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ITALIA/Sicurezza. I nuovi decreti e quelli ancora in discussione per regolamentare le piazze e il dissenso

LE MALETESTE

15 gen 2026

Nel mirino le manifestazioni per Gaza. Gli effetti del decreto sicurezza anche a Torino, Bologna, Catania, Treviso e Bergamo. Altri decreti in discussione proposti dal governo - IL MANIFESTO

Due pacchetti sicurezza in arrivo. Le norme più dure

La stretta. Zone rosse, reati minorili, rimpatri facili: cosa dicono le bozze


di Giansandro Merli

15 gennaio 2026


DECRETO/1. In città zone rosse più facili e rafforzate

prefetti potranno «individuare delle zone caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità, in relazione alle quali è vietata la permanenza ed è disposto l’allontanamento di soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati». Non serviranno più motivazioni legate a casi eccezionali e urgenti, sarà sufficiente un’analisi delle autorità di polizia che indichi i luoghi interessati e la durata temporale per stabilire le zone rosse. Che potranno durare sempre di più, senza particolari giustificazioni. Il decreto legge prevede anche più soldi per riempire le città di telecamere e gli stadi di apparati per l’identificazione biometrica delle persone che compiono reati. Aumenta la vigilanza su rete ferroviaria e litorali, dove saranno dispiegati anche nuovi “natanti” di polizia.


DECRETO/2. Le prime regole sulla detenzione amministrativa

I modi del trattenimento dei migranti “irregolari” saranno disciplinati per la prima volta. Lo farà una norma di rango primario diventata necessaria dopo la recente sentenza della Corte costituzionale che individuava sul tema un vuoto legislativo. Le bozze del decreto legge non entrano nel merito delle misure allo studio di Palazzo Chigi, ma sarà comunque una novità assoluta per i centri detentivi istituiti per la prima volta nel 1998 dalla Turco-Napolitano. Strutture che hanno cambiato nome più volte, ora sono Cpr, in cui sono rinchiusi cittadini stranieri che non hanno commesso reati ma si trovano solo in una situazione di irregolarità amministrativa. Luoghi finiti spesso al centro di inchieste giornalistiche e giudiziarie per le terribili condizioni di reclusione che l’Italia ha subappaltato alla gestione privata.


DDL/1. Pioggia di norme sui reati minorili, sanzioni ai tutor

Verrà ampliato il catalogo dei reati per i quali sarà possibile applicare l’ammonimento del questore per i minori tra i 12 e i 14 anni. Dai 14 anni in su introdotta una sanzione tra 200 e mille a carico del tutore. Una serie di misure saranno dedicate alla stretta sulla vendita e il porto di coltelli: un divieto di porto di strumenti con lama dai 5 centimetri in su, punibile con la reclusione fino a 3 anni, con aggravante di un terzo nel caso di più persone riunite. Anche in questo caso sono previste sanzioni ai tutori nel caso di minori e sarà prevista la possibilità di revocare (o non erogare) patente, passaporto e permesso di soggiorno. Sarà introdotto il divieto di vendita di coltelli ai minori, anche sul web. Per questi nuovi reati sarà disposta la facoltà di arresto in flagranza e l’adozione di misure cautelari anche per i minori.


DDL/2. Divieti e multe verso chi vuole protestare

Il pugno di ferro del disegno di legge contro il diritto al dissenso si concentra in nove articoli che hanno l’obiettivo di scoraggiare, impedire e sanzionare le proteste. In occasione dei cortei la polizia potrà mettere in stato di fermo preventivo fino a 12 ore chiunque ritenga pericoloso. Senza ulteriori motivazioni. Non ne serviranno neanche per perquisizioni e controlli durante manifestazioni in luogo pubblico, ovviamente «a tutela della sicurezza pubblica». Basterà una condanna anche non definitiva o persino una denuncia per reati di piazza per trovarsi di fronte a un divieto di «accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane». Prima serviva una sentenza inappellabile. Previste una raffica di multe, da 500 a 20mila euro, per manifestazioni non autorizzate, cortei deviati, concentramenti che continuano dopo l’ordine di scioglimento


