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LAVINIA MARCHETTI. L'altra parte del mattatoio: 5 pensieri sulla "donna" e la guerra

LE MALETESTE

7 giu 2026

Come il potere costruisce i rapporti di genere all'interno delle guerre. Le donne diventano vittime sacrificali, qualsiasi carica rivestano - LAVINIA MARCHETTI

L'altra parte del mattatoio

5 pensieri sulla "donna" e la guerra


di Lavinia Marchetti

6 giugno 2026 | SUBSTACK


LA FRITTELLA E L’EROE

Céline pubblica nel 1932 il viaggio di Bardamu, reduce che torna dal fronte guarito da qualunque eroismo, ostico verso il coraggio verbale come verso quello reale. A Parigi incontra Lola, infermiera americana giunta per entusiasmo patriottico, alla quale hanno affidato un servizio speciale, le frittelle di mele per gli ospedali della città. Lola conserva un’arietta da Giovanna d’Arco e una combattività intatta mentre altri muoiono nel mattatoio delle battaglie.

Quando Bardamu le confessa la propria vigliaccheria deliberata, scelta, lei lo lascia con disgusto, lo stesso giorno in cui lui esibiva la medaglia al valore. Céline ne trae una sentenza che abbiamo preferito dimenticare e rimuovere. Il coraggio, in fondo è cosa indecente, indecente come domandare a un uomo di farsi ammazzare per fare bella figura.

L’antropologia dell’onore spiega perché Lola se ne andò. Julian Pitt-Rivers definisce l’onore come il valore di un uomo agli occhi di chi lo osserva, prima ancora che ai propri.

L’eroismo si fabbrica per un pubblico, e in quel pubblico, in guerra, vengono incluse le donne del fronte interno, che premiavano e premiano con l’amore chi parte per la guerra.

E, tuttavia serbavano e serbano un certo silenzio per chi torna illeso dalla guerra per scelta. La diserzione è mal vista da ogni fronte, anche quello interno, perché disarma l’apparato e il funzionamento sociale.

La vulgata racconta la guerra come faccenda di maschi e dimentica chi cuciva le coccarde e assaggiava le frittelle prima di spedirle. Lola desiderava un eroe vivo, a condizione che fosse stato pronto a morire. Bardamu rifiutò la condizione, e la perdette.

Cfr. Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (1932); Julian Pitt-Rivers, «Honour and Social Status», in J.G. Peristiany (a cura di), Honour and Shame (1965).



IL CORPO NOMINATO ARMA

Il 27 gennaio 2002 Wafa Idris, soccorritrice della Mezzaluna Rossa palestinese, si fece esplodere in via Jaffa a Gerusalemme, prima donna a compiere un attentato suicida nel conflitto. Era nata nel campo profughi di al-Am’ari, da una famiglia cacciata nel 1948 durante la Nakba.

La stampa internazionale le dedicò copertine che la fissavano con due occhi tristi e cercò la spiegazione nella sua vita di donna, il divorzio, l’impossibilità di avere figli che le avevano diagnosticato, quasi che una delusione domestica bastasse a produrre una bomba.

Kelly Oliver ha osservato che i media trattavano queste combattenti come un genere di notizia diverso dagli uomini, più appariscente perché inatteso, e che le designavano con una parola precisa. Le chiamavano “arma”. Il corpo femminile veniva dichiarato arma in sé, per la sua presenza, al di là di qualunque ordigno. Viene messa in atto un’operazione che cancella due volte. Sottrae a Wafa Idris la statura politica del gesto, riportandolo a un dramma privato di donna respinta. E le toglie la qualità di soggetto, poiché un’arma non pensa, al massimo “funziona”. Gli uomini che si erano fatti esplodere prima di lei erano stati chiamati militanti o martiri, comunque agenti di una volontà. A lei toccò lo statuto della “cosa”. La modernità ha promesso alle donne l’ingresso nella storia da pari. A Wafa Idris concesse l’ingresso come munizione.

Cfr. Kelly Oliver, Women as Weapons of War (Columbia University Press, 2007); Nadje Al-Ali, Nicola Pratt, Women and War in the Middle East (Zed Books, 2009); attentato di via Jaffa, Gerusalemme (27 gennaio 2002).



LE RAGAZZE SORRIDENTI

Nella primavera del 2004 le fotografie del carcere di Abu Ghraib mostrarono al mondo una soldatessa statunitense, Lynndie England, che teneva al guinzaglio un prigioniero iracheno nudo, e accanto a lei Sabrina Harman, che sorrideva sopra i corpi ammassati con il pollice alzato.


