GUERRA / AFFARI. I grandi gruppi e le banche fanno affari d'oro
- LE MALETESTE

- 11 mag
- Tempo di lettura: 12 min

Le banche e altri grandi gruppi italiani stanno facendo un sacco di soldi grazie alla guerra
di Dario Lucisano
8 Maggio 2026 - 9:00 | L'INDIPENDENTE
Nel clima di forte tensione legato alla guerra in Iran, alcuni colossi italiani stanno beneficiando della corsa alla difesa, alle infrastrutture e ai servizi finanziari.
Leonardo – principale gruppo industriale nel settore della difesa – ha chiuso il trimestre con ordini a 9 miliardi, ricavi a 4,4 miliardi e utile netto rettificato in rialzo del 60%, confermando le robuste previsioni e un portafoglio ordini oltre i 56 miliardi.
Terna, proprietario della Rete Elettrica Nazionale italiana in alta e altissima tensione, migliora i conti con ricavi a 988,7 milioni, margine operativo lordo a 697,6 milioni e indebitamento in calo.
Anche le banche accelerano.
UniCredit firma il miglior trimestre di sempre, con un utile a 3,2 mld (+16%); BPER sale a 549 mln; Banco BPM vola sulle commissioni (708 milioni); Mediolanum cresce del 13% e Intesa distribuisce 6,54 miliardi di dividendi.
Con lo scattare di maggio stanno arrivando i primi veri dati sull’andamento delle grandi aziende di armi, finanza ed energia davanti alla guerra in Asia Occidentale. Ieri, 7 maggio, si è tenuta una riunione dell’assemblea degli azionisti di Leonardo, a cui era presente più del 51% del capitale: l’azienda ha confermato il buon andamento del 2025 approvando i conti dell’ultimo esercizio e dando il via libera alla distribuzione di un dividendo di 0,63 euro per azione; le cedole verranno staccate il 22 giugno.
Il colosso bellico ha chiuso i primi tre mesi del 2026 con risultati in piena accelerazione con ordini al +31% e ricavi al +6,9%; aumenti anche sul fronte di Ebitda (che indica il margine operativo prima di tasse e interessi), che ha raggiunto i 281 milioni (+33%), e utile netto rettificato (184 milioni, +60%); confermate infine le previsioni per l’intero esercizio, con ordini a 25 miliardi, ricavi per 21 miliardi ed Ebitda superiore a 2 miliardi.
Negli ultimi anni Leonardo è cresciuta parecchio proprio grazie al contesto geopolitico instabile e denso di teatri di guerra: l’azienda è in cima alla lista tra i gruppi che hanno guadagnato sul fronte ucraino, le politiche di riarmo dell’UE, e il genocidio in Palestina, e con la guerra in Iran le si è presentata davanti una nuova – e ghiotta – opportunità di guadagno.
Dalle armi alle case degli italiani, i guadagni sono arrivati anche per Terna, proprietario della Rete Elettrica Nazionale: nel primo trimestre il gruppo ha registrato un aumento nei ricavi pari a 86,9 milioni di euro (+9,6%) rispetto al corrispondente periodo del 2025. Il margine operativo lordo ha registrato una crescita tendenziale di 45,6 milioni di euro, mentre l’utile netto ha raggiunto i 276,5 milioni di euro, in crescita di 1,2 milioni rispetto al primo trimestre del 2025. Insomma: davanti alle bollette che rischiano di aumentare, a guadagnarne è il gestore della rete elettrica. Sempre in campo energetico, ma parlando di materia prima, stanno registrando aumenti anche le cosiddette Big Oil: risultati e bilancio a parte, i colossi del petrolio sono stati al centro di una selvaggia speculazione sul lato finanziario raggiungendo incrementi stellari nelle azioni, dopo un mese di brusche oscillazioni tendenti verso l’alto.
