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NUOVI E VECCHI COLONIALISMI IN AFRICA: Russia, Ukraina, Francia, USA

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    LE MALETESTE
  • 3 ore fa
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Tra russi e ucraini c’è l’Africa

Servizi segreti e ribelli tuareg, jihadisti e mercenari dell’Africa Corps. Così i combattimenti tra Mosca e Kiev proseguono in trasferta



Nell’agosto del 2023 un’unità d’élite dei servizi segreti militari ucraini (Gur) denominata «Timur» viene inviata a Khartoum, in Sudan, per supportare l’esercito regolare del generale Al-Buran. L’obiettivo è quello di compiere attacchi mirati, soprattutto con i droni, contro le Forze di supporto rapido (Rsf) sostenute da Mosca. Ai militari sudanesi vengono fornite armi, logistica e addestramento. È l’inizio della «guerra globale» di Kiev contro la Russia.


L’OBIETTIVO PARALLELO era quello di scardinare il controllo della milizia privata filo-governativa Wagner sulle miniere d’oro sudanesi. Secondo gli ucraini i proventi dei giacimenti venivano in parte utilizzati per finanziare la guerra contro di loro. L’azione più eclatante avviene un anno dopo in Mali, quando, nel luglio 2024, a Tinzaouaten, i ribelli tuareg tendono un’imboscata a una colonna di mercenari russi della compagnia Wagner. Gruppo che nel frattempo è stata sciolto per decreto presidenziale dopo che il suo comandante storico, Yevgeny Prigozhin, è probabilmente stato ucciso in un attentato contro il suo jet privato.

Ora la compagnia è passata sotto le dipendenze dirette del ministero della Difesa e ha cambiato nome in Africa Corps. Ma in Africa Occidentale ha continuato a operare in maniera sostanzialmente indipendente fino al 2025, quando ha annunciato la «fine delle operazioni in Mali».

Quando Vladimir Putin parla all’Occidente insiste sulla «fine dell’egemonia statunitense» e sul «nuovo mondo multipolare», quando si rivolge ai leader africani insiste sulla liberazione dai vecchi padroni coloniali, Francia in primis, e si pone come protettore e alleato. La strategia russa in Africa ha generalmente successo. Il caso più emblematico sono le manifestazioni in Niger in cui si mostrano gruppi di persone con cartelli come «Abbasso la Francia, viva Putin» o il tricolore verticale bruciato e quello orizzontale portato in trionfo.


KYRYLO BUDANOV, il capo del Gur, decide che l’ascesa dei russi in Africa va fermata per dimostrare al mondo non solo che la Russia non è la potenza che vuole far credere di essere, ma anche per alimentare quella «guerra asimmetrica» contro gli interessi della Federazione in ogni angolo del pianeta. Inoltre, in un contesto come quello degli scontri tribali, della guerriglia o delle imboscate, insomma nelle cosiddette «Guerre a bassa intensità», le innovazioni tecnologiche introdotte dai droni sono facilmente esportabili, costano relativamente poco e si rivelano estremamente efficaci.

A Tinzaouaten, il Gur rivendica di aver fornito «informazioni cruciali e supporto tattico» ai ribelli tuareg, permettendogli di mettere a punto un piano per neutralizzare un’intera colonna di soldati dell’Africa Corps in marcia. L’operazione è un successo totale, circa 50 mercenari vengono uccisi. Solo che la propaganda canta vittoria troppo in fretta. Le foto con i soldati biondi a volto coperto e le bandiere gialloblù accanto a quelle dei ribelli scatenano molte reazioni negative. I governi di Mali e Niger interrompono subito le relazioni diplomatiche con Kiev, accusandola tra l’altro di «supportare il terrorismo».