FOTO



Kelly Oliver confessa lo sconcerto provato, abituata a vedere uomini che abusano di donne e disorientata davanti a donne che abusavano di uomini. La trasgressione che rese ipnotiche quelle immagini stava nel sorriso femminile collocato dove l’occhio non lo attende. L’esercito aveva scoperto un impiego accorto della soldatessa. Mostrare una donna che ride mentre un prigioniero musulmano viene denudato lo colpisce nella sua appartenenza maschile con più violenza di una percossa (che comunque c’era).

Charles Graner, l’organizzatore delle violenze, spedì a casa una foto con la didascalia che riassume la faccenda, «guardate cosa ho fatto fare a Lynndie». La frase consegna England al rango dello strumento e tiene per sé la firma dell’autore. L’emancipazione era penetrata anche nella prigione militare e si presentò nella sua versione più aberrante, quella della parità ottenuta nella crudeltà. Le suffragette di un secolo prima reclamavano per le donne il voto e lo statuto di persona. Abu Ghraib esibì una donna ammessa al diritto di umiliare un uomo inerme, ripresa mentre sorride. Il progresso, certe volte, arriva travestito da fotografia ricordo.

Cfr. Kelly Oliver, Women as Weapons of War (Columbia University Press, 2007); documentazione fotografica del carcere di Abu Ghraib (2004).



IL CORPO COME TERRENO DEGLI UOMINI

Ruth Seifert, studiando le violenze belliche, formulò nel 1994 una tesi che l’antropologia dell’onore conferma. Lo stupro di guerra colpisce la donna per raggiungere, attraverso di lei, gli uomini che avrebbero dovuto proteggerla. La donna vale, in questa logica arcaica, come segno dell’onore di una comunità, e violarla annuncia ai suoi uomini la loro impotenza.

Nei campi della Bosnia, fra il 1992 e il 1995, lo stupro divenne strumento deliberato di guerra, al punto che il Tribunale dell’Aja, nella sentenza Kunarac del febbraio 2001, lo riconobbe per la prima volta come crimine contro l’umanità e forma di tortura.

Nadje Al-Ali e Nicola Pratt ritrovano la stessa meccanica nelle guerre del Vicino Oriente, dove l’aggressione sessuale serve a spezzare la presunta virilità dell’avversario. La freddezza del calcolo si misura dal bersaglio. La donna viene scelta come campo della contesa tra maschi e ridotta a messaggio che un esercito recapita a un altro esercito. Subisce in prima persona, e nei conteggi altrui compare come superficie su cui si gioca una partita che non la riguarda. Le statistiche dei conflitti registrano i soldati caduti e trascurano le donne sopravvissute alla violenza, perché la contabilità militare ammette la perdita dei combattenti e considera le altre un accidente del paesaggio. La guerra dei maschi ha sempre avuto bisogno del corpo delle donne per scrivere i propri messaggi.

Cfr. Ruth Seifert, «War and Rape: A Preliminary Analysis» (1994); Nadje Al-Ali, Nicola Pratt, Women and War in the Middle East (Zed Books, 2009); Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, sentenza Kunarac, Foča (22 febbraio 2001).



LA DIPENDENTE

Susie Orbach e Luise Eichenbaum sostengono, in un libro del 1983, che la dipendenza femminile è una leggenda capovolta. La società chiama dipendenti le donne, mentre sono loro a fornire le cure di cui gli uomini hanno bisogno senza ammetterlo, custodi di una dipendenza maschile che resta il vero tabù. La guerra rende visibile il capovolgimento meglio di qualunque teoria o speculazione. Il soldato al fronte è la creatura più dipendente che si dia, sorretta dalle lettere e dal lavoro invisibile delle donne che lo aspettano e lo tengono in vita dentro la propria testa. Eppure l’uomo in armi incarna la forza, e alla moglie spetta la parte della debole da custodire. Alla morte di lui, lei diventa vedova, e nel lessico amministrativo dell’esercito e dei civili, la figura della vedova assume una posizione passiva, una pensione da liquidare. Nadje Al-Ali e Nicola Pratt documentano che nelle guerre del Vicino Oriente le donne diventano capofamiglia quando gli uomini vengono uccisi o imprigionati, e reggono economie domestiche intere senza che venga loro riconosciuto il titolo di chi provvede.

In Occidente la vedova viene “liquidata” con altri riconoscimenti, una pensione e l’ovvia cura dei figli. Il sacrificio del marito la esenta dalla vita pubblica, dal lavoro, la reclude a “donna di casa”. La leggenda della dipendenza sopravvive perché serve.

Chiamare dipendente chi sostiene gli altri consente di continuare a chiedergli sostegno spacciandolo per debolezza. La vedova manda avanti la casa che lo Stato iscrive tra i propri oneri assistenziali.

Cfr. Susie Orbach, Luise Eichenbaum, What Do Women Want. Exploding the Myth of Dependency (1983); Nadje Al-Ali, Nicola Pratt, Women and War in the Middle East (Zed Books, 2009).




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