
LE MALETESTE
20 lug 2026
Da Gaza alle nostre città. Il potere chiama "difesa" il proprio diritto di uccidere e terrorismo la paura di chi resiste. Una polizia fascista, come e perché. Bologna, 19 luglio 2026, l'uccisione di un uomo per mano dello Stato - LAVINIA MARCHETTI
lug 19, 2026 | SUBSTACK
Continuo a pensare alla schiena di qualcuno che fugge. In questo caso non c’entra il gioielliere psicopatico, ma il tiro a segno dei cecchini israeliani quando migliaia di persone stavano soltanto in fila a chiedere cibo. Al drone che non si vede e che cancella l’esistenza di qualcuno in una frazione di secondo. La schiena umana è un simbolo di fragilità non certo di pericolo. Non riesco a pensare a niente di più infame che sparare alla schiena.
Ci hanno cresciuti nella favola che il potere serva a proteggere la vita, e probabilmente, tra le tante menzogne, è quella che ci conviene di più. Il potere si è sempre riconosciuto dal gesto contrario, dalla facoltà di stabilire una morte e di farla passare per necessaria, la necropolitca decide chi esercita il vero potere. La parola «difesa» è l’ultima veste elegante di quel gesto antichissimo, il permesso di uccidere legittimamente. La «difesa» è servita fin dai tempi antichi a giustificare ogni gesto di aggressione laddove la parola dell’altro non poteva più controbattere.
Guardate quanto è diventata elastica. Si allunga fino a coprire il caccia che rade al suolo un quartiere. Poi si ritrae e sparisce del tutto davanti al ragazzo che lancia una pietra dalle macerie di casa sua. Tutto dipende da chi impugna l’arma, dal colore che ha la sua pelle e da quanto è pieno il suo conto in banca. La stessa pallottola cambia natura morale mentre è ancora in volo, a seconda del reddito di chi ha premuto il grilletto.
Nel lessico geopolitico, «difesa» è ormai un titolo nobiliare che si eredita con il passaporto. L’invasione russa dell’Ucraina ha restituito alle televisioni europee una capacità teorica che pareva perduta: distinguere l’aggressore dall’aggredito. Davanti alla Palestina questa facoltà evapora. Il missile russo arriva preceduto dalla propria colpa; quello israeliano viaggia accompagnato da una motivazione, spesso pronunciata prima che siano contati i morti e che è “giusto” a prescidere. Gli Stati Uniti possono attraversare oceani per «difendere i propri interessi», facendo milioni di morti in pochi decenni in nome di un imprecisato terrorismo (da loro stessi finanziato) mentre al palestinese espulso dalla propria terra viene contestata persino l’idea di avere qualcosa da difendere.
L’occupazione assume l’innocenza di un fenomeno “naturale”. Soltanto la risposta dell’occupato conserva un autore e dunque un colpevole.
Fanon aveva compreso che il colonizzato compare davanti all’Europa privo di interiorità. Quando l’uomo bianco armato dice «avevo paura», la società entra nella sua mente e la arreda di attenuanti; al palestinese che pronuncia le stesse parole viene chiesto anzitutto di dimostrare che la propria vita appartiene pienamente alla “specie umana”. Il razzismo comincia molto prima dell’insulto. Decide quale paura meriti comprensione e quale possa essere acquisita agli atti come prova di barbarie.
Il fascismo germoglia sempre da questa miseria dell’anima, che va a cercarsi un vivente più fragile su cui provare la forza che nella vita reale non ha mai avuto.
Il Far West che ci vendono come ritorno alla frontiera è il destino di una soggettività svuotata, a cui è rimasto soltanto il colpo per sentirsi esistere.
«Difesa» è la maschera che la pulsione di morte si infila per attraversare le nostre città con il sorriso dell’innocente e della vittima.
Una società che distribuisce quella maschera in base al censo e al colore della pelle di fatto compila la lista di chi ha il permesso di respirare.
Le manca soltanto il coraggio di leggerla ad alta voce, così le cerca un nome che non spaventi nessuno, e la chiama “ordine”.
