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FRANCESCO PIOBBICHI. Il problema dei tre corpi: Torino e l’emergenza come forma di governo

  • Immagine del redattore: LE MALETESTE
    LE MALETESTE
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min


di Francesco Piobbichi

2 febbraio 2026, 10.20


Il problema dei tre corpi non è solo una metafora di una serie cinematografica, ma ci parla dell’instabilità permanente: un sistema che non trova mai equilibrio e che proprio per questo può essere governato solo attraverso misure eccezionali. A Torino non abbiamo assistito a un semplice scontro di piazza, ma alla messa in scena di un dispositivo politico preciso: l’emergenza come condizione ordinaria della democrazia contemporanea.


I tre corpi si muovono dentro questo campo.


Il primo corpo è la piazza, con le sue ragioni, con i suoi obbiettivi, che viene sistematicamente iscritta nel registro dell’emergenza o cancellata mediaticamente, se non succede nulla. Quando nella sua evoluzione lo scontro assume una dimensione sempre più estetica, in cui ogni parte sembra giocare la sua scena, il sistema mediatico italiano, che funziona senza un contraddittorio ha gioco facile nell'inserire le immagini nella casella dell'ordine pubblico.

Mi direte che questo è avvenuto anche in passato ma mai con questa capillarità prodottasi con l'avvento dei social network. L'immagine della violenza, il frame dello scontro, la narrazione binaria tra “ordine” e “disordine”, i fuochi d'artificio ed i lacrimogeni sono parte di un set il cui copione sembra sempre lo stesso da decenni.  L’estetizzazione dello scontro di piazza, voluto o subito, produce comunque un fatto politico che noi non controlliamo e di cui non possiamo più non tenere conto. Questo è un dato strutturale. Un fatto politico che svuota la piazza del suo contenuto e la rende leggibile solo come minaccia dentro la società della paura e finisce così per alimentare una spirale emergenziale che cancella ciò che la piazza chiede, alimentandosi dal modo in cui viene rappresentata. È un tema centrale questo che va aperto come discussione politica nella direzione delle lotte che avverranno, un tema che investe come sviluppare ed allargare il conflitto sociale in questa situazione.


Il secondo corpo sono i partiti elettorali del campo largo che di fronte alla dinamica conflittuale della piazza hanno scelto la strada della condanna della violenza dei manifestanti. Renzi ha parlato di terrorismo. In una fase in cui le categorie del confronto democratico tradizionale non funzionano più, anche i partiti elettorali finiscono la loro funzione. Quando la dimensione estetica (di questo parliamo) del conflitto rompe gli argini della compatibilità, la presa di distanza diventa l'unica forma possibile. La presa di distanza e la condanna a loro volta alimentano la dinamica emergenziale e finiscono per rafforzare il governo. Stare nelle mobilitazioni per poi abbandonarle al primo elemento dissonante rappresenta un problema di non poco conto per i movimenti sociali dato che finiscono per favorire logiche divisive che hanno come obbiettivo più le percentuali elettorali che il consolidamento del movimento.


Il terzo corpo è il governo, che invece lavora apertamente sull’emergenza come tecnologia di potere. La Meloni ha cercato e voluto lo scontro con i centri sociali per provare a costruire una dinamica autoritaria nel paese, gli scontri di Torino non producono una svolta autoritaria come reazione, ne accelerano semmai la velocità. Lo sgombero del Leoncavallo prima, e di Aska, sono parte di questo tentativo.  Il pacchetto sicurezza, l'ennesimo, non è una risposta a singoli episodi, ma l’istituzionalizzazione dell’eccezione come potere diretto dello Stato nella gestione della società e del conflitto. Estensione dei poteri repressivi, criminalizzazione del dissenso, ampliamento delle fattispecie penali legate alla protesta: tutto concorre a costruire un quadro in cui la libertà di manifestare non è più un diritto, ma una concessione revocabile. L’emergenza diventa la giustificazione permanente per una svolta autoritaria che non ha bisogno di dichiararsi tale.


In questo sistema, l’emergenza non è una fase transitoria e nemmeno più costituente, diviene semplice logica amministrativa del processo autoritario. Se non si cambia schema, le ragioni del conflitto sociale saranno sempre trasformate dentro il dibattito politico come questione di ordine pubblico. Il problema che abbiamo davanti a noi allora è capire come intervenire su un intero sistema che non riesce a contrastare l'emergenza come forma di governo e la repressione come linguaggio.


