top of page

ITALIA IN GUERRA. La penetrazione di Leonardo SPA nella scuola pubblica / Israele nel business italiano delle rinnovabili

  • Immagine del redattore: LE MALETESTE
    LE MALETESTE
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 9 min


La penetrazione di Leonardo SPA nella scuola pubblica italiana


di Salvatore Toscano

14 Giugno 2026 - 16:27 | L'INDIPENDENTE


L’anno scolastico volge al termine ed è tempo di bilanci. Tra le tante possibili linee tracciabili, una conduce dritta a Leonardo. Non il genio creativo proveniente da Vinci, inventore di macchine visionarie, studioso di animali e natura, ma l’azienda simbolo del settore militare e aerospaziale italiano. Quella che per decenni è stata Finmeccanica, nel 2016 è diventata Leonardo SPA, macinando profitti e scalando posizioni nella classifica globale delle aziende della Difesa. Una crescita favorita dall’attuale fase di crisi del sistema internazionale, travolto da guerre e corse agli armamenti. Oltre alla scalata sui mercati, Leonardo si è sta rendendo protagonista di una penetrazione sempre più marcata all’interno della scuola italiana. Tra incontri “formativi”, finanziamenti di premi e videolezioni, Leonardo è diventato una presenza costante nella vita scolastica di milioni di ragazze e ragazzi. Un attivismo educativo denunciato da decine di professori in Italia, che sottolineano come, dietro la facciata dell’opera benefica, si nasconda la volontà di educare le nuove generazioni a un futuro sempre più militarizzato e pronto alla guerra.


Il ruolo della Fondazione

Nel 2018 Leonardo SPA ha deciso di lanciare un progetto distinto dalla vendita di armi. È nata così la Fondazione Leonardo ETS, per promuovere «la crescita culturale della società civile sui temi della scienza, dell’industria e della tecnologia». Da due anni l’organizzazione è un ente del terzo settore «e come tale persegue senza scopo di lucro finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale svolgendo, nel campo della comunicazione e della formazione, attività di interesse generale». A leggere la descrizione che Leonardo fa della propria fondazione sembrerebbe di essere davanti a realtà caritatevoli o di rigetto delle logiche capitaliste. Qualsiasi riferimento alla principale natura dell’azienda, quella della produzione di materiale bellico, scompare.

La scienza e la tecnologia diventano così strumento per avvicinarsi a una platea di migliaia di ragazzi, a cui propinare la prospettiva di una carriera “di qualità”. La semplificazione della realtà da parte della Leonardo passa per la normalizzazione di corse al riarmo, guerre e soprattutto complicità nei crimini commessi con le armi vendute, dallo Yemen alla Palestina. L’anno scorso la Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto, dal titolo Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, smascherando le aziende — tra cui la stessa Leonardo — che traggono profitto dai crimini israeliani in Palestina.


Sul proprio sito web, la Fondazione Leonardo distribuisce «contenuti multimediali incentrati sulle discipline STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e sui principali argomenti al centro del dibattito globale». In questo modo, come suggerisce l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università, si presenta come un «potente tentativo egemonico culturale sulla società civile nel quale si cerca di mettere in evidenza o definire i legami tra la produzione bellica e gli altri settori», identificando tecnologie dual-use (impiegate sia in ambito civile sia in quello militare) utili a normalizzare un sistema basato sulla «sicurezza militare globale». Su scala ridotta ciò potrebbe contribuire a legittimare culturalmente la deriva securitaria intrapresa senza distinzioni dall’arco politico italiano. «La Fondazione — evidenza l’Osservatorio — rappresenta una manifestazione strategica del soft power di Leonardo e una modalità per ottenere una influenza istituzionale grazie al suo ruolo di ponte tra industria, accademici e decisori pubblici».


Per la sua presenza nel mondo della didattica, la Fondazione Leonardo può contare anche su una lunga serie di accordi con istituzioni, università e aziende private. Nell’ottobre dello scorso anno «HUB Scuola, la piattaforma per la didattica delle case editrici del Gruppo Mondadori, Mondadori Education, Rizzoli Education, D Scuola, e Fondazione Leonardo ETS» hanno avviato «una collaborazione per la diffusione della cultura e dell’educazione delle materie STEM». Con questo accordo Leonardo ha prodotto, col sostegno di attori, giornalisti ed esperti scientifici, decine di video-lezioni che hanno affiancato gli insegnanti nella didattica, dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado. Tra le tematiche affrontate figurano l’aerospazio, la cybersicurezza e l’intelligenza artificiale.