Ultime, ma non per importanza, le banche. In questi giorni i maggiori gruppi della finanza italiani stanno pubblicando i propri rapporti sui primi mesi del 2026, registrando tutte un forte aumento: a fine aprile, Intesa ha approvato bilancio e dividendi registrando – per usare le parole dell’Amministratore Delegato Carlo Messina – «i migliori risultati nella sua storia». Il primo trimestre di UniCredit, che costituisce il secondo gruppo bancario del Paese, ha superato le aspettative del 20%, collezionando record su tutte le linee principali, e spingendo la banca ad alzare l’asticella per i prossimi mesi: i ricavi sono cresciuti del 4,9% annuo a 6,9 miliardi, mentre per i soci sono previsti in arrivo 2,4 miliardi. Anche Banco BPM è cresciuta, con proventi operativi da 1,53 miliardi, commissioni record, operatività lorda a 777,1 milioni e rapporti costi/ricavi sceso al 44,1%; come i primi tre gruppi bancari del Belpaese, anche gli altri hanno registrato analoghi aumenti. In generale, quello della guerra è uno dei maggiori ambiti di investimento per i gruppi finanziari, senza i cui prestiti e investimenti il settore collasserebbe su se stesso.
Per le élite statunitensi la guerra all’Iran è una miniera d’oro
di Giorgia Audiello
6 Maggio 2026 - 18:01 | L'INDIPENDENTE
Durante gli sconvolgimenti globali provocati dalla guerra in Iran, si assiste ad un divario sempre più netto tra l’economia reale e quella finanziaria: mentre la prima, infatti, è in forte rallentamento, la seconda ha raggiunto livelli record rafforzando in particolar modo le élite finanziarie statunitensi per le quali la guerra scatenata da USA e Israele in Medio Oriente si sta trasformando in una vera e propria miniera d’oro. Lo attestano gli andamenti degli indici azionari statunitensi che hanno raggiunto recentemente nuovi massimi storici: all’inizio della settimana la S&P 500 ha registrato un nuovo record a 7.273 punti, mentre il Nasdaq-100, a forte componente tecnologica, è salito anch’esso a un livello massimo, poco sopra quota 28.000 martedì. Ne beneficia la grande finanza statunitense, in particolare i grandi colossi tecnologici, mentre l’economia reale risente negativamente del forte rialzo dei prezzi dell’energia, tanto che sono calati i consensi verso l’amministrazione di Donald Trump. Ma perché l’economia finanziaria statunitense resiste nonostante le turbolenze economiche e energetiche innescate dalla crisi in Medio Oriente e in particolare dalla chiusura dello stretto di Hormuz? La risposta va cercata soprattutto nella forte espansione del settore dell’Intelligenza artificiale (IA), nell’esportazione massiccia di petrolio e GNL (gas naturale liquefatto) da parte delle aziende americane e nell’immenso business dell’industria delle armi.
Il ruolo dell’IA nel settore finanziario
L’IA sta svolgendo un ruolo fondamentale nel trainare gli indici azionari di Wall Street nel 2026, confermandosi uno dei principali motori dell’economia finanziaria d’oltreoceano, in quanto la domanda di questo settore sembra in gran parte scollegata dalla crisi che si sta verificando in Medio Oriente. Nonostante gli ostacoli logistici facciano salire i costi di produzione, infatti, la domanda di memorie ad ampia banda e di altre componenti hardware cruciali continua a crescere. Negli Stati Uniti i colossi del tech – tra cui Nvidia (NVDA), Broadcom (AVGO), Palantir (PLTR), AMD, Microsoft (MSFT), Alphabet (GOOGL) e Amazon (AMZN) – hanno investito per sostenere la crescita e aumentare gli investimenti legati all’IA, contribuendo a spingere gli indici azionari verso l’alto nonostante il peso dell’inflazione sui consumatori. Secondo Trading Economics, “I futures che tracciano le azioni statunitensi sono aumentati mercoledì poiché un potenziale fine della guerra con l’Iran ha migliorato il contesto macroeconomico, mentre una serie di forti utili ha spinto le azioni AI. I contratti per l’S&P 500 e il Nasdaq 100 hanno guadagnato rispettivamente l’1% e l’1,5%, raggiungendo nuovi record, mentre quelli per il Dow Jones sono aumentati di 500 punti”. Similmente, Russ Mould, direttore degli investimenti di AJ Bell, ha dichiarato a Euronews che «Le ricerche mostrano che il settore tecnologico è in prima linea, con previsioni di consenso che indicano una crescita degli utili del 38% quest’anno e del 25% nel 2027, grazie all’IA».
