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ITALIA / REPRESSIONE. Nulla accade in polizia che il ministro non sappia e non voglia

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    LE MALETESTE
  • 7 ago
  • Tempo di lettura: 6 min


05-08-2026 | VOLERE LA LUNA


C’è un errore di prospettiva che attraversa buona parte del dibattito pubblico sulla sicurezza, e non credo sia casuale. Si continua a parlare dell’operato delle forze di polizia come se fosse un fenomeno che nasce dal basso, dalla singola pattuglia, dal singolo intervento, dalla decisione presa per strada in pochi secondi. Si discute se un fermo sia stato proporzionato, se un blocco stradale sia stato sgomberato con troppa durezza, se un corteo sia stato caricato con più forza del necessario, e ci si ferma quasi sempre lì, all’ultimo anello della catena.


Ma chi lavora da anni dentro questo mondo sa che quell’ultimo anello non decide completamente da solo cosa fare in strada. Decide dentro una cornice che altri hanno costruito prima, altrove, con strumenti ben diversi dal manganello o dal fermo.


1. Quella cornice è la strategia politica della sicurezza, fatta di scelte organizzative, di indirizzi impartiti nelle catene di comando, di silenzi calcolati, di segnali che premiano o puniscono – si veda il recente avvicendamento del Questore a Torino dopo i fatti de La Stampa, OGR e Leonardo – e che arrivano al personale molto prima che questi metta piede sul luogo di un intervento.


Se una polizia riceve, nei fatti, il messaggio che la fermezza paga più della proporzionalità, che l’immagine della mano dura rende meglio sui titoli dei giornali della gestione paziente del conflitto, si comporterà di conseguenza. Non per un difetto individuale diffuso in migliaia di persone, ma perché ogni organizzazione risponde agli incentivi che riceve dall’alto.

E chi quegli incentivi li costruisce, attraverso le nomine, gli orientamenti operativi, la comunicazione pubblica che accompagna ogni decreto sicurezza, porta una responsabilità che nessuna analisi seria dovrebbe continuare a scaricare solo su chi era in strada quel giorno.


Negli ultimi mesi ho osservato, con crescente preoccupazione, la costruzione di un impianto normativo che va esattamente in questa direzione, quella di trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da contenere, invece che in un fenomeno fisiologico della vita democratica da governare politicamente. La norme recenti rafforzano gli strumenti di controllo preventivo, anticipano l’intervento rispetto al fatto compiuto, allargano la discrezionalità dell’autorità amministrativa a scapito di quella giurisdizionale.


Le nuove fattispecie penali su cortei, picchetti, occupazioni e blocchi stradali alzano il costo giuridico del dissenso organizzato. È evidente che la direzione scelta, ripetuta e coerente in ogni intervento normativo di questi mesi, non è neutra, sposta il baricentro dal diritto penale del fatto verso un diritto penale della pericolosità, e questo non succede per un errore tecnico, succede perché qualcuno lo ha voluto così. E qui arrivo al passaggio che considero più grave di tutti, quello su cui serve chiarezza senza sfumature che ne attenuino il senso.


Stiamo assistendo a un’opera di sostituzione concettuale precisa, ripetuta con una coerenza che non lascia dubbi sulla sua intenzionalità. Il conflitto sociale, che è legittimo, anzi che è il fulcro stesso della vita democratica, viene progressivamente identificato con la violenza, come se le due cose fossero la stessa cosa, come se manifestare un dissenso equivalesse già, di per sé, a un atto criminale da prevenire.


Questa sostituzione produce un effetto pratico pesante, perché equipara, nel linguaggio pubblico prima ancora che nelle norme, il manifestante al criminale. E in questa equiparazione finiscono, tutte insieme, categorie di persone profondamente diverse tra loro: il lavoratore che incrocia le braccia e presidia la fabbrica per difendere il proprio salario o la propria condizione di lavoro, il cittadino che scende in piazza per un diritto civile negato, chi manifesta per una battaglia sociale, per l’ambiente, per la parità, per la salute, per la pace.


Nessuna di queste persone commette violenza nel momento in cui protesta, eppure il linguaggio e le norme di questi mesi trattano tutte come potenziali minacce all’ordine pubblico, da monitorare, da anticipare, da colpire prima ancora che accada qualcosa di davvero lesivo.

Questa operazione è chiara proprio perché è sistematica, non episodica.


Non parlo di un decreto isolato che punisce con più severità un blocco stradale caratterizzato da violenza sulle persone. Penso a un impianto complessivo che allarga la platea di chi rientra nel sospetto, che abbassa la soglia di ingresso nel penale per condotte che fino a ieri restavano nell’ambito amministrativo o contravvenzionale, che costruisce, decreto dopo decreto, un’immagine pubblica del manifestante come soggetto pericoloso per definizione, a prescindere dal contenuto della sua rivendicazione.


È un modo per delegittimare il conflitto prima ancora che si esprima, disinnescandolo con la paura della conseguenza penale invece che con l’ascolto politico della domanda sociale che quel conflitto porta con sé. E chi paga il prezzo più alto non è solo chi scende in piazza, è anche chi indossa l’uniforme, perché viene chiamato a eseguire, sul campo, un’equiparazione concettuale (dissenso = pericolo) che non ha scelto e che lo espone a un ruolo di argine sociale invece che di garanzia imparziale della Costituzione. Un sillogismo che rispecchia fedelmente quella logica psicologica, tipicamente alimentata in chi opera nel settore della sicurezza pubblica, di dividere il mondo in buoni e cattivi.


