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I FATTI DI TORINO DEL 31 GEN. Alcune delle voci per un racconto dal basso

  • Immagine del redattore: LE MALETESTE
    LE MALETESTE
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 14 min


«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza

Fotografi manganellati e identificati, giovani raggiunti dagli agenti fino in ospedale. «Sembrava il G8 di Genova nel 2001»


di Rita Rapisardi


Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.


SONO DECINE i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».

Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima». Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo. «L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora. Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».


IN PIAZZA È ARRIVATA una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav». Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino. Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone -. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».


A FINE MANIFESTAZIONE molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova. «Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».


IN MOLTI RIEVOCANO quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia. In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.


Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza». Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».


Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale. «Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.





Disertare l’agenda violenta delle destre

di Andrea Fabozzi


(...) Non sanno governare ma si impegnano assai a comunicare. Il deprecabilissimo pestaggio di un poliziotto è diventato l’unica notizia della giornata di Torino, più di decine di violenze di segno opposto – e molti video testimoniano di uomini in divisa alla caccia solitaria di qualcuno da colpire, atteggiamento come si è visto pericoloso anche per loro stessi -, più di un’intera manifestazione partecipatissima – il che era senz’altro una notizia vista la piattaforma di convocazione assai radicale.


Stavolta i propagandisti al governo devono ringraziare non solo i media compiacenti ma anche chi in piazza ci era arrivato con l’unica intenzione di menare, o di mandare a menare.

Minneapolis non c’entra niente, lì i cittadini si difendono da un’aggressione e cercano anzi di evitare lo scontro fisico manifestando con fischietti e telefoni. Sono ovviamente esasperati e provocati, assai più di noi, ma hanno capito che non puoi far scegliere al tuo avversario il terreno della sfida quando ha tutto dalla sua parte, forza e armi comprese, se non vuoi perdere in partenza. Se vuoi evitare lo stato d’assedio.


Ma per favore non diciamo che sono stati i manifestanti cattivi a dare al governo l’occasione per la stretta repressiva, perché questo fa torto non solo alla logica ma anche al calendario. Sono tre anni e mezzo che Meloni governa agitando l’emergenza sicurezza (e alla fine pare aver convinto anche le opposizioni, malgrado le statistiche dicano il contrario). «Impresa di polizia» abbiamo titolato la nostra prima pagina tre settimane fa quando circolavano le bozze dei nuovi provvedimenti repressivi e Torino era di là da venire.


Prima o poi approveranno anche questo ennesimo decreto, quando si metteranno d’accordo e riusciranno a spartirsene i «meriti». Non avrà alcun effetto sulla «sicurezza» reale delle masse impoverite e minacciate dalle guerre ma restringerà ulteriormente il diritto di dissentire e di manifestarlo. Provocando, almeno in chi non intende accettarlo, ulteriore rabbia e bisogno di manifestarla, secondo il copione che la destra ha scritto per noi. Faremmo bene a disertarlo.


Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/disertare-lagenda-violenta-delle-destre) - 3 febbraio 2026


 


Avrei voluto anch’io scrivere una bella cosa strappalacrime sul fatto che i poliziotti hanno famiglia

di Natalino Balasso

2 febbraio 2026, 14.40


Avrei voluto anch’io scrivere una bella cosa strappalacrime sul fatto che i poliziotti hanno famiglia. Avrei davvero voluto ignorare i fatti, come ha fatto Libero, come hanno fatto altri giornali, indicare anche i nomi delle figlie del poliziotto colpito da un martelletto, come ha fatto Repubblica. Avrei voluto far finta di niente, come fa la così detta sinistra italiana, che si mette dalla parte del governo contro manifestanti di cui fa finta di non saper niente.


Ma non posso.


Se vuoi cercare la verità devi partire dall’inizio e non fare come la presidento, che si precipita all’ospedale… “podevo mancà?”. Laddove invece poteva benissimo mancare e per ben due settimane dalla Sicilia, dove sta scomparendo un pezzo di territorio; perché sarà anche vero, come si dice in House of Card edizione anni ‘70 che “Ogni disastro è un servizio fotografico gratuito”, ma là c’era odor di contestazioni. Certo, qua non podeva mancà perché lo spottone è garantito: criminali, tentato omigidio e tutti gli accessori garantiti. I suoi giornali scrivono “Arrestateli tutti”, ma tutti chi? Quelli che puntualmente vengono lasciati passare proprio perché succeda quello che è successo?


Collegare un tentato omicidio a una pacifica manifestazione di protesta, incasellando l’opposizione dentro questo racconto è un’occasione troppo ghiotta. Al punto che l’opposizione, che da anni ormai si caga in mano, sta subito dalla parte di questo racconto davvero fantasioso.


