ITALIA / REPRESSIONE. Multe per i cori in piazza, multe per uno striscione
- LE MALETESTE

- 6 ago
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di Osservatorio Repressione
3 agosto 2026 | OSSERVATORIO REPRESSIONE
La Digos sanziona decine di manifestanti per “grida sediziose” durante il corteo del 13 maggio in solidarietà con le persone denunciate per il 22 settembre. L’assemblea delle persone colpite denuncia un precedente pericoloso: fino a 2.400 euro per slogan contro guerra, polizia e repressione.
Decine di sanzioni amministrative, ciascuna di diverse centinaia di euro, sono state notificate dalla Digos di Milano ad alcune delle persone che il 13 maggio avevano partecipato a un corteo spontaneo in solidarietà con le manifestanti e i manifestanti denunciati per la mobilitazione del 22 settembre. La contestazione è quella di avere pronunciato “grida sediziose”, una fattispecie di origine fascista oggi utilizzata per colpire slogan e cori scanditi durante una manifestazione politica.
A denunciare quanto accaduto è l’assemblea delle persone multate, costituitasi per organizzare una risposta comune, sostenere i ricorsi e impedire che questa modalità repressiva si consolidi come prassi ordinaria.
Secondo quanto riferito nel comunicato, nei verbali sono riportate espressioni quali «Resistiamo e sabotiamo le guerre dei potenti», «Il 22 settembre c’eravamo tuttx, blocchiamo tutto» e il coro francese «Tout le monde déteste la police». Frasi che fanno parte del linguaggio politico di numerose mobilitazioni e che, fino a oggi, non erano state normalmente trattate come il presupposto per sanzioni economiche tanto pesanti.
La vicenda deve essere letta alla luce delle modifiche introdotte dall’ultimo decreto Sicurezza. La norma sulle grida sediziose, nata durante il fascismo e successivamente depenalizzata nel 1999, era già sopravvissuta nell’ordinamento come illecito amministrativo. Nel 2026 il governo ne ha però irrigidito il regime sanzionatorio, innalzando l’importo delle multe fino a 2.400 euro. Una disposizione apparentemente secondaria, quasi residuale, viene così recuperata e resa concretamente utilizzabile contro chi partecipa alle manifestazioni.
Il problema non riguarda soltanto l’entità delle singole multe. Riguarda il cambiamento di strategia repressiva che esse rappresentano. Un procedimento penale richiede indagini, l’individuazione di responsabilità personali, il contraddittorio con la difesa e, infine, la decisione di un giudice. La sanzione amministrativa consente invece di produrre un effetto immediato, trasferendo sulla persona colpita l’onere economico e materiale di presentare ricorso. Anche quando la contestazione sarà successivamente annullata, il suo obiettivo intimidatorio può essere già stato raggiunto: costringere chi manifesta a dedicare tempo, denaro ed energie alla propria difesa e indurre altre persone a valutare il costo della partecipazione politica.
La cosiddetta depenalizzazione non coincide quindi necessariamente con una diminuzione della pressione repressiva. Il passaggio dal penale all’amministrativo può rendere l’intervento più rapido, meno garantito e più facilmente ripetibile. È la stessa dinamica già osservata nell’applicazione del nuovo articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, attraverso il quale sono state comminate multe di migliaia di euro per manifestazioni non preavvisate, modifiche dei percorsi concordati o iniziative organizzate spontaneamente. In entrambi i casi, il ricatto economico diventa uno strumento per limitare concretamente l’esercizio del diritto di riunione e di espressione.
Nel caso milanese, la contestazione appare particolarmente grave perché investe direttamente il contenuto politico della protesta. Non vengono sanzionati danneggiamenti, aggressioni o condotte materialmente pericolose, ma parole pronunciate collettivamente in piazza. La qualificazione di uno slogan come “sedizioso” affida alle autorità di pubblica sicurezza un ampio potere interpretativo sul confine tra critica politica lecita e discorso ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. Il rischio è che la forza polemica di una manifestazione venga trattata come un illecito proprio perché capace di contestare le politiche del governo, la guerra, l’operato della polizia o la repressione delle lotte sociali.
