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“Italia corresponsabile delle violazioni sui migranti commesse in Libia”

Ricorso alla Corte Europea di AMNESTY INTERNATIONAL (Amnesty.it, 15 nov. 2019)

Italia corresponsabile di violazioni dei diritti dei migranti da parte della Libia: Amnesty International interviene in una causa presso la Corte europea dei diritti umani

 

L’11 novembre 2019 Amnesty International e Human Rights Watch sono intervenute come terze parti in un ricorso alla Corte europea dei diritti umani riguardante le violenze subite da un gruppo di migranti ad opera delle autorità libiche, nel novembre 2017, al momento dell’intercettamento in mare e del successivo ritorno in Libia.

 

Nel caso n. 21660/18, S.S. e altri contro l’Italia, i ricorrenti sostengono che l’Italia abbia violato la Convenzione europea dei diritti umani cooperando con la Libia, consentendo alla Guardia costiera libica di intercettare migranti in mare e riportarli sulla terraferma.

 

I ricorrenti hanno riferito alla Corte che le persone riportate in Libia sono regolarmente sottoposte a torture e al trattenimento arbitrario nei centri di detenzione.

 

Nel 2012, nella sentenza n. 27765/09, Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia, la Corte aveva condannato la prassi delle autorità italiane di intercettare migranti in mare e obbligarli a tornare in Libia, violando in questo modo la Convenzione e in particolare il divieto di rinviare persone in paesi dove rischiano di subire violazioni dei diritti umani.

 

Da allora, Amnesty International e Human Rights Watch hanno regolarmente denunciato le violazioni dei diritti umani commesse in Libia contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati e hanno condannato la cooperazione e il sostegno dell’Unione europea, e specificamente dell’Italia, alla Libia: collaborazioni che hanno dato luogo a prolungate detenzioni arbitrarie e ulteriori violazioni dei diritti umani.

 

Le due organizzazioni hanno sottolineato il ruolo decisivo che l’Italia svolge nel sostenere e orientare le politiche di controllo dell’immigrazione affinché le autorità libiche portino avanti le medesime politiche italiane condannate dalla Corte nel 2012.

 

Secondo Amnesty International e Human Rights Watch l’Italia in questo modo si rende corresponsabile delle violazioni dei diritti umani derivanti dalle operazioni effettuate in mare dalle autorità libiche con l’uso di una forza né necessaria né proporzionale, e che si concludono con il ritorno delle persone intercettate in luoghi di detenzione dove si verificano gravi violazioni dei diritti umani.

 

Le due organizzazioni hanno inoltre informato la Corte delle inumane condizioni di detenzione imposte ai migranti e a rifugiati nei centri di detenzione in Libia e delle violenze ai loro danni commesse o comunque tollerate dalle autorità libiche.

 

Pur essendo pienamente consapevoli della situazione, l’Italia e altri stati dell’Unione europea offrono sostegno alle autorità libiche perché trattengano le persone in Libia e non condizionano la cooperazione con la Libia all’adozione di provvedimenti – come la chiusura dei centri di detenzione e il rilascio delle migliaia di persone in essi illegalmente trattenute – per impedire che vengano commesse gravi violazioni dei diritti umani. Al contrario, l’assistenza alla Guardia costiera libica prosegue indisturbata.

 

Il caso S.S. e altri contro Italia costituisce un’opportunità decisiva per far emergere le responsabilità dell’Italia e il suo ruolo concreto nel determinare le politiche libiche di controllo delle frontiere e dell’immigrazione. Il sostegno italiano, insieme a quello più ampio europeo, permette alle autorità libiche di commettere terribili violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati, tanto in mare quanto sulla terraferma, e non dovrebbe essere immune da conseguenze.

 

Al centro del caso S.S. e altri contro Italia vi sono i fatti del 6 novembre 2017. Quel giorno un gommone con circa 150 persone a bordo iniziò a imbarcare acqua nelle acque internazionali di fronte alla costa libica. Arrivarono sul posto sia una nave di soccorso dell’Ong Sea-Watch che una motovedetta della Guardia costiera libica, di proprietà del Governo di accordo nazionale (l’autorità politica libica riconosciuta dalla Nazioni Unite) ma donata dall’Italia.

 

Secondo i 17 sopravvissuti che hanno promosso il ricorso alla Corte, la Guardia costiera libica ostacolò le operazioni di soccorso dell’equipaggio da parte della nave di Sea-Watch lanciandogli oggetti contro e picchiando e minacciando le persone già soccorse e altre che si trovavano in acqua.

 

La Guardia costiera libica riportò sulla terraferma 47 persone, poi poste in detenzione e sottoposte a violenze. La nave della Sea-Watch riuscì a soccorrere e a portare in Italia alcuni migranti, tra cui 15 dei 17 ricorrenti. In quell’occasione morì un numero imprecisato di persone, compresi i bambini di due dei ricorrenti.

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