Se io faccio una manifestazione e voglio quindi manifestare il mio dissenso o la mia adesione a un’idea, so benissimo (a meno che io non sia un cretino totale) che l’ultima cosa che devo fare è andare a picchiare i poliziotti. Primo perché loro sono armati e mi farò molto male, secondo perché quest’azione racconta esattamente il contrario del motivo per cui sto protestando.

A meno che…


A meno che il mio scopo in realtà non sia la manifestazione, ma esattamente questo scontro.

A meno che io non faccia parte di un gruppo talmente anonimo, che nemmeno si sa se ci siano dentro anche dei poliziotti, visto che se faccio parte di questo gruppo anonimo, passo tranquillamente qualsiasi controllo, armato di spranghe, martelletti e ferramenta varia; al contrario delle famigliole che si sono fatte ore di treno e vengono perquisite, neonati compresi.


È davvero monocorde il giornalismo italiano, a parte rare eccezioni, perché io so tutto del poliziotto colpito col martelletto, ma non so niente del ragazzo che poco prima era stato manganellato senza pietà e lasciato a terra. Repubblica non ha raccontato dei pronto soccorso che hanno curato decine e decine di persone colpite dai poliziotti. Gente presa a manganellate nei momenti precedenti, gente inoffensiva, pacifica. Ho visto delle riprese, ma non su Repubblica. Certo, voi mi direte, ma un video non dimostra niente. È per questo che non voglio parlare di quei video, ma io vi chiedo: se un video non dimostra niente, perché invece il video del poliziotto lo vedo dappertutto e dimostra tutto a tutti?


Dunque, a chi serve, a chi è servita quella violenza su un poliziotto, se non ai giornali che hanno scritto “arrestateli tutti”? A chi è servita se non a questo governo che racconta di beccare i taccheggiatori coi blindati anfibi? A chi interessa avvicinare così tanto i poliziotti ai manifestanti che, riempiti di lacrimogeni, diventano un’unica fumosa nebbia avvolta di criminalità, nella quale si può pestare chiunque con la scusa del blocco nero, che nessuno sa da chi sia formato se non proprio la polizia?


Quando i facinorosi, amici di questo governo, sprangavano gli studenti, scrivevate che qualche mattacchione non può essere assimilato a questa destra così tanto democratica. Ora scrivete arrestateli tutti come se chi dissente rappresentasse un popolo di criminali.


Che la stessa gente che riesce a ignorare settantuno mila morti palestinesi (per dire solo quelli uccisi da armi) non si vergogni, l’abbiamo capito; ma che la gente intelligente dorma così tanto è davvero triste.


 



Bisogna rifiutare l’idea che gli esseri umani possano essere trattati come rifiuti, come scarti

di Luca Casarini

2 febbraio 2026, 18.54


Calma e sangue freddo.

Trovo che la mia opinione sugli scontri di Torino non abbia alcuna importanza adesso. Invece guardo Torino, e Minneapolis, da un’altra prospettiva: quello che i poteri costituiti stanno compiendo sulle nostre democrazie, o su quel che ne resta. Un articolo molto interessante su Avvenire, firmato da Diego Motta, sul dibattito americano dopo Minneapolis, mi ha fornito molte suggestioni.

Questa mattina, in queste ore proprio, il governo si è riunito per mettere a punto un decreto sicurezza, non so a che numero siamo arrivati ormai, dal contenuto autoritario e pericoloso come mai prima.

Dico “anche a prescindere da Torino” perché, come ci spiega su Avvenire il politologo Marco Valbruzzi, siamo “al bivio, tra uno scenario di “democrazia minima” e i rischi di un neo-autoritarismo”. Il processo in corso, come spesso è accaduto nella storia, prende una forma più chiara a partire dagli Stati Uniti. Ma quello che Trump ha messo in atto, a Minneapolis come in tutto il paese, arriva anche qui, correndo attraverso i legami di una Internazionale Nera che ormai è sotto gli occhi di tutti.

Oggi, al Consiglio dei ministri, ci sarà un salto di qualità nell’imboccare, anche in Italia, questa strada di oltrepassamento dello stato di diritto verso lo stato di polizia.