Gli affari d’oro dei colossi USA del petrolio
Dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, gli Stati Uniti sono diventati i primi esportatori di petrolio al mondo con 250 milioni di barili spediti all’estero nelle ultime nove settimane, compensando così la chiusura dello stretto, uno snodo nevralgico da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. Secondo il media statunitense Bloomberg, gli USA avrebbero superato addirittura l’Arabia Saudita nell’esportazione di petrolio. Questa tendenza sta generando profitti record per i colossi petroliferi USA, spingendo in alto i listini delle borse. Tuttavia, allo stesso tempo, il boom delle esportazioni sta mettendo sotto pressione le scorte americane di greggio, che si stanno esaurendo rapidamente. Il che determina anche la crescita del prezzo della benzina, un elemento che sta erodendo il consenso elettorale di Trump.
Oltre al petrolio, la chiusura dello stretto strategico in Medio Oriente ha spinto anche l’esportazione di GNL (gas naturale liquefatto) statunitense, penalizzando invece il Qatar, tra i principali esportatori mondiali insieme a Stati Uniti e Australia. Secondo l’EIA (Agenzia internazionale per l’energia), le esportazioni nette di gas naturale degli Stati Uniti aumenteranno del 18% a 18,7 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2026, seguite da un ulteriore incremento del 10% a 20,5 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2027. Le esportazioni di GNL dovrebbero attestarsi in media a 17,0 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2026, con un aumento del 9% previsto per il 2027.
Il business dell’industria delle armi
A guadagnare maggiormente dal considerevole numero di guerre in corso – in particolare da quelle in Medio Oriente – è naturalmente il settore della difesa: non a caso, l’S&P Aerospace & Defense Select Industry Index ha registrato un aumento significativo nel primo quadrimestre del 2026, dovuto all’aumento della spesa militare globale. Si tratta di un indice azionario progettato per misurare la performance delle società statunitensi che operano nei settori dell’aerospazio e della difesa e che ha registrato una crescita annuale a doppia cifra, attestandosi al +44,9%.
I veri beneficiari: i colossi finanziari internazionali
Tra i principali azionisti dei grandi colossi energetici e di armamenti compaiono sempre gli stessi potentati finanziari, tra cui The Vanguard Group, BlackRock, State Street Global Advisor e Capital Research and Management Company, tutti statunitensi. The Vanguard Group detiene le partecipazioni individuali più rilevanti in diverse grandi aziende energetiche, tra cui ExxonMobil, Chevron e Cheniere Energy. State Street Corporation, invece, è il primo azionista individuale di gruppi della difesa come Lockheed Martin, mentre Capital Research and Management Company rappresenta la principale presenza azionaria in Northrop Grumman (multinazionale del campo della difesa). Questi grandi investitori istituzionali raccolgono una quota rilevante dei profitti derivanti dalla crescita degli utili in un contesto segnato da tensioni internazionali, mentre i cittadini e l’economia reale pagano il prezzo più caro dei conflitti e delle crisi globali.
In particolare, il debito pubblico americano ha superato i 39 trilioni di dollari nelle prime settimane del conflitto in Iran, mentre l’inflazione è tornata a salire negli Stati Uniti fino al 3,5%, il livello più alto degli ultimi due anni. Mentre i cittadini americani si impoveriscono, tanto da portare a un calo dell’indice di gradimento delle politiche di Donald Trump, disgregando la base MAGA (Make America great again), le uniche a guadagnarci davvero – come accade quasi in tutte le crisi cicliche del sistema capitalistico – sono le élite americane. Si tratta di uno scenario ribaltato rispetto alle promesse di Donald Trump di risollevare la classe media americana per riportare gli Stati Uniti a una presunta perduta “età dell’oro”.
Pace in tempo di guerra: perché i mercati non crollano?
Mentre guerre, crisi energetiche e tensioni globali scuotono il mondo, i mercati azionari continuano a raggiungere livelli record. Perché i mercati sembrano immuni al caos?
di Francisco Ortín Córdoba (Economisti senza frontiere)
8 maggio 2026, 21:54 | EL SALTO (ESP)
In "Pace in guerra" , Miguel de Unamuno descrisse come, nel pieno della guerra carlista a Bilbao, "la gente andava e veniva con le proprie preoccupazioni quotidiane; alla solita ora, la stessa persona passava per strada, con il suo solito passo, come se nulla di straordinario stesse accadendo ". Poco dopo, osservò che: "si aggiunsero nuovi eventi che presto entrarono a far parte del tessuto continuo della vita quotidiana".