Le peggiori stragi sono state amministrate da uomini convinti di servire il bene, l’ordine, la nazione, dio
L’Occidente si consola raccontandosi che la violenza sia il contrario della morale, l’irruzione dell’istinto là dove la ragione ha ceduto. Il criminale sarebbe un uomo senza legge, il torturatore un mostro che ha spento la coscienza. Su questa opposizione fra ordine morale e furia cieca abbiamo costruito le nostre teorie del male e le nostre illusioni sulla sua cura, immaginando che diffondere valori e sentimenti basti a disarmare l’aggressione.
Un’ampia indagine antropologica e psicologica ha capovolto la premessa. Esaminando la violenza attraverso le culture e la storia, i suoi autori concludono che la maggior parte del sangue umano viene versato per ragioni morali. Si uccide e si punisce per rendere giustizia, per riparare un’onta, per difendere una gerarchia o una purezza ritenute sacre. Il violento, nella grande maggioranza dei casi, si sente nel giusto, e regola con il suo gesto un rapporto sociale secondo un codice che venera. La violenza, in questa lettura, è un atto di governo delle relazioni, non una loro sospensione.
La storia offre a questa tesi conferme che gelano il sangue. René Girard aveva mostrato come il sacrificio umano e il meccanismo del capro espiatorio stiano al fondo del sacro, e come la comunità ritrovi la propria unità immolando una vittima. Foucault aveva descritto il supplizio pubblico dell’antico regime come un rito della giustizia, in cui il corpo del condannato veniva straziato a maggior gloria della legge. Il linciaggio, la vendetta d’onore, la guerra santa germogliano tutti da un eccesso di morale, dal fervore di chi crede di purificare il mondo.
La conseguenza è disturbante e feconda. Chi vuole comprendere l’atrocità deve smettere di cercarla nella bestia dentro di noi, e imparare a temere il giudice. Le peggiori stragi sono state amministrate da uomini convinti di servire il bene, l’ordine, la nazione, dio. L’assenza di morale produce al più il delinquente comune; è l’eccesso di una morale assoluta, che divide il mondo in puri e impuri, a produrre lo sterminatore. La cura non sta nel moralizzare di più, ma nel diffidare delle morali che reclamano vittime.
Cfr. A. P. Fiske, T. S. Rai, Virtuous Violence: Hurting and Killing to Create, Sustain, End, and Honor Social Relationships, Cambridge University Press, Cambridge 2014.
Una polizia fascista e impunita è lo specchio di una politica e di una società disumane.
Bologna, 19 luglio 2026, l'uccisione di un uomo per mano dello Stato
di Lavinia Marchetti
20 luglio 2026 | SUBSTACK
Nello stesso giorno in cui si ricordava Carlo Giuliani, ucciso dai carabinieri, Abderrahim Fakir è morto mentre lo Stato lo teneva a terra. E la fretta con cui assolvono gli agenti misura quanto l'autorità si sia allontanata dalla vita.
Ieri ho pubblicato il video di un uomo che muore sull'asfalto rovente di Bologna, tenuto prono da due poliziotti, con la testa premuta sull'asfalto molte volte, con violenza. Il volto contro terra e le braccia dietro la schiena, un terzo agente sulle gambe. All'inizio Abderrahim Fakir dice ancora che gli fanno male, chiede aiuto, chiede che smettano. Poi la voce si spegne, il corpo smette di muoversi, e qualcuno se ne accorge soltanto quando l'immobilità è totale. Nel filmato non compare nessuna rianimazione, solo sguardi persi di alcuni paramedici e passanti che non proferiscono parola mentre un uomo veniva ucciso. Si sa, gli "angeli in divisa" lo fanno per il nostro bene.
Sotto quelle immagini ho contato circa duecento faccine che ridevano. «Uno di meno», scriveva qualcuno. Quell'uomo era già stato espulso dalla specie umana prima ancora che ne fosse accertata la morte. Era diventato il marocchino, il presunto delinquente, e compiuta quella retrocessione la sua agonia poteva perfino divertire.
