse persone, se sopravvissute, in territorio siriano contro regime baathista; o alla differente qualifica, da parte del Pentagono, dell’autonomismo armato dell’Uck in Kosovo e del Pkk in Turchia. E si consideri la politica estera della Federazione Russa: ostile, dopo i fatti libici del 2011, ai movimenti separatisti, autonomisti o sovversivi in molti contesti, accusati di minare la sovranità degli Stati e le basi del diritto internazionale su spinta statunitense; pronta però a offrire riconoscimento solitario a repubbliche principalmente o esclusivamente effetto delle sue operazioni militari all’estero, sistematicamente unilaterali e illegali (Donesk, Luhansk, Crimea, Ossetia del sud, Abkhazia, Transnistria; operazioni compiute in supporto a gruppi qualificati come terroristici dai rispettivi Stati).

La Turchia opera militarmente, in spregio al Consiglio di sicurezza e al diritto umanitario, tanto all’interno quanto all’esterno dei suoi confini (in Siria e in Iraq) dopo aver denunciato come terroristi i suoi dissidenti, curdi e di sinistra in primo luogo, ma anche islamisti di diverso orientamento come i gullenisti.

Ogni politica contro il terrorismo è, a suo modo, parziale e unilaterale. Non è un caso che le liste delle organizzazioni terroristiche dei diversi Stati del pianeta non coincidano tra loro, né con quella delle Nazioni Unite: le quali, peraltro, non hanno mai raggiunto un accordo per una definizione internazionale condivisa di questo termine. Tale vaghezza apre ogni volta una prateria giuridica e militare alla propaganda che intende giustificare la repressione del semplice dissenso (si pensi al goffo tentativo di Gian Carlo Caselli, in Italia nove anni fa, di perseguire come terroristi militanti No Tav in Val Susa).


Questo non significa che pratiche terroristiche non esistano nel mondo o che debbano essere tollerate, né che ogni persona accusata di terrorismo debba essere automaticamente compatita come semplice dissidente. Vuol dire che occorre analizzare e distinguere i movimenti politici, i conflitti e i loro contesti secondo criteri autonomi da quelli degli Stati, prendendo posizione secondo fini e una logica indipendente.

All’insensatezza del linguaggio della Nato, che giustifica con la lotta al terrorismo la consegna alla Turchia dei partigiani e delle partigiane che hanno difeso donne, uomini e bambini dai massacri perpetrati da Daesh, dobbiamo contrapporre attribuzioni autonome di senso, frutto di analisi mosse da interessi e metodi meno parziali sul piano scientifico, ma anche da valori qualificanti e quindi di parte, da applicare coerentemente in tutti i contesti. Esistono gruppi che utilizzano tattiche terroristiche crudeli e inumane per imporre sistemi politici ideologicamente contrari a ogni forma di democrazia e diritti umani (come i jihadisti di Al-Qaeda e Daesh, Boko Haram o Al-Shabab, o ancora gruppi come Ahrar Al-Sharqiya e Failaq Al-Majd, utilizzati dall’esercito turco in Siria). Esistono invece movimenti, inseriti in diverse fasi nelle liste anti-terrorismo di Stati e organizzazioni internazionali, che usano la violenza come forma di autodifesa o con notevoli giustificazioni sociali, politiche e storiche: è il caso delle Ypj-Ypg in Siria, del Pkk in Iraq e Turchia, del Pjak in Iran, dell’Ezln in Messico, del Fronte Polisario nel Sahara Occidentale e di altri ancora.

La differenza tra questi differenti insiemi di gruppi armati è politica prima ancora che militare. Il secondo aspetto discende anzi dal primo. Le formazioni di estrema destra (islamiche e non) intendono togliere agli esseri umani la possibilità di decidere sulle loro vite avocando a sé il possesso di una verità intangibile che fonderebbe la legittimità delle gerarchie esistenti o permetterebbe di radicalizzarle. I modi di agire di gruppi come Daesh vengono non a caso riprodotti dai suprematisti bianchi cristiani che compiono stragi indiscriminate di ebrei, giovani di sinistra, migranti o musulmani nelle metropoli neozelandesi, statunitensi o europee; o ha avuto anticipazioni negli atti tristemente famosi di alcuni suprematisti ebrei di ideologia sionista in Palestina. Il secondo elenco comprende invece organizzazioni armate di sinistra, la cui contraddizione con gli ordinamenti giuridici non sfocia di norma in un disprezzo razzista o confessionale per le popolazioni, che anzi tali gruppi non di rado proteggono dal terrore concreto provocato da taluni governi o gruppi di destra.

Queste differenze politiche sono elise e obliterate in modo non casuale dal magma confusionario delle leggi e delle dichiarazioni globali contro il terrorismo, e devono invece orientare il nostro giudizio autonomo sugli eventi, permettendoci di prendere posizione in un globo fatto di movimenti oltre che di governi, e di movimenti che spesso governano di fatto territori strappati ai governi.


Il nostro giudizio dovrebbe essere guidato esclusivamente dal criterio del benessere complessivo assicurato dai movimenti o dai governi alle persone, e quindi ai principi-guida che li muovono e all’attualità, concretezza o probabilità della loro realizzazione. Obiettivo dell’analisi delle relazioni internazionali non dovrebbe essere allora identificare, anacronisticamente, astratti “interessi nazionali” frammentati e indifferenti alle linee di genere, postcoloniali o di classe che dividono le nazioni, né identificare sistematicamente tali presunti interessi indistinti con i governi in carica o gli ordinamenti esistenti; bensì considerare tutti gli attori in gioco nella nazione che, senza per questo negare esistenza delle altre, è davvero all’altezza dei nostri tempi: la biosfera.

In questa nazione ecologica globale dovremmo cercare di immaginare soluzioni per conciliare gli interessi dei subordinati dei diversi continenti e attraverso i continenti, a partire dal nostro e dai mari che lo lambiscono. Questo sforzo dovrebbe essere praticato anche quando porti la teoria e la prassi in collisione con l’ideologia autoreferenziale prodotta in questo secolo dagli Stati-nazione.


In tutte le società – dall’Italia all’Ucraina, passando per la Russia, la Siria e la Turchia – i conflitti contrappongono progetti e visioni del mondo più che bandiere e apparati organizzativi in quanto tali, che al limite possono esserne il veicolo o l’involucro. Questi progetti sono spesso inconciliabili tra loro, e possono essere tanto espressione di un governo quanto di un’opposizione, sia essa o meno (a ragione o a torto) qualificata come terroristica. Il terrore è un’emozione umana.

C’è chi intenzionalmente la riproduce per i propri fini. La nozione corrente di terrorismo, precipitata nelle disposizioni legislative, nel linguaggio mediatico e in quello diplomatico, mostra da molto tempo di non servire a contrastare la diffusione di questa emozione sul pianeta. Occorre liberarcene. di DAVIDE GRASSO

in: volerelaluna.it, 14 luglio 2022

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