2. C’è poi un secondo livello, quello che consiste nel condizionamento attraverso la lusinga, forse il più insidioso perché non lascia tracce facili da contrastare. Riconoscere tutele processuali agli operatori, penso allo scudo penale, rafforzare la retorica della vicinanza istituzionale, promettere assistenza legale e sostegno politico incondizionato – “senza se e senza ma” – sono tutti segnali alternativi all’investimento in formazione, in organico, in supervisione indipendente, e funzionano come un patto implicito: ti proteggo se agisci con la fermezza che la narrazione politica richiede, e mi disinteresso delle condizioni reali in cui lavori finché la tua azione resta coerente con quella narrazione.


È un meccanismo che lega, che crea dipendenza simbolica prima ancora che materiale, e che sposta piano piano l’operatore da una postura di servizio imparziale della Costituzione a una postura di esecutore di un disegno politico presentato come tutela, ma che nella sostanza lo usa come strumento di consenso.


La via di chi agisce con consapevolezza, coscienza e coerenza non è contemplata. Va detto, per coerenza con la visibilità del potere applicata anche a se stessi che, se la responsabilità principale di questa deriva è di chi la costruisce dall’alto, resta comunque una responsabilità, più piccola ma reale, in capo a chi quella cornice la accetta senza interrogarla.

Nessun condizionamento, per quanto sottile, agisce su una volontà del tutto passiva.

Accettare la lusinga di una protezione incondizionata, lasciarsi convincere che la fermezza sia sempre la risposta giusta perché così conviene apparire, scegliere di non porsi la domanda su cosa si stia davvero eseguendo e per conto di quale disegno, è già una forma di adesione, anche quando non viene vissuta come tale da chi la compie.


Non si tratta della singola decisione presa in una frazione di secondo sotto pressione: quella resta sempre giudicabile con la cautela che ogni essere umano sotto stress merita. Parlo della postura più ampia, quella che si costruisce nel tempo, giorno dopo giorno, accettando senza troppe domande il ruolo che la narrazione politica assegna, perché è più comodo, perché protegge nell’immediato, perché chi resiste a quella narrazione spesso paga un prezzo di isolamento dentro la propria stessa organizzazione.


Questa accettazione ha un nome preciso, ed è complicità, per quanto attenuata dal contesto in cui matura, e chi la esercita non può scaricare interamente la responsabilità su chi gliel’ha proposta, perché la libertà di riconoscere il condizionamento e di opporvisi, anche solo internamente, anche solo rifiutando l’entusiasmo con cui alcuni finiscono per abbracciare quel ruolo, resta sempre una possibilità aperta, per chiunque indossi una divisa quanto per chiunque altro. Restare fedeli ai principi e al giuramento costituzionale è la via maestra, sempre pronta all’uso per chi sceglie di percorrerla.


3. Il terzo livello, il più grave sul piano istituzionale, è l’omissione. Quando un sindacato segnala per iscritto una lacuna nei protocolli operativi, chiede un aggiornamento delle linee guida su un rischio clinico noto – il riferimento è al caso del Pilastro a Bologna, a prescindere dall’esito che ha avuto – quando propone un organismo indipendente di supervisione sul modello già esistente in altri paesi europei, e quella segnalazione resta senza risposta adeguata, l’omissione diventa essa stessa una scelta politica, non un’assenza di scelta.

Non decidere equivale a decidere che il sistema resti com’è, con tutti i rischi che quella segnalazione aveva già messo nero su bianco.

E quando dopo quell’omissione accade una tragedia, la responsabilità organizzativa non si esaurisce nell’accertamento penale del singolo agente coinvolto, risale fino a chi aveva il potere di correggere il sistema e ha scelto, consapevolmente o per negligenza, di non farlo.


Questa deriva, guardando la coerenza delle scelte compiute negli ultimi mesi dalla maggioranza di governo, sembra orientata in una direzione precisa:

usare le forze di polizia come argine al conflitto sociale invece che come garanzia imparziale dell’ordine costituzionale, spingendo il sistema verso una gestione muscolare del dissenso che si allontana dai principi di proporzionalità, di terzietà e di responsabilità diffusa che la nostra Costituzione impone.

Chi rappresenta i lavoratori delle forze di polizia ha il dovere di dirlo con la stessa chiarezza di chi osserva il fenomeno da fuori, e ha anche il dovere di chiedere ai propri stessi rappresentati uno sguardo lucido su questo punto, perché la tutela sindacale più autentica non consiste nell’assolvere sempre e comunque chi si rappresenta; consiste nell’aiutarlo a riconoscere quando un condizionamento sta agendo su di lui, per restituirgli la libertà di scegliere diversamente.



* Nicola Rossiello, per 40 nella Polizia di Stato con il grado di Ispettore,

è tuttora segretario regionale per il Piemonte e dirigente nazionale del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia (Silp). Profondo conoscitore delle dinamiche di Security e Intelligence, unisce l'esperienza sul campo a un costante aggiornamento sulle nuove applicazioni dell’Intelligenza Artificiale.

 
 

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