Oggi, a 130 anni dal suo romanzo d'esordio, continuo ad essere affascinato da come, anche quando il contesto sembra trasformarsi completamente, la vita e i mercati proseguano con una sorprendente relativa normalità. Proprio come nel romanzo di Unamuno, c'è pace nella guerra.
Quando studiavo Economia all'Università di Murcia, uno dei primi concetti che mi vennero insegnati fu l'importanza della stabilità economica. Proprio come il battito d'ali di una farfalla può generare un uragano, una crisi energetica in una parte del mondo potrebbe interrompere le catene di approvvigionamento globali per anni. Un conflitto regionale potrebbe tradursi in inflazione, perdita di fiducia, perdita di posti di lavoro e brusche correzioni del mercato azionario. Le crisi petrolifere degli anni '70, la stagflazione e il crollo finanziario del 2008 ci hanno costantemente ricordato che l'economia globale è, nella sua essenza, un sistema estremamente interconnesso, altamente sensibile all'incertezza.
Pertanto, non posso nascondere la mia perplessità nell'osservare la calma inquietante dei mercati nel 2026. Ricapitoliamo. Stiamo ancora vivendo una guerra in Europa in seguito all'invasione russa dell'Ucraina. Il Medio Oriente sta attraversando uno dei periodi più tesi degli ultimi decenni, causando la più grande crisi energetica della storia e ripercuotendosi sulle rotte logistiche globali. Le relazioni commerciali tra Stati Uniti, Europa e Cina sono in una fase di crescente attrito. L'intelligenza artificiale sta accelerando una trasformazione produttiva di portata difficile da prevedere, con enormi aspettative in termini di produttività, ma che rappresenta anche una minaccia per l'occupazione e l'uguaglianza. Nonostante tutto ciò, la fiducia dei consumatori americani rimane a livelli particolarmente pessimistici . E, a livello nazionale, economie come quella spagnola continuano ad affrontare tensioni strutturali come l'accesso agli alloggi.
Secondo le teorie economiche tradizionali, anche solo uno di questi shock potrebbe innescare paura, fuga di capitali o significative correzioni di mercato, creando così, nel loro insieme, un contesto senza precedenti in questo secolo. Tuttavia, i dati raccontano una storia diversa.
L'indice S&P 500 ha continuato a raggiungere nuovi massimi storici , superando i 7.200 punti a maggio e accumulando guadagni di quasi il 30% su base annua. L' EURO STOXX 50 rimane vicino al suo picco, con incrementi a doppia cifra su base annua. In Spagna, l' IBEX 35 ha superato per la prima volta i 18.000 punti, un risultato che sembrava improbabile fino a poco tempo fa. Allo stesso tempo, la crescita del PIL continua a mantenersi solida: gli Stati Uniti crescono ancora del 2% su base annua, l'Europa rallenta ma rimane in crescita e la Spagna è cresciuta del 2,7% su base annua nel primo trimestre.
La domanda, quindi, è: perché i mercati non crollano?
Perché i mercati non crollano?
Qualche giorno fa, il Financial Times ha sollevato proprio questa domanda nell'articolo "Perché i mercati sono in forte rialzo nonostante la guerra ". Invece di offrire un'unica spiegazione, l'autore ha presentato cinque diverse interpretazioni provenienti da cinque centri finanziari e regolamentari, ognuna delle quali riflette un modo diverso di comprendere ciò che sta accadendo.
La prima spiegazione è arrivata da San Francisco . Lì, la narrazione dominante ruota attorno all'intelligenza artificiale e alla straordinaria crescita prevista in termini di produttività e profitti aziendali. Seguendo questa logica, una parte significativa del mercato ritiene che stiamo assistendo a una trasformazione paragonabile a una rivoluzione industriale. Questa aspettativa si concentra in particolare sulle cosiddette " Magnifiche Sette" : Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Tesla, NVIDIA e Meta, aziende la cui capitalizzazione di mercato e influenza spiegano gran parte del recente andamento del mercato americano.
La seconda spiegazione proviene da Washington . Da una prospettiva geopolitica, alcuni analisti sostengono che, sebbene molti conflitti attuali abbiano conseguenze umane devastanti, l' impatto economico sugli Stati Uniti rimane limitato . La relativa indipendenza energetica e la profondità dei suoi mercati inducono alcuni a credere che il sistema produttivo possa assorbire gli shock.