Ma le proteste si levano anche da altri leader del continente che vedono il rischio di nuove interferenze europee nelle già tese relazioni politico-diplomatiche africane. I russi accusano Kiev di supportare lo jihadismo e si appellano all’Onu per sanzionare le azioni ucraine, accusate di diffondere il caos e l’instabilità politica. Unione europea e Stati uniti si limitano a invocare la de-escalation, ma mentre Bruxelles non ha reale voce in capitolo, uno stato membro come la Francia è direttamente coinvolta nelle sue ex-colonie in Africa occidentale e sub-sahariana, la cosiddetta «Françafrique» della quale molti certificano la fine.


PER WASHINGTON è un discorso diverso: gli Usa hanno ricominciato a coltivare le relazioni con gli stati africani, a partire dal Marocco ormai alleato stabile e firmatario degli Accordi di Abramo con Israele. Ma anche il Mali, dove la Wagner, ora Africa Corps, ha operato senza sosta è stato inserito negli obiettivi strategici del Pentagono. Sebbene la Casa Bianca avversi l’espansionismo russo in Africa, resta la questione della lotta al terrorismo islamico, nella quale Putin si è sempre inserito come alleato – «la guerra che abbiamo combattuto insieme» – e che non è possibile mettere in discussione dopo l’11 settembre, l’Afghanistan e l’Iraq.

L’eventualità che si arrivi a uno scontro, anche indiretto, non è affatto remota, ma per ora la questione è sopita. Gli ucraini hanno smesso di fare proclami e si sono dedicati ad ampliare la propria rete diplomatica, offrendo programmi di aiuti alimentari e militari.


QUELLI CHE OGGI i rappresentanti ucraini chiamano «drone deal», gli accordi basati sullo scambio di droni e competenze in materia con altri beni, sono nati con governi come il Ghana o la Costa d’Avorio ed è certo che anche quando la guerra con la Russia finirà, Kiev continuerà a coltivare la propria influenza nel continente africano, magari provando a sostituirsi ai russi laddove possibile o ad alimentare gruppi armati con l’enorme esperienza acquisita nel conflitto in corso.




C’era una volta Wagner, la milizia privata che ora agisce allo scoperto

Partendo quasi da zero nel 2014, in meno di dieci anni la compagnia è riuscita a costruire un impero in Africa e ad accreditarsi come principale gruppo di supporto all’esercito russo in Ucraina



Si dice che alcuni pirati investiti ufficialmente dal re della lettera di corsa prima di attaccare le navi nemiche urlassero «For the king and the prize», per il re e il bottino. Si farebbe fatica a trovare un motto migliore per le operazioni svolte dalla Compagnia privata di mercenari “Wagner”.

Pochi gruppi come la Wagner sono riusciti a riprodurre ai giorni nostri le imprese dei tempi d’oro del colonialismo europeo. Partendo quasi da zero nel 2014, in meno di dieci anni la compagnia è riuscita a costruire un impero in Africa e ad accreditarsi come principale gruppo di supporto all’esercito russo, tanto da essere impiegato regolarmente in Ucraina per i compiti più duri, come la battaglia di Bakhmut.

Il suo fondatore Yevgeny Prigozhin, inizialmente noto come il «cameriere di Putin» per gli affari nella ristorazione e lo stretto legame con il presidente, è partito dal Donbass ed è arrivato fino a un passo dal colpo di stato prima di schiantarsi con il suo jet privato. Libia, Siria, Repubblica Centrafricana, Mali, Sudan, sono solo i principali teatri dove la compagnia ha agito per conto di Mosca e per la propria ricchezza.


AL CULMINE DELLA FORTUNA, nel 2023, il gruppo gestiva miniere d’oro, commercio di petrolio legale e illegale, traffico d’armi, persino import-export di prodotti alimentari. Ma il 23 agosto 2023 l’Embraer Legacy 600 sul quale Prigozhin viaggiava insieme a Dmitry Utkin, suo braccio destro, co-fondatore della Wagner e neo-nazista convinto (si dice sia stato lui a scegliere il nome e a ideare il simbolo), l’altro luogotenente Valerij Čekalov e altri 7 passeggeri si schianta nell’oblast di Tver’, mentre viaggiava da Mosca a San Pietroburgo. Il corpo di Prigozhin non sarà mai mostrato alimentando varie teorie cospirazioniste.