Da qui nasce una necessità politica sulla quale, secondo me, occorre lavorare: un’uscita dal basso della forma del conflitto sociale che non entri nel campo dell’avversario. Non nelle sue parole d’ordine, non nei suoi tempi elettorali, non nelle sue caselle che ci cuce addosso.


Ogni volta che il conflitto accetta di muoversi dentro il tempo dell’emergenza — reagendo, inseguendo, rispondendo — viene catturato, e così rafforza il dispositivo che vorrebbe contrastare nella società.


Serve invece una direzione politica capace di imporre un altro tempo: sedimentato e non spettacolare. Una politica che non cerchi la legittimazione dall’alto, ma costruisca forza sociale reale, legami, società. Che non riduca la piazza a evento in cui rispondere ai nostri bisogni e pulsioni, ma la trasformi in processo cooperativo nella dimensione della resistenza quotidiana.


Perché il problema dei tre corpi, oggi, non si risolve trovando un equilibrio interno tra di essi, ma uscendo dalla traiettoria già stabilita. Come fare non è un problema di leadership o di programma, ma di immaginazione politica collettiva.








approfondimento

Assedio a Vanchiglia: vivere sotto la pressione degli agenti

di Rita Rapisardi

il-manifesto-del-1-febbraio-2026


Ieri mattina Vanchiglia si è svegliata e ha rivissuto il 18 dicembre, giorno dello sgombero di Askatasuna. Alle numerose camionette presenti intorno al centro sociale si sono aggiunte di nuovo le barriere cementificate e le reti a chiudere anche il tratto pedonale di via Balbo. Lì si vedono ancora le decorazioni natalizie che i bambini del quartiere avevano appeso quattro giorni prima dell’arrivo degli agenti da Roma. «Cominciano a blindare con le grate tutta la zona come fossero cowboy a difendere il fortino, un palazzo vuoto, come se ignorassero che è la democrazia la cosa più importante», racconta una residente di Vanchiglia. Dentro il centro sociale non resta più niente dopo l’intervento della polizia: distrutti sanitari e lavandini, tirati su muri di mattoni per fare in modo che non venisse più utilizzato. Presidiato da allora. Ma da Aska l’hanno sempre detto: «La lotta va oltre quattro mura».


«È diventato difficile spiegare ai nostri figli perché sono qui e cosa vuol dire “forze dell’ordine”, vederle ogni giorno crea ansia a chi va a scuola – spiega Ugo Vallauri, del comitato Vanchiglia insieme – è un attacco plateale, contro tutti». Il gruppo cittadino organizza attività di vario tipo, un mix di anziani, bambini, studenti, lavoratori e genitori che cercano un modo diverso di stare insieme: «Abbiamo fatto molte cose nel cortile di Askatasuna». Le attività si sono moltiplicate proprio dopo lo sgombero per rispondere a quella presenza esterna forzata: incontri, merende, e momenti insieme. «Ci siamo impuntati sulla riapertura delle scuole. I primi giorni veniva chiesto a chi si avvicinava di dimostrare che effettivamente stava portando il figlio in classe» racconta Ugo. Il quartiere ha anche denunciato l’aria irrespirabile intorno, dove le camionette tengono accesi i motori tutto il giorno. E anche lo sbandierato problema dello spaccio, che Aska ha sempre cercato di limitare, non è sparito come si vuole credere: «Le persone si spostano di qualche metro e nulla cambia».


Giorni dopo lo sgombero, si è tenuta una riunione partecipata da 300 persone. Molti erano insegnanti delle scuole attigue ad Aska, tre il giorno dello sgombero sono state chiuse senza preavviso: hanno descritto la difficoltà di vivere la didattica pressata dalle direttive ministeriali. Ci sono anche i commercianti che dal giorno dello sgombero non lavorano più: «Un mezzo deserto abitato dagli agenti». Silenziosamente alcuni portano solidarietà, altri espongono cartelli in sostegno ad Aska. Dove si faceva contrasto alla precarietà abitativa, sport popolare, distribuzione di cibo e tamponi durante il lockdown, corsi di italiano per stranieri, aiuto agli sfrattati. Attività che la procura di Torino ha chiamato «sofisticata strategia» per nascondere la natura delinquenziale, teoria rivelatasi infondata. Ieri lo spezzone del quartiere era a Palazzo Nuovo, famiglie con bambini, al braccio il nastro bianco e rosso, quello dei lavori in corso: «Aska deve tornare».



 
 

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