DDL/3. Per gli agenti maggiori tutele e scudo legale

«Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero non provvede all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione». Lo dice il ddl sul tavolo di palazzo Chigi all’articolo 11, che introduce lo scudo legale per gli agenti di polizia necessario a evitare la sospensione dal servizio in caso di indagini. Sarà sufficiente la presenza di una causa di giustificazione come legittima difesa, adempimento di dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità. Una causa stabilita in via presuntiva dal momento che non potrà esserci un precedente accertamento della verità giudiziaria in un processo. Per le forze di polizia restano le garanzie difensive e aumentano le tutele.


Blocchi delle navi, rimpatri più facili e monito ai giudici

Si torna ai decreti sicurezza salviniani sui blocchi alle navi ong: non sono menzionate esplicitamente ma è a loro che si riferisce la possibilità, contenuta nel ddl, di interdizione temporanea dell’ingresso nelle acque territoriali. Lo deciderà Chigi su proposta del Viminale in caso di pericoli per la sicurezza nazionale. Tra questi una «pressione migratoria eccezionale», sospetti di infiltrazioni terroristiche, emergenze sanitarie. I migranti che riescono ad arrivare avranno l’obbligo di collaborare alla loro identificazione se rinchiusi nei Cpr (ma non è chiara la sanzione se disobbediranno) e rischiano di vedersi dichiarata inammissibile la domanda d’asilo in base alle norme Ue sui paesi terzi sicuri non ancora in vigore. Tradotto: rimpatri e deportazioni più facili. Monito anche ai giudici: non convalidare i trattenimenti sarà più difficile.



La nuova stretta del governo su dissenso e immigrazione

Cosa dicono le bozze. Il Viminale invia a Palazzo Chigi un dl e un ddl sicurezza: un manuale di autoritarismo. Punizioni per minori, pugno duro con le piazze, giro di vite su migranti e ong. Fermi di 12 ore contro chi sia sospettato di mettere a rischio l’ordine pubblico


di Giansandro Merli

15 gennaio 2026


La nuova stretta sulla sicurezza era nell’aria, ma le bozze circolate ieri fanno impallidire quanto disposto finora dal governo Meloni e perfino la contestatissima legge dello scorso anno. Quel ddl 1660 che inaspriva le pene per reati di piazza, occupazioni e resistenza (anche passiva) poi trasformato in decreto e convertito dal parlamento. Sul tavolo di palazzo Chigi è atterrato un pacchetto di 65 misure messe a punto dai tecnici del Viminale. La presidenza del Consiglio deciderà cosa tenere o scartare e che forma dare alle proposte.


NEI GIORNI SCORSI la Lega si era spesa per agitare il tema e intestarsi le novità in arrivo. Ieri il partito di via Bellerio si è detto soddisfatto: «Le nostre richieste sono state sostanzialmente accolte», ha dichiarato Matteo Salvini. Il vicepremier, però, ha citato anche misure su sgomberi e cittadinanza che nelle bozze non ci sono.

Le bozze, dunque. Al momento prevedono una mossa in due tempi: decreto legge e disegno di legge. Entrambi dovrebbero essere discussi già nei prossimi Cdm. Il primo è più insidioso per la maggiore rapidità e i ridotti margini di modifica. Il secondo più utile all’esecutivo per usare la discussione parlamentare come arena in cui attaccare le opposizioni e alimentare tensioni nel centro-sinistra, che sulla questione vorrebbe incalzare la maggioranza. Proprio ieri il Pd ha organizzato in Senato la conferenza stampa «Sicurezza nelle città».


I PRINCIPALI ASSI di intervento dell’esecutivo sono quattro: punizioni più severe per i minori che compiono reati violenti, pugno duro sul dissenso, nuovo giro di vite su migranti e ong, tutele e agevolazioni per gli agenti. Le misure sono divise, con alcune sovrapposizioni, tra i due strumenti legislativi.

