ISRAELE / Espansionismo. Immobili, resort e capitali: così Israele amplia la propria influenza nel Mediterraneo
- LE MALETESTE

- 17 lug
- Tempo di lettura: 7 min

I canali finanziari e fisici si convertono in piattaforme logistiche ideali per operazioni di natura extra-economica, legandosi a doppio filo all’apparato di intelligence, sorveglianza cibernetica e spionaggio - MICHELE MANFRIN e DARIO LUCISANO
di Michele Manfrin
17 luglio 2026 | L'INDIPENDENTE
L’espansione israeliana oltre i propri confini non si configura come una semplice sommatoria di speculazioni immobiliari o iniziative turistiche isolate, ma risponde a un sistematico disegno geostrategico volto a trasformare il bacino del Mediterraneo in un perimetro di sicurezza avanzata e di influenza politica.
Analizzando le dinamiche che guidano il recente boom di acquisizioni edilizie a Cipro o i discussi progetti di resort di lusso che hanno scatenato forti rivolte popolari in Albania, emerge un modello di colonizzazione morbida che prepara e accompagna la proiezione di potere dello Stato d’Israele.
Nel caso cipriota, l’afflusso massiccio di capitali ha trasformato l’isola in una piattaforma di esternalizzazione logistica e civile. La creazione di comunità chiuse e autosufficienti, dotate di scuole e punti di riferimento religiosi e culturali, non serve solo a garantire seconde case e rifugio ma risponde alla necessità strategica di espandere la rete di controllo al di fuori dei confini nazionali.
Geopoliticamente, Cipro rappresenta un partner cruciale per il controllo delle rotte energetiche e per l’addestramento militare; il radicamento di una forte presenza civile contribuisce a normalizzare una cooperazione nel campo della difesa e dell’intelligence sempre più asimmetrica, configurando l’isola come una base operativa avanzata israeliana in territorio europeo.
Spostando lo sguardo verso l’Albania, la logica di penetrazione si declina attraverso l’industria del turismo d’élite e gli schemi, complessi e opachi, della finanza. E lo fa in maniera indiretta, attraverso il partner statunitense, Affinity Partners, di Jared Kushner, genero di Trump, e con i fondi sauditi del principe Bin Salman e del fondo sovrano PIF (Public Investment Fund).
Il fondo gestito da Kushner ha come missione principale lo sviluppo di trame economiche tra le aziende israeliane e quelle statunitensi, grazie ai soldi arabi, nell’ottica di portare avanti, sul piano economico-finanziario, gli Accordi di Abramo promulgati sotto la prima presidenza Trump.
Sfruttando regolamentazioni flessibili e la fame di investimenti stranieri dei governi balcanici, gli interessi israeliani si infiltrano, con capitali arabi e americani, in un’area cerniera fondamentale tra i Balcani e l’Europa occidentale. Questo modello risponde a imperativi strategici profondi, a partire dall’integrazione dei sistemi di sicurezza. Le acquisizioni territoriali permettono infatti di tessere una fitta rete di monitoraggio informale, utile al controllo dei flussi e alla raccolta di dati sensibili nel Mediterraneo.
Questa geometria dell’influenza si manifesta con forza anche in Grecia, dove Atene è divenuta un crocevia fondamentale per i flussi finanziari mediorientali e Salonicco rappresenta la meta principale per gli israeliani e i loro capitali.
Oltre al mercato immobiliare residenziale, hanno progressivamente esteso i propri interessi verso resort e infrastrutture critiche e snodi portuali greci, saldando un’alleanza economica che si specchia in una cooperazione militare sempre più stretta (anche con Cipro) in funzione geostrategica regionale (in virtù della comune avversione nei confronti della Turchia e diversi progetti energetici da sviluppare).
Nel corso di questi anni, in Paesi come Spagna e Portogallo, le politiche giustificate come riparatorie nei confronti degli ebrei sefarditi, espulsi alla fine del XV secolo, hanno permesso una massiccia penetrazione nel mercato immobiliare di pregio, agevolata da corsie burocratiche preferenziali e politiche di cittadinanza (senza dover risiedere nel Paese) che hanno favorito il trasferimento invisibile ma strutturale di grandi patrimoni e di interessi.
In definitiva, questa fitta ragnatela di capitali, investimenti e flussi demografici risponde a una precisa e stringente razionalità strategica che elegge il Mediterraneo a teatro primario della proiezione di potere di Tel Aviv.