L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa A scuola di STEM è quello di «offrire a studentesse e studenti gli strumenti indispensabili per interpretare il presente e costruire con consapevolezza il loro futuro». Obiettivi che dovrebbe porsi una scuola pubblica e indipendente, senza l’influenza di una delle principali industrie belliche al mondo. Al riguardo Nino De Cristofaro, dell’Osservatorio contro la militarizzazione, dichiara a L’Indipendente: «la scuola, secondo la nostra Costituzione, dovrebbe educare le giovani generazioni al pensiero critico. Solo così la conoscenza del passato può contribuire a comprendere il presente e progettare autonomamente il futuro. Da molto tempo, non solo quindi con questo governo, il ministero dell’Istruzione (oggi anche del “merito”) ha puntato, purtroppo, sull’addestramento. I giovani devono imparare a risolvere problemi e situazioni concrete, essere pronti a svolgere i compiti assegnati (formazione scuola-lavoro), non a ragionare criticamente sul “che fare”. In sostanza, il mondo e le regole sono quelle date e sono impossibili da modificare. Gli studenti sono “invitati” a prenderne atto realisticamente e operare di conseguenza. In questo contesto non stupisce il fatto che a fornire strumenti di interpretazione della realtà possano essere anche strutture come la Leonardo, che non a caso ha avviato importanti collaborazioni con alcune case editrici. Si tratta di strutture economiche e produttive che vogliono utilizzare il sistema educativo per costruire un’identità nazionale forte, funzionale alle loro esigenze politiche e militari».


La prima edizione di A scuola di STEM, lanciata due anni fa in collaborazione con Edulia Treccani Scuola, si è conclusa con l’assegnazione di diversi premi, configurando il sistema dei concorsi come un ulteriore strumento per le operazioni di restyiling. Qualche anno fa era stata la volta del concorso di idee Siamo tutti Leonardo, promosso insieme al Ministero dell’Istruzione.

C’è poi il capitolo delle pubblicità. A inizio anno è andato in onda per diverse settimane sulle principali reti televisive uno spot dell’azienda, dove si è presentata come un’impresa avveneristica, impegnata nella tutela «del pianeta e di chi lo abita». 30 secondi incentrati su spazio e protezione cyber, senza mai fare riferimento alla principale attività di Leonardo SPA: la produzione di droni, elicotteri d’attacco e caccia, esportati in tutto il mondo. L’ex Fincantieri è ormai la seconda azienda europea nel settore degli armamenti, con un fatturato in costante crescita, pari nel 2024 a 13,8 miliardi di dollari. «Lo spot — denuncia l’Osservatorio — trasforma la principale produttrice di armi italiana in fabbrica avveniristica, capace di assicurare benefici al paese e alla popolazione attraverso il ricorso alle ultime tecnologie (comunque al servizio dell’industria bellica). Il video si rivolge soprattutto ad un pubblico giovane, incarnato dal ragazzo che compare nello spot, quasi a suggerire che la Leonardo potrebbe costituire un’opportunità lavorativa per ragazzi e ragazze che magari hanno appena terminato le scuole superiori o gli studi universitari».


L’anno scolastico di Leonardo

Gli accordi tra la Fondazione Leonardo e le case editrici scolastiche, che godono di consenso e copertura istituzionale, sono stati definiti dall’Osservatorio contro la militarizzazione come «un primo passo per la penetrazione del complesso industrial-militare nell’istruzione pubblica». All’attività online, Leonardo affianca un’intensa presenza fisica tra le aule scolastiche, ospitando anche degli eventi all’interno dei suoi stabilimenti disseminati per l’Italia. A marzo la fabbrica di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli, ha accolto 150 studenti provenienti da diversi istituti superiori, cui si è aggiunto circa un centinaio collegato da remoto. Durante l’incontro sono stati organizzate diverse attività laboratoriali, oltre a una visita sulla linea produttiva e a dibattiti con i tecnici della Leonardo nonché con i rappresentanti dell’aeronautica militare.


Di visite simili, Leonardo ne ha organizzate diverse nell’anno scolastico appena concluso. Ci sono poi le attività di orientamento rivolte agli studenti del quarto e quinto anno. Per quanto riguarda le università, sono almeno 23 gli atenei che vantano accordi attivi con Leonardo, come rivelato da un’inchiesta di Altreconomia. Da anni la multinazionale ha lanciato l’iniziativa Officina Leonardo per offrire a «giovani neodiplomati meritevoli la possibilità di intraprendere un percorso di alternanza università/lavoro, integrando l’esperienza lavorativa in azienda con un percorso di formazione universitaria in ambito STEM».


Approfittando dei vuoti lasciati dall’attore pubblico, Leonardo mette le mani sull’educazione, avvicinando ogni anno migliaia di studenti. L’operazione, sulla carta benefica, ha confini più ampi, assumendo le sembianze di un costante e instancabile lavoro di egemonia culturale, verso la costruzione di un’identità nazionale forte. Non usa mezzi termini Nino De Cristofaro nel definire la penetrazione di aziende quali la Leonardo nel mondo scolastico come la messa a punto del «cosiddetto modello israeliano, già sperimentato con le tante, troppe, censure subite da docenti e studenti in quest’ultimo anno. Contrastare tutto questo è decisivo, se non vogliamo assistere inermi alla progressiva demolizione della scuola della Costituzione».



