LAVINIA MARCHETTI. "Suicidarsi per Washington?": la situazione geopolitica di un disastro annunciato (per l'Europa)
- LE MALETESTE

- 17 apr
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apr 16, 2026 | SUBSTACK
L’errore più diffuso, a mio avviso, nell’analisi geopolitica che eseguiamo in Europa, consiste nel leggere separatamente Gaza, Libano, Iran e Cina. Il nesso invece è evidente e molto stretto. Gaza fornisce l’impunità. Il Libano offre il terreno di modellazione regionale e Hormuz ridispensa il costo della vita all’intero pianeta. La Russia guarda e incassa per il momento. La Cina converte quel costo in credito politico. L’Europa resta nel ruolo più umiliante che si possa immaginare. Area esposta ai prezzi da strozzinaggio, timida se non inesistente sul diritto, tardiva, nel caso italiano, perfino quando sospende un memorandum con Israele che ha continuato per anni a produrre effetti materiali genocidari. Questa guerra doveva ridisegnare il Medio Oriente sotto sigillo israelo-americano. Per ora sta ridisegnando soprattutto la geografia del declino occidentale.
Quale geografia si dispiega con sempre più chiarezza davanti ai nostri occhi? Israele vuole il “Grande Israele”, quella poltiglia messianico-escatologica che coniuga genocidio, stato d’eccezione permanente, guerra totale e Apartheid in un solo Stato completamente folle e pericoloso. Hormuz come cappio al collo del mondo, Gaza come abisso, inferno, voragine di ogni senso, il Libano come nuovo laboratorio di colonialismo d’insediamento.
A Islamabad il primo round tra Washington e Teheran si è chiuso senza accordo, come era prevedibile; meno prevedibile era che subito dopo arrivasse il blocco navale americano e, con esso, la sensazione sempre più nitida che l’operazione pensata per piegare l’Iran abbia prodotto un primo risultato opposto: la compattazione della resistenza iraniana e l’apertura di uno shock energetico mondiale. Senz’altro il governo di Teheran sembra più coeso che mai, specie dopo il fallimento dei colloqui.
In Asia assistiamo a un crollo degli arrivi di greggio, siamo passati da 13,4 a 4 milioni di barili al giorno. Il punto più caldo al momento, però, sta in Libano. Lì la guerra mostra la sua funzione reale. The New York Times descrive i colloqui diretti fra Israele e Libano a Washington come un tentativo di recidere Hezbollah mentre i raid proseguono, Bint Jbeil viene circondata e il paese conta oltre un milione di sfollati e più di 2.100 morti. Avvenire aggiorna il bilancio dal 2 marzo a 2.020 morti e 6.436 feriti, con 1,6 milioni di sfollati. L’8 aprile è stato davvero il giorno della “Oscurità eterna”: 50 caccia, 160 bombe e missili, più di 100 obiettivi, quasi 400 morti nel conteggio successivo della protezione civile libanese. Libération apre addirittura sulle “vite in rovina” dell’immeuble Hamad a Beirut: 250 persone uccise, 27 ancora sotto le macerie. La diplomazia, in questo quadro, serve soprattutto a rendere presentabile la prosecuzione della devastazione.
Ed è qui che il racconto israeliano diventa prezioso. Haaretz presenta i colloqui come “storici”, e insieme lascia filtrare la lettura più nascosta secondo cui Netanyahu starebbe comprando tempo. In un’altra apertura ancora più esplicita il giornale formula la questione in modo ancora più chiaro insinuando che il Libano cerca partnership e Israele vuole trasformarlo in uno strumento contro Iran e Hezbollah. La battaglia di “Bint Jbeil” sembra pesare molto di più del tavolo di Washington, perché lì si decide la riscrittura materiale del confine, della zona cuscinetto, della stessa sovranità libanese. Beirut, in altre parole, viene trattata come la cerniera da spezzare per arrivare a Teheran.
E Gaza? Gaza resta la matrice di tutto. Mentre il circuito diplomatico si sposta fra il nucleare iraniano, i pedaggi a Hormuz e le trattative sul Libano, a Gaza si segnala una crisi alimentare “senza precedenti” che minaccia oltre due milioni di persone, con la farina al centro del collasso e centinaia di migliaia di famiglie esposte alla carestia. Sul versante cisgiordano, Haaretz apre anche alla costruzione di otto nuovi insediamenti su terra palestinese, oltre ai 40 approvati ad inizio anno. Quindi abbiamo carestia e bombardamenti nella Striscia, colonizzazione senza freni in Cisgiordania e amministrazione internazionale del rinvio. Come vediamo, il genocidio contemporaneo ha spesso il volto della gestione tecnico-strategica.
La Cina, dentro questa crisi, paga un costo energetico e intanto incassa un dividendo strategico. Il 90 per cento del petrolio iraniano finisce in Cina e i flussi di gas e greggio verso Pechino hanno subito contrazioni sensibili; nello stesso tempo, tuttavia, la proposta cinese per risolvere le controversie energetiche è costruita su coesistenza pacifica, sovranità e diritto internazionale.
Oggi su Il manifesto leggiamo che a Pechino c’è la fila di Spagna, Emirati e Russia alla ricerca di una “potenza responsabile”. Mentre Washington esibisce flotte e ultimatum, Pechino raccoglie consensi tramite una gestione responsabile dell’economia senza guerre e depredazione e soprattutto senza uccisioni “mirate”. Per gli imperi il lessico conta quanto gli arsenali. Quando si perde il monopolio della ragionevolezza, comincia a incrinarsi anche il monopolio dell’ordine.
Persino il Tehran Times, cioè la voce di parte iraniana, registra due dati politicamente rivelatori. Da una parte definisce il blocco navale americano una violazione grave della sovranità iraniana. Dall’altra trasforma lo scontro con Trump anche in una contesa di legittimità morale, fino alla convergenza con il Papa sul tema della pace e del rispetto religioso. Quando persino la stampa di Teheran, stampa di un paese sotto aggressione, riesce a occupare quel terreno simbolico, significa che l’Occidente ha già dissipato una porzione decisiva, se non tutta, del proprio capitale morale.

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