A livello pratico e di geopolitica immediata, il consolidamento di questa presenza diffusa in nazioni chiave come l’Italia, la Grecia e Cipro risponde alla necessità vitale di arginare e contrastare la Turchia, considerata un avversario regionale sistemico nel controllo delle rotte marittime, commerciali ed energetiche dell’area levantina.
Questa manovra di contenimento si colloca, a un livello più profondo e ideologico, in una vera e propria proiezione imperiale che riflette la dottrina di una “Grande Israele” estesa ben oltre i suoi confini geopolitici tradizionali, ambendo a una forma di egemonia e di controllo strutturale sull’intero bacino mediterraneo.
Sul piano economico e finanziario, l’accaparramento di terre, presenze territoriali e il monopolio sulle infrastrutture energetiche verdi non rappresentano semplici speculazioni commerciali, ma agiscono all’interno di una visione a lungo termine su cosa debba essere Israele.
Tali strutture creano legami di dipendenza e corridoi d’influenza che facilitano un successivo ingresso multidimensionale; i canali finanziari e fisici si convertono in piattaforme logistiche ideali per operazioni di natura extra-economica, legandosi a doppio filo all’apparato di intelligence, sorveglianza cibernetica e spionaggio, e trasformando così i territori ospitanti in pedine geostrategiche al servizio della sicurezza nazionale israeliana.
Valsesia: la valle del Piemonte che sta diventando una colonia israeliana
20 Giugno 2026 - 14:26
di Michele Manfrin
20 giugno 2026 | L'INDIPENDENTE
Da Borgosesia a Varallo, passando per Cravagliana e Scopello, le valli piemontesi stanno conoscendo una rinascita demografica al quanto particolare. Al centro di questa trasformazione c’è “Progetto Baita”, un’iniziativa che ha già portato in Valsesia oltre ottanta nuclei familiari israeliani, circa 250 persone (con più di 400 soci registrati) decisi a intraprendere una nuova vita e investire in un territorio fino a poco tempo fa segnato dallo spopolamento. Sulla carta, ci troviamo di fronte a una storia di puro pragmatismo amministrativo e accoglienza, spesso incorniciata sotto l’etichetta di vero e proprio “Modello Varallo”. Eppure, osservando la dinamica attraverso le lenti delle attuali relazioni di potere internazionali, emergono profonde storture morali e politiche.
Il racconto predominante nei media si concentra sulla salvezza dei borghi e sulla fuga di persone stanche della tensione della guerra.
(...) molti continuano a lavorare in Israele (e con la sua economia di guerra) da casa, sulle montagne piemontesi, in smart working. L’ideatore di Progetto Baita, ha anche affermato: «Pensiamo a un polo accademico che si occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo fortissimi». E ne sanno qualcosa i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Proprio il settore tecnologico della sicurezza e della difesa, con le sue conoscenze e il suo capitale, in collaborazione con le più prestigiose università del Paese, è un tutt’uno con lo Stato nel costituire la macchina israeliana dell’apartheid e della pulizia etnica.
Il nodo morale di questa vicenda risiede anche nel privilegio strutturale della mobilità. Questa nuova “terra promessa nel cuore della Valsesia” è accessibile esclusivamente a chi dispone di passaporti forti e risorse. Mentre i governi occidentali agevolano il diritto di questi cittadini di muoversi liberamente, acquistare rustici alpini e ottenere la fibra ottica ad alta velocità per i loro smart-working, la popolazione civile di Gaza subisce lo sterminio e un assedio ermetico, privata di acqua, ospedali e della minima via di scampo. Si naturalizza un’idea iniqua per cui la “fuga dalla guerra” è un diritto di lusso.