La terza spiegazione proveniva da New York ed era di natura molto più finanziaria: i profitti . La maggior parte delle società dell'indice S&P 500 ha superato le aspettative trimestrali e il margine di profitto delle aziende che lo compongono ha raggiunto il massimo degli ultimi 15 anni, attestandosi al 13,4% . E finché queste società manterranno profitti in crescita, molti gestori di fondi ritengono che non vi siano ragioni strutturali per ridurre la loro esposizione.
La quarta spiegazione proveniva da Londra e faceva appello alla storica resilienza dei mercati nei periodi di turbolenza. Dalla crisi finanziaria alla Brexit, dalla pandemia all'inflazione e alla guerra in Ucraina, i mercati hanno subito una successione continua di shock. L'interpretazione britannica è che gli investitori abbiano semplicemente imparato a convivere con l'incertezza. Ciò che un tempo veniva percepito come eccezionale ora rientra più facilmente nella normalità, quindi i nuovi shock sono solo un altro tassello del contesto turbolento che sta caratterizzando questo secolo.
La quinta spiegazione proviene dalle autorità di regolamentazione , sebbene sia stata offerta anche da investitori di capitale di rischio come Warren Buffett . È probabilmente la più inquietante: i mercati sono entrati nel territorio del giocare con il fuoco . Pertanto, ciò a cui stiamo assistendo non è resilienza strutturale, bensì una bolla.
Come diceva Benjamin Graham, nel breve termine il mercato è una macchina per votare; nel lungo termine, una bilancia. Nel breve termine, gli investitori votano in base alle proprie emozioni: entusiasmo, paura o, con l'aiuto di algoritmi, la probabile direzione della corrente di mercato. Nel lungo termine, il mercato finisce per valutare la produttività effettiva, i dati sui flussi di cassa e la capacità strutturale di creare valore.
Secondo l'articolo del Financial Times, l'attuale situazione del mercato è influenzata da due fattori.
Il primo è la composizione del mercato stesso. Il 10% delle famiglie americane detiene l'88% della capitalizzazione di mercato dei titoli. Inoltre, nel 60-80% dei casi, gli ordini vengono eseguiti automaticamente da algoritmi simili, che spesso generano schemi decisionali comuni in risposta a cambiamenti che possono essere in qualche modo casuali e non dovuti a variazioni razionali delle condizioni di investimento. Pertanto, i mercati non riflettono le prospettive economiche in sé , ma possono essere dominati da schemi casuali e non necessariamente razionali, nonché dalla loro elevata concentrazione.
Il secondo è il trio di acronimi di tendenza: TINA, FOMO e TACO. TINA ( There Is No Alternative, Non c'è alternativa ) si riferisce all'idea che gli investitori rimangano sul mercato perché non ci sono alternative attraenti alle azioni; FOMO ( Fear Of Missing Out , Paura di perdere l'occasione ) è la paura di perdersi il rally tecnologico; e TACO ( Trump Always Chickens Out, Trump si tira sempre indietro ) è la percezione che i conflitti politici in escalation tendano a placarsi quando i mercati reagiscono negativamente, poiché l'amministrazione statunitense li usa come barometro del successo.
Pertanto, un mercato azionario ai massimi storici rappresenta un "voto" a breve termine ai massimi storici. Tuttavia, la grande domanda è se il sistema ne uscirà indenne quando entrerà in gioco la "bilancia" del lungo termine. Inoltre, non posso fare a meno di pensare a una frase ben nota che ha caratterizzato l'era di Bill Clinton: "È l'economia, stupido!". Se i mercati continuano a salire mentre viviamo in mezzo a guerre, erosione istituzionale, degrado sociale e, soprattutto, perdita di vite umane, possiamo ancora affermare che tutto ciò sia un segno inequivocabile di progresso?
Ecco perché torno a Unamuno. La vita prosegue con una certa normalità, ma, contrariamente a quanto suggeriscono le distorsioni a breve termine, i nuovi eventi finiscono per entrare a far parte del tessuto continuo del mercato... e delle nostre vite.
Traduzione dallo spagnolo a cura de LE MALETESTE

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