Le aziende israeliane stanno penetrando nel business italiano delle rinnovabili


di Michele Manfrin

14 Giugno 2026 - 18:23 | L'INDIPENDENTE


Dietro la narrazione della “transizione ecologica” si nascondono spesso le stesse dinamiche economiche di potere globale, ciniche e predatorie. Affianco a progetti necessari, in Italia la proliferazione di maxi-impianti legati all’agrivoltaico, al fotovoltaico a terra e all’eolico si contraddistinguono non di rado come processi calati dall’alto, vissuti come un’usurpazione da parte di territori lasciati a margine del processo decisionale e dei potenziali benefici economici. In questo quadro opaco, non a caso, è stata un’inchiesta collettiva condotta da collettivi ecologisti e attivisti a svelare un altro punto oscuro della “green economy” tricolore, scoperchiando il vaso di Pandora sugli investimenti israeliani nei progetti di energia rinnovabile in Italia. Un dossier che, partendo dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, o dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa, sull’Appennino, o in Sardegna, ha tracciato il filo rosso che unisce speculazione, devastazione del paesaggio e del suolo agricolo italiano, direttamente alle aziende che fiancheggiano il potere sionista nell’occupazione della Palestina e nello sterminio sistematico dei suoi abitanti.


Il meccanismo rivelato dall’inchiesta è emblematico di come l’innovazione tecnologica non sia mai neutrale. Lo Stato d’Israele si propone a livello globale come leader mondiale delle tecnologie, quelle verdi comprese. Eppure, questo know-how si nutre in maniere diretta delle politiche coloniali israeliane. Come sottolineato nel dossier, che si avvale anche dei dati incrociati del centro di ricerca indipendente WhoProfits, le aziende israeliane hanno potuto sperimentare e affinare le proprie tecnologie energetiche sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina e in Siria (Alture del Golan). Nel contesto mediorientale, la distesa di pannelli solari non è solo uno strumento di produzione energetica, ma una vera e propria infrastruttura di colonizzazione: occupa fisicamente il terreno, previene il ritorno della popolazione palestinese e siriana e normalizza la presenza degli insediamenti dei coloni. Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala statale:ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e di genocidio sotto la patina rassicurante della “sostenibilità ambientale”.


Il ciclo di accumulazione e sfruttamento non si ferma in Medio Oriente. Dopo aver capitalizzato tecnologie e profitti sulle terre occupate, i grandi gruppi esportano il loro modello in Europa, e l’Italia rappresenta oggi un terreno di caccia ideale. Tra i nomi emersi nell’indagine troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime e Ellomay.


Il caso di Enlight è forse il più paradigmatico. Nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan occupate (installazione di turbine, costruzione di strade, reti ad alta tensione) e nell’installazione di pannelli solari nelle basi militari israeliane. Come se non bastasse, nei bilanci dell’azienda compaiono persino donazioni destinate alle forze armate israeliane (IDF). Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su svariati progetti eolici e solari nel Sud Italia, come in Puglia, dove c’è anche chi ha manifestato la volontà di costituire una colonia israeliana autosufficiente, ma anche in Basilicata e in Molise. La colonizzazione del paesaggio italiano entra dunque nel ciclo di estrazione di profitto e distruzione, andando a foraggiare un’economia di guerra, di apartheid e di genocidio.


Lo stesso schema si ripete per altre realtà sostenute da fondi e colossi assicurativi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund, entità finanziarie che detengono infrastrutture in Cisgiordania e contemporaneamente investono pesantemente nella speculazione energetica nelle campagne italiane. Siamo di fronte a quello che il dossier definisce efficacemente un “triplo livello di sfruttamento”. In primo luogo, l’occupazione di suoli per piazzare mega-infrastrutture esternalizzando i costi ambientali; in secondo luogo, l’espropriazione delle risorse naturali come sole e vento, unita alla sottrazione di terra fertile alla vocazione agricola locale; in terzo luogo, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimento volto a garantire rendimenti a entità estere, in questo caso entità che portano avanti un genocidio. Parlare di “israelizzazione” del territorio italiano, riprendendo un concetto già applicato alle università italiane legate a doppio filo con l’industria bellica israeliana, secondo gli attivisti non è dunque una provocazione, ma l’amara fotografia di una svendita nazionale. 


Una certa logica mediatica spinge spesso a considerare i comitati contro le opere come espressioni di quello che in inglese è stato ribattezzato movimento NIMBY (not in my backyard – letteralmente “non nel mio cortile”) un acronimo inventato per denigrare i movimenti ecologisti accusandoli di essere egoisticamente a protezione di minuti interessi locali. Alcuni di questi movimenti, come quelli che hanno dato vita a questo dossier, si dimostrano invece in prima linea nella difesa dell’interesse pubblico contro un capitalismo “verde” che, dietro la promessa di un futuro a zero emissioni, nasconde la cruda realtà della speculazione finanziaria, del neocolonialismo e della complicità alle più spietate dinamiche di oppressione. Da parte loro non c’è nessuna battaglia contro le energie rinnovabili, solo la richiesta che dietro la retorica della transizione verde non si celino le solite dinamiche dell’affarismo di rapina ai danni dei territori e dei diritti umani.

 
 

© 2026 le maleteste

  • le maleteste 2023-2025
  • le maleteste 2018-2022
  • Neue Fabrik
  • Youtube
bottom of page