L’assemblea delle persone multate osserva che non sono quei cori a essere improvvisamente diventati più pericolosi. A essere cambiato è il contesto nel quale vengono pronunciati. In una fase segnata dal riarmo, dalla preparazione alla guerra e dalla crescente criminalizzazione delle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, il governo mostra di considerare sempre meno tollerabili le forme di dissenso che sfuggono ai percorsi istituzionali e mettono in discussione le sue scelte politiche. La repressione non colpisce soltanto le condotte individuali eventualmente illecite, ma cerca di disciplinare il linguaggio, le relazioni e le pratiche collettive di chi scende in piazza.
Le multe per “grida sediziose” si aggiungono così a un apparato già ampio: reati associativi utilizzati nelle indagini sui movimenti, fermi preventivi fino a dodici ore, fogli di via, sorveglianze speciali, sanzioni per le manifestazioni non preavvisate, arresto in flagranza differita e norme che rafforzano le tutele per gli appartenenti alle forze dell’ordine. Non si tratta di provvedimenti indipendenti, ma di strumenti che concorrono a spostare il confine tra libertà politica e controllo poliziesco, anticipando l’intervento repressivo e riducendo il ruolo del giudice.
Il corteo del 13 maggio era nato per esprimere solidarietà alle persone denunciate per la grande mobilitazione milanese del 22 settembre. Colpire anche quella risposta collettiva significa tentare di interrompere la catena della solidarietà attraverso un meccanismo cumulativo: prima le denunce per la manifestazione originaria, poi le multe contro chi protesta in difesa delle persone denunciate. È un sistema che mira a isolare i singoli, separandoli dal contesto politico e umano nel quale hanno agito, e a trasformare ogni nuova iniziativa solidale in un’ulteriore occasione di sanzione.
Per questa ragione l’assemblea ritiene essenziale impugnare i verbali e costruire una difesa comune. Non soltanto per evitare che le persone colpite debbano sostenere sanzioni ingiuste, ma per impedire che l’uso della norma sulle grida sediziose venga normalizzato e replicato in altre città. Lasciare incontestati questi provvedimenti significherebbe accettare che slogan abitualmente pronunciati nelle piazze possano essere selezionati dalla polizia e trasformati in illeciti sulla base del loro contenuto politico.
La risposta annunciata parte quindi dalla solidarietà concreta e dalla consapevolezza degli strumenti di difesa disponibili. Il ricorso contro le sanzioni non è considerato un fatto individuale, ma parte della stessa battaglia per difendere il diritto di manifestare, esprimere conflitto e sostenere chi viene colpito dalla repressione. Perché quando lo Stato prova a rendere economicamente insostenibile il dissenso, nessuna persona multata può essere lasciata sola.
Mantova, mille euro di multa per uno striscione antifascista
di Osservatorio Repressione
5 agosto 2026 | OSSERVATORIO REPRESSIONE
Due sanzioni da 500 euro colpiscono le attiviste di No Food • No Science per aver esposto per pochi secondi davanti alla Questura la scritta “Free Maja. Free all antifas”. Il collettivo antispecista denuncia una pressione repressiva ormai sistematica.
Mille euro di multa per uno striscione antifascista rimasto esposto soltanto per pochi secondi. È quanto denuncia No Food • No Science, collettivo antispecista di Mantova, dopo la notifica di due sanzioni amministrative da 500 euro ciascuna alle attiviste che il 28 marzo avevano partecipato al presidio cittadino contro il corteo per la cosiddetta “remigrazione”.
Prima di raggiungere la mobilitazione antifascista, alcune componenti del collettivo avevano fissato alle grate di una finestra della Questura di Mantova uno striscione con la scritta: “Free Maja. Free all antifas”. Un gesto politico rivolto contro la repressione dell’antifascismo e in solidarietà con chi, in diversi paesi europei, è sottoposto a procedimenti giudiziari per la propria militanza. Dopo aver esposto lo striscione, le attiviste avevano raggiunto regolarmente il presidio, partecipando agli interventi e alle iniziative organizzate contro la manifestazione della destra remigrazionista.