Una società israeliana e Bill Gates vogliono costruire un resort in Salento
16 Luglio 2026 - 16:00
di Dario Lucisano
16 luglio 2026 | L'INDIPENDENTE
Quarantanove edifici, centocinquanta camere, ristoranti, bar, piscine, beach club, spa e spazi per eventi. È il maxi progetto firmato Bill Gates in cantiere a Ostuni, in località Mogale, dove dal 2021 il magnate della tecnologia e il gruppo di investimenti israeliano Omnam intendono costruire un maxi resort di lusso dal valore di 100 milioni di euro. Il complesso si estenderebbe su un’area di nove ettari ed è stato accostato al progetto del genero di Donald Trump, Jared Kushner, in Albania: la zona interessata, denunciano i comitati locali, ospita infatti specie protette e habitat naturali, che secondo lo stesso parere della Soprintendenza rischiano «alterazioni irreversibili». Nonostante una sequela di pareri critici, il progetto è riuscito a procedere: l’area rientra infatti nella Zona Economica Speciale Unica introdotta dal governo nel 2024, che sottopone gli investimenti a un iter autorizzativo semplificato; questo ha permesso l’approvazione della variante urbanistica, segnando un importante passi avanti per la sua realizzazione.
Il progetto del resort di lusso di Costa Merlata è in cantiere da anni, ma ha avuto un rilancio mediatico solo negli ultimi giorni, approdando su tutta la stampa nazionale e su un articolo del quotidiano britannico The Times. Esso risale al 2021 ed è sostenuto dal fondo di investimeni israeliano Omnam Investment Group in collaborazione con Four Seasons, di cui Bill Gates detiene una quota superiore al 70%. Il piano ha attirato sin da subito le critiche di comitati locali e gruppi per l’ambiente come Legambiente, specie in merito ai possibili danni ambientali. L’area interessata è infatti piena di grotte, doline e sistemi dunali e ospita uccelli migratori e specie protette. I comitati contestano inoltre il consumo di suolo e quello idrico, nonché il potenziale inquinamento luminoso. Recentemente, alle critiche degli ambientalisti si sono unite anche contestazioni per il coinvolgimento del gruppo di investimenti israeliano. Negli scorsi giorni, anche il segretario dei Verdi Angelo Bonelli ha criticato il piano, annunciando che presenterà una interrogazione parlamentare.
L’iter che ha dovuto affrontare il progetto è particolarmente intricato: nel 2021, Merletto, la società proprietaria dell’area interessata, ha presentato i progetti per il resort, che tuttavia, nel dicembre del 2023, hanno ricevuto un primo parere negativo dalla Sezione Tutela e Valorizzazione del Paesaggio della Regione Puglia. Dopo alcune modifiche progettuali, tre mesi più tardi, la stessa Sezione ha rilasciato un nuovo parere, questa volta favorevole. Nel dicembre 2024 è intervenuta però la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che ha bocciato il progetto, parlando del rischio di una «alterazione irreversibile del carattere morfologico e funzionale del sistema rurale costiero dell’agro di Ostuni». A gennaio 2025 il Comune di Ostuni ha chiuso in cerchio, contestando il piano in qualità di Autorità competente per la Valutazione Ambientale Strategica (VAS), una verifica preventiva necessaria per l’approvazione di progetti dal potenziale impatto ambientale e culturale.
Nonostante la sequenza di pareri critici, l’iter amministrativo è proseguito. Nel 2024 il governo Meloni ha istituito la ZES Unica del Mezzogiorno, che ha accorpato le precedenti Zone Economiche Speciali del Sud Italia. Le ZES sono aree in cui gli investimenti possono beneficiare di un regime amministrativo semplificato e di specifiche agevolazioni. Il progetto è stato così sottoposto alla procedura dell’Autorizzazione Unica ZES, che nonostante i rilievi sollevati dai vari enti è stata rilasciata. In virtù di essa, è stata autorizzata la variante urbanistica che permette di destinare l’area alla realizzazione del progetto. Le associazioni hanno quindi presentato ricorso al TAR, che si deve ancora pronunciare sulla questione.
Dopo le varie critiche, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega per il Sud, Luigi Sbarra, ha tenuto a precisare che «non esiste alcuna autorizzazione ZES alla costruzione di un resort: la struttura di missione, con il parere favorevole degli enti territoriali competenti, ha autorizzato soltanto la richiesta di modifica al Piano di lottizzazione del Comune di Ostuni, condizionando la stessa all’acquisizione della valutazione di impatto ambientale». Il governo, insomma, sostiene che non è stato approvato alcun “resort”, e tecnicamente è vero: non esiste ancora un progetto edilizio finale né la procedura VIA, necessaria per procedere con l’intervento. Le parole di Sbarra, tuttavia, minimizzano il peso dell’autorizzazione ZES, che dà il via libera alla variante urbanistica che consente la realizzazione del progetto, spianando di fatto la strada alla sua costruzione.

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