
LE MALETESTE
20 ott 2026
Chi ha paura del conflitto sociale? La rabbia degli esclusi e la violenza degli invisibili. La rivolta globale degli studenti contro l’economia di guerra - ELEONORA DE NARDIS e ALEKOS PRETE
Chi ha paura del conflitto sociale? La rabbia degli esclusi e la violenza degli invisibili
20 Ottobre 2026 | ARTICOLO 21
Dalla Spagna alla Francia, sino all’Italia, la protesta racconta le fratture di una società che non riesce più a garantire il futuro. Ma mentre si invoca l’ordine, resta una domanda: che cosa consideriamo violenza e quale violenza abbiamo imparato a non vedere?
Vi è infatti un momento in cui il disagio smette di essere una somma di solitudini e diventa un fatto sociale; accade quando le persone riconoscono, nelle esperienze altrui, la stessa frattura che attraversa la propria esistenza. È allora che la rabbia privata diventa conflitto pubblico, interrompendo la normalità di una società che vorrebbe le proprie contraddizioni silenziose, possibilmente invisibili e prive di conseguenze.
Le proteste studentesche e le mobilitazioni del mondo del lavoro, comprese quelle degli autotrasportatori, esprimono rivendicazioni differenti, che sarebbe sbagliato sovrapporre. Eppure, nelle loro differenze, affiora una questione comune: l’erosione delle condizioni materiali e simboliche necessarie per immaginare il futuro. Il patto sociale sembra svuotarsi, mentre ai sacrifici richiesti non corrispondono più garanzie e il presente impone costi crescenti senza offrire prospettive credibili.
La generazione Z è forse l’espressione più evidente di questa contraddizione. Le viene chiesto di formarsi, competere, essere flessibile e reinventarsi continuamente, come se il destino dipendesse esclusivamente dalle capacità individuali. Ma come si progetta un’esistenza quando l’istruzione pubblica si impoverisce, la casa diventa inaccessibile e il lavoro non garantisce autonomia?
Abbiamo costruito una retorica della responsabilità individuale che attribuisce ai singoli il merito dei successi e la colpa dei fallimenti, occultando le disuguaglianze strutturali che distribuiscono opportunità e svantaggi. È una generazione alla quale chiediamo di diventare adulta senza garantirle le condizioni per farlo. Liquidarne la rabbia come un deficit educativo o un’incapacità di rispettare le regole significa trasformare una questione politica in un problema di comportamento.
La rabbia, naturalmente, non è necessariamente emancipatrice: può diventare distruttiva, regressiva, persino reazionaria. Ma può anche rappresentare il momento in cui una disuguaglianza, vissuta come destino individuale, viene riconosciuta come ingiustizia collettiva.
Non si tratta di giustificare aggressioni, devastazioni o intimidazioni. Si tratta di interrogare una gerarchia morale nella quale la violenza diventa immediatamente visibile quando interrompe la circolazione delle merci o mette in discussione l’autorità, mentre quella prodotta dalla precarietà, dall’impoverimento, dalla privazione dei diritti e dall’esclusione sociale viene spesso normalizzata.
La prima occupa le cronache; la seconda si deposita nelle esistenze, lentamente, sino a sembrare inevitabile.
Proprio la sociologia ci ricorda che l’ordine sociale non coincide necessariamente con la giustizia e che il conflitto non è un’anomalia da correggere: è una componente costitutiva della democrazia. Quando le istituzioni non offrono canali credibili di ascolto e trasformazione, la protesta può radicalizzarsi. Comprendere le cause non significa legittimare ogni comportamento, ma distinguere la spiegazione dalla giustificazione: una distinzione che il dibattito pubblico sembra talvolta voler cancellare.
Anche la sicurezza va sottratta alle semplificazioni. La sicurezza di chi non riesce a pagare l’affitto, di chi lavora senza garantirsi una vita dignitosa, di chi frequenta una scuola impoverita dovrebbe appartenere alla stessa discussione pubblica che invoca la sicurezza delle strade. Altrimenti diventa soltanto uno strumento di conservazione dell’esistente, anche quando l’esistente produce insicurezza.
Anche in questo caso, lo sguardo femminista e intersezionale permette di cogliere ciò che le generalizzazioni cancellano: la rabbia non nasce nelle stesse condizioni per tutte e tutti.
Genere, classe, origine e territorio determinano differenti esposizioni alla precarietà e differenti possibilità di essere ascoltati. Una giovane donna intrappolata nella dipendenza economica, un adolescente senza prospettive e un autotrasportatore schiacciato dai costi non vivono la stessa esperienza; possono però riconoscersi in una società che distribuisce in modo diseguale risorse, potere e possibilità di scelta.
L’intersezionalità non mette le sofferenze in competizione: mostra come le disuguaglianze si combinino e si rafforzino. Impedisce, inoltre, di trasformare la rabbia in una guerra tra soggetti vulnerabili, mentre le responsabilità strutturali rimangono fuori campo. Perché il malessere non produce automaticamente solidarietà: può alimentare anche autoritarismo e ricerca di capri espiatori. Il conflitto va quindi ascoltato, non mitizzato; compreso, non romanticizzato; affrontato politicamente, non affidato esclusivamente alla gestione dell’ordine pubblico.