La giornata, tuttavia, non si è conclusa con la fine del presidio. Mentre le attiviste si stavano allontanando, sono state avvicinate dalla polizia con l’intenzione di accompagnarle tutte in Questura. No Food • No Science interpreta quell’intervento come il tentativo di colpire indistintamente persone già destinatarie di provvedimenti di allontanamento da Mantova, emessi dopo precedenti proteste contro l’industria zootecnica, e altre che non avevano mai ricevuto misure analoghe.
Soltanto la formazione di un presidio spontaneo di solidarietà avrebbe impedito che l’accompagnamento venisse portato a termine. Il rilascio non ha comunque interrotto il controllo. Secondo il collettivo, le attiviste sono state successivamente seguite da agenti della Digos, che hanno impedito l’esposizione di un secondo striscione sulla sede del Comune durante la festa di fine mandato dell’allora sindaco Mattia Palazzi. Da quel momento sarebbero state scortate fino alla stazione ferroviaria, in una condizione di sorveglianza protratta ben oltre la conclusione della manifestazione.
Nelle settimane successive sono arrivate le sanzioni: due verbali da 500 euro, per complessivi mille euro, riferiti allo striscione affisso sulla Questura. Non viene contestata alcuna violenza, alcun danneggiamento e neppure un ostacolo concreto all’attività degli uffici. A essere punita è l’esposizione temporanea di un messaggio politico antifascista, all’interno di una giornata già segnata da identificazioni, tentativi di accompagnamento e controlli continui.
(...) Nel frattempo, le iniziative della destra remigrazionista possono attraversare lo spazio pubblico presentandosi come legittima espressione politica, mentre chi le contesta rischia identificazioni, accompagnamenti, sorveglianza e multe. Questa asimmetria mostra come il problema non sia una generica tutela dell’ordine pubblico, ma la discrezionalità con cui gli strumenti amministrativi vengono applicati alle diverse forme di partecipazione politica.
Per No Food • No Science, i mille euro richiesti per lo striscione rappresentano quindi un nuovo tentativo di logorare economicamente e isolare chi continua a contestare razzismo, fascismo e sfruttamento. La risposta del collettivo è rendere pubblico quanto accaduto e ricondurre il singolo provvedimento a un sistema repressivo più ampio, nel quale l’esercizio del dissenso viene progressivamente sottoposto a controlli preventivi e sanzioni immediate. La questione non riguarda soltanto le persone multate: riguarda la possibilità di esporre un messaggio antifascista e partecipare alla vita politica senza essere trattati come soggetti da sorvegliare e punire.
Le nuove frontiere della repressione
di Luca Masera
5 agosto 2026 | OSSERVATORIO REPRESSIONE
I fogli di via sono sempre più la nuova frontiera della repressione.
Durante un comizio del Ministro Salvini, presso il parco “La Versiliana” nel Comune di Pietrasanta, un uomo arriva sotto il palco, apre una bandiera palestinese e grida “Palestina libera, Governo complice del genocidio”: nessuna violenza, nessuna contestazione organizzata, solo una protesta pacifica, peraltro immediatamente interrotta dalle forze dell’ordine, che allontanano il contestatore e procedono alla sua identificazione. In uno Stato democratico, sarebbe stato lecito aspettarsi che non vi fossero per l’uomo conseguenze ulteriori: ha semplicemente manifestato la propria opinione, senza mettere a rischio i beni o l’incolumità altrui, e l’art. 21 della nostra Costituzione solennemente garantisce che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Le cose, però, sono andate diversamente.
Pochi giorni dopo il fatto, l’uomo si è visto notificare da parte della Questura di Lucca un provvedimento (il foglio di via obbligatorio) con cui gli veniva ordinato di lasciare il territorio del Comune di Pietrasanta, e di non farvi ritorno, senza preventiva autorizzazione, per un periodo di tre anni. Solo all’esito di un ricorso davanti al TAR Toscana, tale provvedimento è stato annullato, e l’amministrazione condannata a rimborsare le spese di lite.