Democrazia minima, guerra civile, contropoteri

La “legge del più forte” non vale solo in politica estera, prima di tutto si mette in pratica sulle vie di casa. L’intimidazione di Stato, la violenza come sistema di potere, le milizie private che agiscono al di sopra delle regole, costituiscono il tratto distintivo di una restrizione senza precedenti, nemmeno nel secolo scorso durante il decennio della grande rivolta, dello spazio democratico. L’ICE, una delle agenzie statunitensi per l’Homeland Security, dedicata al controllo delle frontiere e della migrazione “illegale”, è stata trasformata in milizia privata della Casa Bianca, portata a circa 30.000 soldati effettivi, ed elevata a prima in classifica per finanziamenti. A differenza delle altre amministrazioni americane, Trump l’ha inviata come forza di occupazione militare nelle città statunitensi “nemiche”, le cosiddette “città santuario”, lì dove non solo ha prevalso nelle elezioni il voto democratico, ma anche dove le forme di comunità, basate su reti di solidarietà e mutualismo, hanno saputo costruire in particolare da dopo la pandemia, un vero e proprio sistema di protezione sociale autorganizzato, rispondendo così al progressivo vuoto creato dai governi attraverso tagli ai sussidi, eliminazione dei programmi di assistenza agli espulsi dal mercato del lavoro, assenza di sostegno all’affitto, difficoltà di accesso a sanità ed istruzione. Il senso dell’attacco militare a queste città, è frutto di una lettura sull’egemonia: Trump, ma più di lui i suoi consiglieri come Miller e Vance, leggono questa forma comunitaria di creazione di istituzioni dal basso, come una minaccia culturale e politica ai dispositivi di controllo sociale propedeutici all’affermazione elettorale, che passano anche dalla riduzione in solitudine e precarietà dei soggetti sociali, sempre utili ad essere indicati o come capri espiatori della “guerra tra poveri”, o paradossalmente trasformati in bacino di voti dei disperati.

L’ICE diventa di fatto “milizia privata” quando il presidente gli conferisce, per decreto, la possibilità di agire al di sopra delle regole. Lo “scudo penale” per la milizia, e’ il presupposto fondamentale per privatizzarne l’azione e disporne fuori e oltre lo stato di diritto.

Lo scudo penale per le forze dell’ordine è il centro anche del nuovo decreto sicurezza in Italia, e non è un caso. L’idea è una sorta di “immunità” legale per gli apparati militari che gestiscono l’ordine pubblico. Superando in qualche modo la carta costituzionale e introducendo un doppio standard per il rispetto delle leggi. Così facendo gli apparati dello Stato, diventano “milizia della nazione” con i poteri dello Stato. E’ uno dei tratti distintivi della “democrazia minima”.


Poteri dello Stato e Nazione

Interessante appare anche il processo di traslazione da “governo nello Stato” a “governo della Nazione”. Lo Stato, e i suoi apparati istituzionali e militari, per gli attuali governanti, è lo strumento per il governo della nazione. È la “nazione” l’obiettivo finale.

Vincere le elezioni dunque, seguendo questa traiettoria di pensiero dell’Internazionale Nera in azione oltre Atlantico e nella vecchia Europa, non equivale a governare pro tempore la “res publica”, ma a prendere i poteri dello Stato per usarli per creare la “nazione”. I salti rapidi verso lo stato di polizia avvengono all’interno di quelle che sono le teorie del “nativismo”, secondo cui gli interessi dei “nativi”, gli abitanti originari di un territorio, vengono prima dei diritti degli altri. Questa progressiva e insistente affermazione del concetto di “nazione” si avverte nella narrazione fin dal primo giorno di governo di Giorgia Meloni.

Ma come si coniuga l’imperialismo trumpiano con la teoria nativista delle destre europee? Per Mattia Zulianello, professore associato di Scienza politica all’Università di Trieste, lo scontro tra l’internazionale imperialista di Trump e la destra nativista europea alla lunga può diventare inevitabile, eppure oggi c’è un tema ricorrente su cui tutti si ritrovano: la remigrazione. Lo spostamento, meglio sarebbe dire la deportazione, di migranti dallo Stato in cui si trovano adesso al proprio Paese può rappresentare, secondo Zulianello, «il collante tra questi radicalismi, che paiono essere solo all’inizio della loro traiettoria storica. Va ricordato peraltro che questi venti soffiano da tempo nel Vecchio continente, ben prima dell’avvento del movimento “Maga” negli Usa».


Guerra civile, autoritarismo elettorale e “verità efficace”

L’autoritarismo elettorale può concretizzarsi solo con l’immaginario della guerra civile come contesto. La guerra interna, il “noi contro voi” ha nei migranti e nelle esperienze di comunità solidali il suo target ideale. Ma va detto: la guerra civile è il piano del potere costituito per potersi riprodurre nelle forme della democrazia minima e dell’autoritarismo. A Minneapolis i cittadini lo hanno capito bene e hanno disertato. Che non vuol dire “chiamarsi fuori” in una passività che in questi tornanti della storia significherebbe complicità. Dal loro esempio di lotta e di contrasto sociale ai piani di Trump, si ricavano invece lezioni preziose su come si può agire con forza e determinazione il conflitto sociale e rifiutare allo stesso tempo il piano della guerra civile.