Il decreto, per la prima volta dopo quasi 30 anni dall’istituzione dei Cpr, disciplinerà la modalità di detenzione amministrativa dei cittadini stranieri «irregolari»: una recente sentenza della Consulta aveva individuato un vulnus sul punto. I migranti non potranno più contare automaticamente sul gratuito patrocinio per opporsi all’espulsione. Se violeranno due ordini di lasciare l’Italia saranno rimpatriati senza l’emissione di un nuovo atto. Per realizzare nuove strutture di accoglienza o detenzione il Viminale conterà su «ampie facoltà di deroga della normativa vigente». Per tutto ciò che riguarda gli stranieri, insomma, si delinea sempre di più un diritto speciale.


ALTRE MISURE RIGUARDANO la sicurezza urbana, con la normalizzazione delle zone rosse, il rafforzamento dei presidi di polizia e nuovi investimenti su telecamere in stadi e strade. Nelle carceri aumentano i poteri della penitenziaria, soprattutto rispetto a operazioni sotto copertura. Un lungo pacchetto di norme prevede agevolazioni per le forze di polizia, nella progressione di carriera e nel superamento dei concorsi interni.

Le misure anti-coltelli e contro la violenza giovanile finiscono invece nel ddl, diversamente da quanto si era ipotizzato. Impongono divieti di vendita e porto di strumenti atti ad offendere, con pene più severe e una serie di sanzioni amministrative accessorie – sospensione di patente, passaporto e permesso di soggiorno – che dovrebbero scoraggiare con maggiore incisività la diffusione di armi bianche tra i più giovani. Chi le ha in tasca viene arrestato in flagranza. E aumentano anche i reati per cui il questore può ammonire i ragazzi tra 12 e 14 anni: lesioni, rissa, violenza privata e minaccia se commessi con l’uso di armi. Un’estensione del decreto Caivano.

Attenzione anche agli stupefacenti: potranno essere confiscati veicoli che «abbiano agevolato il reato di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti». Con qualche canna in tasca si rischia l’addio definitivo all’auto.


MA È SU DISSENSO e immigrazione che si concentrano le misure più autoritarie. Divieto di accesso ai centri urbani per chi ha solo una denuncia per reati di piazza. Liberalizzazione di controlli e perquisizioni nelle manifestazioni. Persino il «fermo di prevenzione» fino a 12 ore disposto dalle autorità di polizia contro chiunque sia soltanto sospettato di poter pregiudicare lo svolgimento dei cortei. E poi una serie di pesanti sanzioni amministrative, dunque prive delle garanzie del diritto penale, per chi convoca manifestazioni non autorizzate, devia dal percorso, disobbedisce all’ordine di sciogliere un concentramento. Veri e propri salassi fino a 20mila euro.

Tutt’altra musica per le forze di polizia: aumentano le tutele e arriva lo scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati se si ipotizzano cause di giustificazione (legittima difesa, adempimento del dovere, stato di necessità). Gli agenti non saranno sospesi automaticamente dal servizio.

All’orizzonte si vedono poi ulteriori blocchi delle navi ong, la strategia del fu ministro dell’Interno Salvini, con interdizioni all’ingresso nelle acque territoriali. Le espulsioni dei soggetti «pericolosi» sono accelerate. I migranti nei Cpr avranno l’obbligo di cooperare alla loro identificazione. I ragazzi stranieri che diventano maggiorenni in accoglienza potranno restarci solo fino ai 19 anni di età: la legge Zampa prevedeva 21 anni con il via libera del tribunale. I ricongiungimenti familiari diventano più facili per i lavoratori migranti qualificati, sono compressi per tutti gli altri.


IL DDL VORREBBE anche anticipare le norme europee non ancora in vigore sul paese terzo sicuro e l’inammissibilità delle domande d’asilo. Oltre a ridurre «i confini del sindacato del giudice sulla convalida del trattenimento». Per capire di che si tratta servirà il testo definitivo, ma il segnale è chiarissimo: ora è l’esecutivo che limita il potere giudiziario e i diritti fondamentali. Non viceversa.