Esattamente due mesi prima Prigozhin aveva lanciato un (presunto) tentativo di golpe, marciando con una colonna armata verso Mosca. I mercenari, forse rinfoltiti da militari regolari, avevano occupato la città di Rostov sul Don e si erano poi fermati a 200 km da Mosca, grazie a una presunta mediazione della Bielorussia.


PER LA DIFESA RUSSA, assorbire la Wagner e i suoi interessi non è stato facile e ci sono voluti più di tre anni. Ora gli ex-Wagner sono stati integrati nelle forze armate russe, hanno un nuovo nome (Africa Corps) e fanno allo scoperto e per conto diretto del Cremlino ciò che prima nascondevano sotto la bandiera di una milizia privata. In larghe parti dell’Africa, soprattutto nel Sahel e nella repubblica Centrafricana, sono la scorta armata dei golpisti di turno o dei governi locali. Offrono protezione in cambio della gestione delle risorse, soprattutto minerarie, e commerciano in armi, logistica e petrolio.

Il 17 agosto scorso Sergei Lavrov ha annunciato, dopo un lungo colloquio con il suo collega del Ghana, che la Russia presto firmerà «un accordo di cooperazione in materia di sicurezza con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale», che comprende 12 Paesi.

Dopo avere messo gli stivali nella sabbia prima con i mercenari e oggi con le partnership bilaterali (con le giunte militari di Burkina Faso, Mali e Niger), Mosca ha l’opportunità di allargare la propria cooperazione nel campo della guerra a tutta l’Africa occidentale. Una forma di imperialismo in cui si è parte del problema ma anche una possibile soluzione. «L’Africa Corps opera su basi completamente legali in risposta alle richieste ufficiali dei legittimi governi africani e svolge i compiti che questi governi legittimi assegnano alle sue unità» tra cui «il respingere gli attacchi terroristici, che vengono organizzati, tra gli altri, da Paesi che non riescono ad accettare la perdita della loro influenza coloniale in Africa» ha detto Lavrov.


UNA GUERRA PER PROCURA geografica, prima ancora che d’interesse, in cui il campo di battaglia è “ovunque ma non qui”, in cui le vittime civili sono persone africane dai nomi impronunciabili che vivono del loro ai margini del deserto. Morti che dall’ex-Impero possiamo accettare.



Tecnologia di morte, i cieli del Sahel infestati di droni

 Le nuove dotazioni di eserciti e gruppi insorgenti: l'uso massiccio di questi ordigni volanti ha portato a un forte aumento di "danni collaterali"


di Isidore Senghor


I cieli del Sahel non sono mai stati così affollati di tecnologia. I moderni droni, oggi, offrono ai conflitti subsahariani un’alternativa flessibile ed economica alla classica aviazione militare convenzionale.

Da un lato, gli eserciti nazionali di Mali, Niger e Burkina Faso hanno letteralmente saturato i propri inventari con i droni da ricognizione e attacco turchi Bayraktar Tb2 (armati con munizioni guidate a laser Mam-L e Mam-C). Bamako ha speso più dei sodali, dotandosi anche dei più pesanti Bayraktar Akinci (classe Hale, droni capaci di volare ad alta quota e a lungo raggio, trasportando carichi pesanti come bombe guidate Teber e Mam-T).


MA SE QUESTO INVESTIMENTO ha permesso alle giunte militari di infliggere colpi pesanti ai loro nemici, l’uso massiccio di droni ha comportato un forte aumento dei “danni collaterali”, in particolare stragi di civili, e gravi attriti con i Paesi vicini.

Gli Africa Corps (formalmente inquadrati sotto la direzione del ministero della Difesa russo e del Gru, a doppia regia Yunus-Bek Yevkurov e Andrei Averyanov) hanno importato nel Sahel procedure, istruttori, tecnologie e tattiche mutuate direttamente dal fronte ucraino, in particolare con l’uso di droni a lungo raggio e suicidi di filiera iraniana ma di fabbricazione russa su licenza (i modelli Shahed-136 e Geran-2), impiegati per colpire basi logistiche e concentramenti di combattenti nemici in profondità desertica.