Lo stato di polizia è sospinto dall’ immaginario della guerra civile. Il lavoro per l’arruolamento delle opinioni pubbliche, per creare il “noi contro voi” è plasticamente rappresentato dall’uso selettivo di video, a Torino come a Minneapolis, scelti ad arte, modificati selezionando i frame utili e occultando il prima e il dopo, per in/formare e cioè creare la “verità efficace” come la chiama Umberto Galimberti in un suo recente saggio. Questa gestione degli accadimenti fatta direttamente dal governo, selettiva e manipolata, è identica in Italia come negli States. Renee Good  “voleva investire con l’auto i militari” e Alex Pretty “aveva intenzione di compiere una strage”. La figura del “terrorista urbano” è funzionale alla restrizione del diritto a protestare e opporsi al governo. Per tutti ovviamente, e in ogni forma anche pacifica. E di “terrorismo urbano” parla oggi Piantedosi come il suo collega Gregory Bovino. Le leggi speciali hanno sempre bisogno di un motivo eccezionale, di una “minaccia alla sicurezza nazionale”. La stessa motivazione utilizzata per spiare me e tanti altri con il software militare Paragon, utilizzato anche da ICE.


Serve un argine democratico

Se come sembra passerà questo ennesimo decreto sicurezza, saranno introdotti gli arresti preventivi di oppositori politici, e la polizia godrà di immunità (scudo penale). Spero che tutti si rendano conto di cosa questo possa significare. Non abbiamo mai conquistato in questo paese nemmeno la possibilità di avere i codici identificativi sui caschi, nemmeno dopo Genova. Immaginatevi il messaggio che arriva a chi ha in dotazione “il monopolio dell’uso della forza” con la rassicurazione dell’immunità legale. Ma è la strada imboccata da questo governo e in piena sintonia con una tendenza generale della sua parte politica globale.

Non mi soffermo su ciò che accadrà alle navi del soccorso civile in mare, anch’esse nel mirino per chi trasportano dopo un soccorso, che secondo il decreto potrà essere prelevato da bordo e deportato in un centro di detenzione, anche in Albania.

Ma se si mettono insieme queste cose con il referendum sulla giustizia che altro non può essere, al di là del merito e in queste circostanze, che un tentativo di dare un colpo ai giudici che osano contraddire il governo, e con il premierato, ne esce un quadro chiaro: la “democrazia minima”, il progressivo scivolamento verso lo stato di polizia, la guerra interna permanente come condizione per giustificare leggi speciali che conferiscano pieni poteri a chi governa.

Io credo che oggi dobbiamo tutti concentrarci su questo: serve un argine democratico consapevole della posta in gioco, e solido nelle sue convinzioni. Che si prepari a reggere una situazione senza precedenti in materia di violazione dei diritti civili ed umani. La violenza esercitata attraverso il monopolio dell’uso della forza, è e  sarà il tratto distintivo di una occupazione militare della sfera civile, operata in nome della “sicurezza”. Il proposito di attaccare militarmente le esperienze di comunità a partire dai centri sociali, non è che l’inizio. La rete di associazioni solidali, di mutuo soccorso, e anche di riprogettazione urbana incentrata sull’accoglienza e sulla creazione di servizi sociali dal basso, è la ragione più ampia di questo tentativo disciplinare violento. Le città amministrate da giunte disponibili a dialogare con queste esperienze, sono un target anche perché inquadrate dal governo centrale come competitor elettorali.

La “re-migrazione”, che già abbiamo definito come l’anello di saldatura europeo e transatlantico dell’Internazionale Nera del suprematismo bianco, avrà la sua costituzione formale e materiale. Formale come una campagna per l’approvazione di una legge di iniziativa popolare dalla componente xenofoba e razzista della maggioranza, “costituzione materiale” nell’azione governativa concreta, retate sulla base del colore della pelle (racial profiling come già denunciato dal Consiglio d’Europa), deportazioni, internamenti in campi di detenzione sparsi sul territorio nazionale e in enclave costituite all’estero. I migranti sono un paradigma. Quello che è fatto a loro, sarà fatto a noi.

La diserzione dalla guerra civile, la costruzione creativa e generativa della disobbedienza sociale al deserto militarizzato che persegue il governo, sono temi in discussione. Il “come fare” non può prescindere dal “come si legge” ciò che abbiamo di fronte. Ma l’argine democratico ci vuole a prescindere. Sempre è sbagliato dare l’immunità ai corpi di polizia. Sempre sono sbagliati i processi sommari. Sempre sono da contrastare le derive autoritarie che impongono lo stato di polizia. Sempre bisogna battersi perché anche i “colpevoli” in uno stato di diritto, abbiano dei diritti e delle garanzie. Perché gli arrestati non siano riempiti di botte nelle caserme. Perché i manifestanti non siano massacrati nelle piazze. Sempre bisogna rifiutare l’idea che gli esseri umani possano essere trattati come rifiuti, come scarti. L’argine democratico, sia dalle istituzioni che dalla società civile o dalla Chiesa, questo dovrebbe soprattutto fare. A prescindere.


 
 

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