Si chiamava Abderrahim Fakir, aveva quarantadue anni, viveva in Italia da regolare, era sposato, aveva una piccola impresa. Lo scrivo per restituirgli una vita, non perché servisse a meritarsela. Anche fosse stato povero o pieno di precedenti, lo Stato aveva verso di lui gli stessi obblighi. La dignità umana diventa un privilegio nell'istante in cui pretendiamo che venga conquistata con un certificato di buona condotta.
I fatti sono scarni. Un uomo in forte agitazione, lo spray urticante, la messa a terra, i polsi legati dietro la schiena e poi anche le caviglie. Fakir entra vivo nella contenzione dello Stato e ne esce cadavere. La parola «malore», che rievoca scenari nefasti del passato e non solo per Pinelli, già spuntata nei primi resoconti e non spiega niente, serve solo a trasformare una morte avvenuta sotto le mani della polizia in una disgrazia capitata lì accanto per caso. La medicina sa da decenni che tenere una persona a faccia in giù, premuta sul dorso mentre lotta per respirare, può ucciderla.
Lo Stato lo sapeva già. Sei mesi fa, nel gennaio 2026, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per la morte di Riccardo Magherini, tenuto prono dai carabinieri a Firenze per venti minuti, anche quando era ormai inerte. Ci ha condannati per violazione del diritto alla vita, e ha scritto a chiare lettere che le forze dell'ordine erano formate male. Sei mesi. Che cosa hanno insegnato agli agenti, da allora, sulla contenzione prona? A giudicare da via Svevo, niente.
Mentre i magistrati devono ancora acquisire le bodycam e l'autopsia deve ancora dire una parola, Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera del partito che governa, ha già sentenziato che l'intervento è stato «condotto con professionalità e modalità consone». Adeguatissimo, certo, se l'unico scopo era neutralizzarlo e ucciderlo. L'impunità non aspetta una sentenza, comincia adesso, quando il governo fa sapere alla polizia che qualunque esito verrà scaricato sulla condotta della vittima. All'agente la presunzione di avere ragione, al morto l'onere impossibile di dimostrare la propria innocenza.
Chiamo fascista una polizia quando il monopolio statale della forza sfugge al controllo democratico e diventa un lasciapassare senza limiti. Max Weber definiva lo Stato come il detentore del monopolio della violenza legittima, e la democrazia sta tutta dentro quell'aggettivo. La forza resta "legittima" finché è necessaria e proporzionata, e finché un potere indipendente può sindacarla. Tolte queste condizioni rimane il monopolio nudo, la libertà di colpire con la certezza politica di essere coperti. La divisa comincia a precedere la legge. Ecco perché parliamo di "Stato di polizia"
Le faccine che ridono e le parole di Bignami sono la stessa cosa. Una società che vuole punire lo straniero e il povero delega alla divisa la violenza che sogna di esercitare da sé, e applaude quando il potere la esegue al posto suo. La brutalità la ribattezziamo sicurezza, e la morte diventa colpa del morto.
Nelle stesse ore più di duecento persone si sono radunate in via Svevo, in ginocchio, a ricordare George Floyd. Diranno che il paragone è improprio. Ma pongono una domandina semplice: quanto a lungo può stare un uomo prono, schiacciato sotto il peso di chi rappresenta lo Stato, prima che il suo respiro conti più della sua obbedienza?
Grazie a chi è sceso in strada. In mezzo all'applauso per la forza avete ricordato che l'autorità vale qualcosa soltanto finché protegge la vita e risponde di ciò che fa. Questa umanità è una minoranza stanca, molte volte anestetizzata. Ieri sera era ancora viva, e stava dalla parte giusta della strada.
PRIMA DI PROCESSARE IL MORTO
di Lavinia Marchetti
20 luglio 2026 | SUBSTACK
Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir
Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta. Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.
Proviamo a rispondere con ordine.
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla
Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto. Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto. Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.
2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte
Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.
3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico
Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente. La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)
4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione
Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare fra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.
5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile
Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco. Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.
6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento
Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12.30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12.53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza. Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.
7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione
Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria. Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.
8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti
L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.
9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza
Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.
10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia
Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il privilegio morale concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.
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