Non esiste una generazione interamente violenta, così come non esistono categorie sociali naturalmente inclini alla rivolta. Generalizzare significa ignorare le differenze e trasformare una questione collettiva in un difetto individuale. Significa rinunciare a comprendere perché proteste differenti convergano nella medesima insofferenza verso un futuro continuamente promesso e continuamente rinviato.
La democrazia non si misura soltanto dalla capacità di contenere il dissenso, ma da quella di trasformarlo in diritti, decisioni e redistribuzione delle risorse. Una società che sa reprimere la rabbia meglio di quanto sappia ascoltarla può ottenere piazze silenziose, senza per questo ricomporre le fratture che la attraversano. La domanda, allora, non è se dobbiamo avere paura della rabbia sociale, ma che cosa dovrebbe davvero temere una società incapace di offrire ai propri giovani e ai propri lavoratori valide ragioni per credere nel domani.
Perché il conflitto non nasce necessariamente da chi rompe l’ordine. Talvolta nasce da un ordine che ha già smesso di mantenere le proprie promesse. E la violenza più pericolosa, per una democrazia, potrebbe essere proprio quella di abituarsi a questa rottura, purché non faccia troppo rumore.
La rivolta globale degli studenti contro l’economia di guerra
di Alekos Prete
C’è un riflesso condizionato nei palazzi del potere e nei board delle nostre democrazie liberali, ed è l’istinto immediato di voltarsi dall’altra parte quando la realtà bussa alla porta con troppa insistenza. Lo vediamo accadere ogni volta che le piazze si accendono, che i cortili delle università si riempiono di tende e che i cortei bloccano le città. La risposta della politica, dei prefetti e dei commentatori d’ordinanza è sempre la stessa: legge e ordine.
Ma misurare questo movimento con il metro logoro del disturbo all’ordine costituito significa non capire la tempesta che sta montando.
Quella che attraversa l’Occidente non è una somma di disordini e di proteste nate per caso. È un movimento globale compatto, radicato negli stessi nodi materiali, che unisce le mobilitazioni studentesche da un capo all’altro del pianeta.
Basta guardare alla mappa per misurare la portata sistemica di questa opposizione.
Negli Stati Uniti, le grandi università – dalla Columbia a Yale, fino a UCLA – sono state teatro di una repressione durissima, ordinata dai rettori e avallata da migliaia di arresti di massa. Il motivo è chiaro: studenti che non chiedono concessioni corporative, ma pretendono il disinvestimento economico dai colossi della difesa e della filiera bellica, smascherando l’ipocrisia di un’accademia che si nutre dei profitti della guerra.
In Europa la saldatura è altrettanto plastica.
In Francia, le occupazioni nei licei e nelle università si alimentano della rabbia sociale contro le riforme regressive e il carovita, sfidando i blindati con la stessa determinazione con cui in Spagna si scende in piazza per difendere la memoria antifascista e denunciare le politiche di austerità e di riarmo avallate a Bruxelles. In Germania, dove il diritto di protesta e la libertà d’espressione sulla crisi mediorientale vengono sistematicamente compressi da decreti e divieti, la spinta dal basso continua a infrangere le linee rosse imposte dai governi. Ma il segnale più dirompente arriva proprio dove la macchina di sterminio e occupazione israeliana si credeva intoccabile. Nel cuore di Tel Aviv, dove studenti e oppositori hanno contestato e cacciato via il ministro Itamar Ben-Gvir arrivato in visita all’ateneo spaccando il fronte della violenza di Stato e rigettando la logica criminale della guerra permanente. La prova che il dissenso radicale sa colpire anche i regimi più armati e blindati.
E nel nostro Paese? L’Italia non fa eccezione, anzi amplifica le contraddizioni di un sistema politico che ha scelto la subalternità totale all’economia di guerra.
Le nostre università stringono accordi di cooperazione e cofinanziamento con i giganti aerospaziali e della produzione bellica, come Leonardo, convertendo i laboratori pubblici in hub tecnologici a duplice uso e drenando risorse miliardarie da sanità, scuola e salari per riversarle nei bilanci della difesa.
Da Roma a Torino, passando per Milano e Bologna, le piazze studentesche che denunciano questa deriva e il baratro di un precariato esistenziale permanente si scontrano con un dispositivo di sicurezza rigidissimo. Cariche, identificazioni di massa, denunce e manganelli sono la risposta ordinaria di uno Stato che sceglie la repressione contro chi alza la voce per la pace e per il diritto allo studio.
Il punto politico vero, che le classi dirigenti fingono di non vedere, è il cortocircuito democratico che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi. Da una parte si stringono le maglie della repressione penale e di polizia contro chi fa opposizione sociale e antimilitarista. Dall’altra, si tollerano e si lasciano sfilare impunemente le piazze dell’estrema destra, legittimando un clima di violenza e agibilità politica. Chi scende in piazza oggi sta urlando una verità semplice quanto inaccettabile per i custodi dello status quo: un mondo ridotto a caserma e a mercato non ha futuro. E pensare di poter spegnere questa domanda di giustizia con la forza dei reparti antisommossa o con il bavaglio della censura significa non solo fallire politicamente, ma tradire la democrazia stessa.
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