ISRAELE / GAD LERNER. La fascistizzazione dello Stato
- LE MALETESTE

- 2 giorni fa
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Per salvare Israele va accettata la realtà
La fascistizzazione dello Stato ebraico. La trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni
di Gad Lerner
La società israeliana è malata nel profondo. Magari bastasse sanzionare il ministro Ben-Gvir, divenuto indispensabile al premier più longevo della storia di un paese intriso di violenza, dal quale sempre più numerosi emigrano quelli che possono e al quale iniziano a voltar le spalle perfino le destre nazionaliste che ne ammiravano la brutalità.
Non era un destino segnato, ma sta accadendo.
Per quanto sia doloroso ammetterlo, la trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni. Lo cogli nello scherno diffuso per gli aravim (pochi chiamano i palestinesi col loro nome); nella tracotanza dei coloni che ormai inquina l’operato dei giovani militari; nello sfoggio impunito della crudeltà vissuta come manifestazione di potenza, nel disprezzo misogino per l’Europa femmina sottomessa; nel gusto di offendere le religioni altrui.
Sono comportamenti di una minoranza soltanto degli israeliani? È vero. Quasi certamente il prossimo settembre si svolgeranno elezioni democratiche che potrebbero spedire a casa Netanyahu? È vero. Sono falliti i tentativi di minare per legge le funzioni di garanzia della Corte suprema? È vero. Ma la dissennatezza con cui il governo ha concepito una sequenza di guerre senza fine nel tentativo di saziare il bisogno di sicurezza degli israeliani angosciati dalla minaccia esistenziale del 7 ottobre lascia presagire quel che i regimi fascisti hanno sempre fatto quando restano isolati e sfiduciati: rivolgere le armi contro il nemico interno. Una guerra civile scatenata dai coloni e dalle milizie di Ben-Gvir non sarebbe eventualità remota allorquando una nuova leadership israeliana – a ciò costretta da Usa e Ue – decretasse concessioni territoriali in favore di un nascituro Stato palestinese.
Se e come la fascistizzazione sia reversibile è dunque l’interrogativo del momento.
Di fronte al quale non possiamo rimanere solo spettatori. Sono necessarie pressioni efficaci dall’esterno – stop a rifornimenti militari e accordi commerciali – da parte dei governi alleati la cui benevolenza ha indotto fin qui Israele a concepire un progetto di egemonia regionale al tempo stesso delinquenziale e irrealizzabile.
Ma è dentro al mondo ebraico che si gioca la partita determinante sul futuro di uno Stato che – persistendo nell’espansionismo suprematista e nella persecuzione dei palestinesi – altra scelta non avrebbe che trasformarsi definitivamente in regime autoritario.
Mi ha colpito verificare, durante una visita recente, quanto sia diffuso anche fra gli oppositori di Netanyahu (che sono la maggioranza) e fra gli illuminati cercatori di pace con i palestinesi (che oggi sono una minoranza) l’istinto di negazione dei crimini perpetrati dalle forze armate israeliane.
Assumere consapevolezza di quanto Israele sia caduto in basso significherebbe veder crollare l’idea che ti eri fatto del luogo a te più caro, spesso l’approdo cui la tua famiglia era giunta dopo immani sofferenze. Dal quale andarsene per molti è impossibile e, per chi può, equivale comunque a un fallimento.
Per quanto faticoso, il superamento dell’istinto di negazione della realtà è indispensabile a rafforzare le difese immunitarie, di fronte al degrado di civiltà.
Non è un problema nuovo quello del fascismo e del fanatismo in Israele. Nuovo semmai è il pericolo di risultare sprovvisti di anticorpi.
Già nel 1934, appena fuggito a Tel Aviv dalla Germania nazista, lo psicanalista Erich Neumann scriveva a Gustav Jung: «Tutto spinge verso il fascismo, indipendentemente dal punto di partenza. Gli ebrei si stanno amalgamando in una società orribile». Ma lo stesso Neumann fornì poi un apporto culturale prezioso all’edificazione di una società aperta.
Il 7 giugno 1967, quando il primo reparto israeliano si aprì un varco nella Città vecchia di Gerusalemme, Shlomo Goren, rabbino capo dell’Idf, lanciò l’idea di demolire le moschee edificate sulla spianata in cui sorgeva l’antico Tempio: «Così ci libereremo del problema una volta per tutte», spiegò. Ma fu minacciato di arresto immediato, se avesse osato divulgare il suo folle proposito. Quella dotazione di laicità rischia di essere venuta meno nell’Israele i cui governanti idolatrano la santità della terra conquistata.
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