Multe e denunce per blocchi stradali: nel mirino le manifestazioni per Gaza

Diritti. Gli effetti del decreto sicurezza anche a Torino, Bologna, Catania, Treviso e Bergamo


di Giuliano Santoro

14 geennaio 2026


Piovono centinaia di denunce e carte bollate sul grande movimento che tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre scorsi, in mezzo a due scioperi generali, decine di cortei e centinaia di migliaia di persone in piazza, ha manifestato contro i massacri di Gaza.


Ieri abbiamo dato conto delle inchieste che coinvolgono gli attivisti di Massa e Taranto. Intanto arrivano notizie di procedimenti in corso in numerose altre città italiane. Come a Bologna, dove parecchie decine di persone stanno ricevendo proprio in questi giorni gli avvisi di inizio indagine che richiamano espressamente la norma del codice penale contro il reato che di blocco alla circolazione, che fino a pochi mesi fa era normalmente punito al massimo con una sanzione amministrativa. Gli agenti della questura si presentano a casa degli indagati, a volte li aspettano in strada per consegnare loro la notifica della procura che fa riferimento alle oceaniche manifestazioni del 26 settembre, quando almeno cinquantamila persone arrivarono a bloccare la tangenziale.


A Torino, invece, accade che in tanti stiano ricevendo multe per blocco ferroviario e attraversamento dei binari che arrivano fino a cinquemila euro. Spesso le buste verdi con il timbro della polizia di stato e del compartimento della polizia ferroviaria colpiscono giovanissimi, sembrano pensate per intimorire la voglia di partecipare di chi in quelle giornate si trovava alle prime esperienze di piazza. «Di fronte a questa ennesima forma di risposta repressiva e screditamento delle grandissime giornate di presa di parola contro il genocidio e l’economia di guerra – scrivono da Torino per Gaza – Invitiamo chiunque abbia ricevuto questo tipo di sanzione a contattarci. Chi lotta non è mai solo e insieme possiamo organizzarci senza lasciare indietro nessuno. In quei giorni le mobilitazioni popolari hanno per la prima volta messo in crisi il governo Meloni, che ora risponde tentando di scoraggiarle in tutti i modi possibili».


Il tentativo di unire le forze e coordinare le risposte arriva anche dai bolognesi e dalla rete A pieno regime, che nei mesi scorsi ha raccolto decine di organizzazioni nel tentativo di impedire l’approvazione del decreto sicurezza. Se ne parlerà a uno dei tavoli dell’assemblea nazionale «No Kings» del 24 gennaio al Tpo di Bologna, che rilancerà la battaglia contro l’autoritarismo. Di fronte a un «governo nazionale che fa sul serio per aumentare ad ogni costo il suo potere» contro le forme libere della cooperazione sociale, si legge nel documento che indice la discussione, «è il momento di ragionare sulle conseguenze politiche e materiali di questa svolta, e sulle ipotesi di superamento della democrazia liberale nella crisi contemporanea». E ancora: «Diventa urgente costruire convergenze su nuove pratiche di resistenza e rafforzare reti larghe di auto-tutela che includano giuristi, associazioni, legali, giornalisti, reporter e mediattivisti in diretta connessione con i movimenti sociali e con chiunque si batta contro l’autoritarismo e per nuove forme di democrazia diretta».


Altre denunce vengono segnalate a Bergamo, Treviso e Catania, sempre relative alle manifestazioni in difesa della Flotilla. Il deputato di Avs Marco Grimaldi ha presentato un’interrogazione al ministro dell’interno Matteo Piantedosi. «Centinaia di studenti, cittadini, sindacalisti, giovani e attivisti rischiano un processo per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in difesa dei diritti del popolo palestinese – afferma Grimaldi – È inaccettabile che il dissenso venga trattato come un problema di ordine pubblico e represso con strumenti penali. L’applicazione del cosiddetto ‘diritto penale del dissenso’, aggravato dall’introduzione del nuovo reato di blocco ferroviario previsto dal decreto sicurezza, rappresenta un precedente pericoloso. Multe e denunce vengono utilizzate come strumenti di intimidazione e punizione. Non possiamo accettare che la protesta civile venga trasformata in reato».