(...) Come abbiamo già accennato, tale provvedimento è stato poi annullato dal TAR Toscana, con una decisione di cui vale la pena riportare alcuni passaggi. Secondo i giudici, «non può ritenersi che il soggetto sia dedito alla commissione di reati per il fatto di aver messo in atto un’attività di protesta non violenta e non integrante alcuna fattispecie penalmente rilevante, né potendo la fattispecie legale essere integrata dalla mera, generica, indicazione di alcuni ulteriori pregiudizi di polizia»; e viene citata a sostegno di tale conclusione «quella giurisprudenza che ha escluso che la sussistenza di precedenti giudiziari o di polizia ovvero l’appartenenza a un determinato movimento politico pure responsabile di atti che minano la sicurezza pubblica valgano di per sé a fondare un valido giudizio di pericolosità sociale in capo a soggetti che hanno esercitato il loro diritto di manifestazione senza mai fare uso alcuno di violenza. […] Ad essere quindi legittimo motivo per l’adozione di misure di prevenzione sono solo gli atti che minano la tranquillità pubblica nel senso di creare una situazione generale, diffusa e non meramente transeunte, di apprensione nella collettività circa la conservazione della sicurezza pubblica, sicurezza pubblica che in uno Stato costituzionale di diritto è innanzitutto e soprattutto sicurezza dei diritti fondamentali della persona».
Da questa vicenda si possono trarre alcune considerazioni non prive di importanza. Anzitutto bisogna essere consapevoli che esistono nel nostro ordinamento istituti, come le misure di prevenzione, che attribuiscono all’autorità di polizia il potere di limitare l’esercizio di diritti fondamentali sulla base di generiche valutazioni di pericolosità, prive di concreti riscontri oggettivi. Tali misure sono il retaggio di uno Stato di polizia, che il nostro sistema costituzionale ha accettato e accetta come strumento di contrasto alla criminalità organizzata; ma se tali misure vengono usate per punire il dissenso politico, è chiaro il pericolo di un’involuzione autoritaria. Più ancora che sul terreno del diritto penale, è proprio sul terreno delle misure amministrative e di polizia che nei prossimi mesi e anni si giocherà la tenuta del nostro sistema democratico.
L’armamentario in questo senso è ormai vasto: oltre alle misure di prevenzione, pensiamo alle varie forme di Daspo di cui si continuano ad allargare gli ambiti di operatività, o al più recente fermo di polizia, o alle espulsioni degli stranieri ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico. Se di questi (discutibili) strumenti la polizia inizia a fare uso in modo sempre più massiccio, gli spazi per il dissenso (pacifico) vengono a restringersi al punto da mettere in dubbio che continuiamo a trovarci in uno Stato realmente rispettoso della rule of law. Se basta protestare a un comizio per essere esclusi per tre anni dal territorio di un Comune, è difficile ritenere che il diritto alla manifestazione del pensiero sia realmente tutelato.
La vicenda in esame ci mostra, però, anche che il nostro sistema ha ancora degli anticorpi contro il virus dell’autoritarismo: in questo, come in molti altri casi, la magistratura (ordinaria o amministrativa) si è assunta il ruolo che le compete di garante della legalità costituzionale, annullando un provvedimento che di questa legalità faceva strame.
Centrale nella motivazione della sentenza è la nozione di sicurezza pubblica, che non può essere intesa, come spesso accade nel dibattito mediatico, come condizione di docile e acritica adesione alle decisioni del Governo (questa è la sicurezza pubblica dei regimi autoritari!), ma come sicurezza nell’esercizio dei diritti fondamentali, che certo non può essere messa a rischio da una pacifica manifestazione di dissenso.
Ciò che ci separa da un regime autoritario è proprio la presenza di una magistratura che ha l’indipendenza per opporsi alle decisioni del Governo che non rispettano i diritti fondamentali; il referendum dello scorso marzo ha dimostrato che l’opinione pubblica è consapevole di quanto ciò sia importante, e sentenze come quella in esame ci confermano che aveva ragione chi sosteneva che, senza una magistratura libera ed autonoma, la democrazia si riduce ad un feticcio.

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