Le cose sono però cambiate rapidamente quando anche il fronte islamista e quello dei ribelli tuareg in lotta per l’indipendenza dell’Azawad hanno cominciato a utilizzare droni, in questo caso quadricotteri civili Fpv a basso costo e facilmente reperibili sul mercato. Oggi giocano con strumenti più professionali: in particolare, il Gruppo di sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim) da settembre 2023 a oggi ha strutturato un vero e proprio reparto operativo droni, attivo nei tre Paesi e nelle propaggini settentrionali di Togo e Benin), usandoli sia a scopo di ricognizione, di attacco ma anche di propaganda, con la diffusione del girato sui social.


LO STESSO SALTO TECNOLOGICO lo hanno avuto i ribelli del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla): nella battaglia contro i mercenari di Wagner a Tinzaouaten nell’estate 2024 hanno dimostrato una capacità senza precedenti di coordinare fuoco terrestre e ricognizione aerea.

Oggi il fronte anti-statale, con Jnim e Fla che fanno spesso fronte comune, sembra avere discrete capacità di investimento: nel Sahel è infatti confermata la presenza e l’uso di droni a filo e fibra ottica. Invisibile agli apparati di disturbo e guerra elettronica dei russi, la risposta dei ribelli sembra mutuata proprio dal fronte ucraino: l’impiego di droni kamikaze guidati da un micro-filo in fibra ottica srotolato in volo rende inutili i jammer e i fucili anti-drone russi e il pilota e il punto di lancio non possono essere triangolati dai sensori dell’Africa Corps.

Diverse inchieste giornalistiche (Le Monde, Cnn, Washington Post) hanno rivelato come dirigenti del Fla siano stati formati sia con trasferte in Ucraina, dove hanno partecipato a corsi intensivi di assemblaggio, pilotaggio acrobatico Fpv e armamento dei droni con cariche cave, sia attraverso il supporto di istruttori nell’area di confine saheliana: i corridoi di transito della componentistica e dei contatti d’intelligence si sono appoggiati ai Paesi costieri e alla Mauritania (dove l’ambasciata ucraina è stata direttamente accusata dal governo del Mali di fare da snodo). Non ci sono militari ucraini in divisa. La presenza è molto più discreta e la sua impronta tecnologica è impressa in ogni attacco: l’Fpv con testata da Rpg legata con fascette di plastica, manovrato con i visori da pilota sportivo, è la trasposizione delle trincee di Pokrovsk e Bakhmut sulle rocce di Tessalit e Kidal.


LA DIFFERENZA, tra tuareg e jihadisti, è dottrinale: Fla opera con una dottrina semi-convenzionale, droni da ricognizione ad alta quota abbinati a droni Fpv kamikaze con testate anticarro, per colpire blindati pesanti e fortificazioni, mentre Jnim preferisce preservare l’inventario, usando quadricotteri modificati per far cadere munizioni da mortaio artigianali o cariche Ied sull’obiettivo e facendo poi rientrare il drone alla base.

La guerra dei droni sembra tuttavia che porti più vantaggi a chi vive il campo di battaglia da decenni: la disponibilità per le Forze armate di droni ad alta tecnologia non colma i deficit di intelligence sul terreno né i problemi della catena di comando, ragione per cui Bamako ha in corso un dialogo anche con gli Stati uniti, che vorrebbero mettere a disposizione l’intelligence. Inoltre, l’uso indiscriminato di questa tecnologia provoca stragi di civili uguali o superiori a quelle delle formazioni non-statali, ed è qui il vero dramma del Sahel: il nemico può arrivare da ogni parte, con le mostrine da ufficiale o le ciabatte di gomma: a farne le spese sono sempre le persone.

 
 

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