Corteo ProPal, minorenni in manette a Torino

In tutta Italia. Dopo multe e denunce, scattano le misure cautelari per otto giovanissimi accusati di «azioni violente» il 3 ottobre


di Rita Rapisardi

15 gennaio 2026


Dopo le multe per i blocchi ferroviari, ora arrivano anche i primi provvedimenti nei confronti dei partecipanti alle manifestazioni dello scorso autunno in sostegno al popolo palestinese. La polizia di Torino ha eseguito ieri otto misure cautelari nei confronti di alcuni giovani, dai 15 ai 20 anni. Cinque minorenni sono stati arrestati (due in carcere e tre collocati in comunità) con l’accusa di essere i maggiori responsabili degli scontri avvenuti il 3 ottobre.

Sullo sfondo le giornate di mobilitazione per la Palestina e per la Global Sumud Flottila, in particolare, quella a cui si riferisce l’indagine condotta dalla Digos, lo sciopero generale indetto dalla Cgil «in difesa della Flotilla, per Gaza», che ha portato in strada 100mila persone.


DALL’OPERAZIONE denominata “Riot” emerge che le «azioni violente hanno provocato il ferimento di 12 operatori, il danneggiamento di diversi mezzi di polizia e di autovetture private, nonché dei beni mobili installati». Gli indagati, tutti di origine straniera di seconda generazione, in particolare tunisina, egiziana e marocchina, non sono legati ai movimenti torinesi, da quanto emerge dall’indagine, e fanno parte di un gruppo di un centinaio di persone, provenienti dai quartieri periferici e dalla prima cintura di Torino, che quella sera ha preso la testa del corteo attaccando le forze dell’ordine.


I PROVVEDIMENTI DI IERI, in ogni caso, si aggiungono alle centinaia di denunce e multe per migliaia di euro nei confronti di attivisti che in tutta Italia hanno manifestato a sostegno della Palestina. Da Torino a Massa Carrara, passando per Bologna, Taranto, Bergamo, Treviso e Catania. Per l’Assemblea studentesca di Torino, che riunisce diversi collettivi delle scuole snteruperiori cittadine, si tratterebbe di «una nuova operazione di rappresaglia dopo il movimento Blocchiamo tutto». «Più di 100mila torinesi sono scesi in piazza, in una città blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a Gaza. Fuori i signori della guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la città produttiva per la vostra guerra».


LA LUNGA GIORNATA del 3 ottobre a Torino, convocata sotto lo slogan «Blocchiamo tutto», era iniziata alle 7:30 allo stabilimento Amazon di Brandizzo per impedire la partenza delle merci, in contemporanea un presidio alle Ogr, officine grandi riparazioni, dove si sarebbe svolto l’incontro con l’imprenditore statunitense. Il grande corteo pacifico per lo sciopero è durato fino al pomeriggio. Ma un altro era stato convocato dai movimenti per le 18 in piazza Castello, davanti alla prefettura. Ed è partito, con quasi 20mila persone, secondo la Digos. I primi momenti di tensione a Porta Susa, con i primi momenti di tensione e il lancio di alcuni carrelli contro la polizia in tenuta antisommossa a presidio della stazione ferroviaria. La polizia ha risposto con lacrimogeni e l’uso dell’idrante. Pochi minuti dopo il corteo ha deciso di proseguire in direzione prefettura, da dove era partito.

Intorno alle dieci e trenta un gruppo composto da una decina di ragazzi a volto coperto ha iniziato a lanciare alcune bottiglie verso i carabinieri in presidio. A seguito del lancio di numerosi lacrimogeni il corteo si è spezzato e molti manifestanti hanno lasciato la piazza. La guerriglia ha interessato le vie vicine e piazza Castello, dove la maggior parte delle persone si era rifugiata. La manifestazione si è ufficialmente conclusa alle undici e trenta con il ritiro dei manifestanti, mentre però gli scontri con le forze dell’ordine intanto proseguivano nella vicina via Po.

Lanci di lacrimogeni, uso dell’idrante e cariche da una parte e il lancio di sedie e tavoli presenti in strada per la rassegna “Portici di Carta” dall’altro.



FontI: IL MANIFESTO - 14 e 15 gennaio 2026


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