
LE MALETESTE
26 apr 2026
A cura del Collettivo di Fabbrica GKN Firenze + DARIO SALVETTI + ANTONELLA BUNDU + VIDEO
Collettivo Di Fabbrica - Lavoratori Gkn Firenze
24 aprile 2026, 12.21 | COORDINAMENTO GKN FIRENZE
1. Più il silenzio cala sulla Palestina, più si alza la nostra voce.
2. Una nuova Flotilla, più grande, è in mare. La Flotilla non è la soluzione, né il centro. È una delle pratiche immediate, di mutualismo conflittuale. È necessaria ma non sufficiente. La domanda è: saremmo più forti o più deboli nelle nostre pratiche a terra se la Flottila non fosse ripartita, facendosi travolgere dal riflusso di terra?
3. Porta aiuti, non carità. Non sostituisce la resistenza, ma tende una mano e mette al centro la resistenza palestinese
4. Perché un genocidio non fermato, è un genocidio che verrà generalizzato. Perché genocidio e guerra mondiale sono parte di un unico processo.
5. Perché la resistenza è un sentimento umano. E infatti stanno distruggendo ogni forma di umanità per eliminare la possibilità di resistenza.
6. Non stiamo voltando le spalle ai nostri problemi ma stiamo navigando verso uno degli epicentri dell' economia di guerra che ci impoverisce.
7. Il cosiddetto occidente non ignora il genocidio perché distratto dai propri affari. Ma perché fa affari con e attraverso il genocidio: il 53% dell'export israeliano di armi è assorbito dall' Europa.
8. Il nostro viaggio in mare come in terra è unico perché unica è la crisi di sistema.
9. E allora, non osate bloccare la Flotilla. Noi a riguardo non indietreggiamo di un passo. Perché chi si fa pecora, ottiene solo di essere mangiato dal lupo
10. E contemporaneamente denunciamo l' ipocrisia di tutte le forze istituzionali che hanno creato il blocco contro la reindustrializzazione ecologica della ex Gkn. Non ci sarà nessun intervento pubblico nel silenzio di tutte le istituzioni.
Lo diciamo a tutte e tutti: la politica istituzionale ha affossato ex Gkn. Se vogliamo fare salpare una flottilla nell' economia, ci sono solo due cose da fare:
- sostieni l' azionariato popolare e la lotta ora! A fine giugno la campagna si chiude
- tenersi libere e liberi l' 11 e 12 luglio per decidere come salpare con la reindustrializzazione ecologica

Dario Salvetti
26 APRILE 2026, 13.20 | DARIO SALVETTI
Dunque riparte oggi dalla Sicilia la Flottilla verso Gaza. "E perché riparte la Flottila?".
È una domanda che può essere declinata in tanti modi. Se è intesa in senso generale, la risposta è auto evidente: il genocidio non si è mai arrestato, semmai si è generalizzato ed è al contempo più invisibilizzato di prima.
Le ragioni per partire sono oggi maggiori di ieri e probabilmente minori di domani.
Ma questa domanda può essere anche usata per occultarne una ancora più importante. Perché il punto non è "perché la Flottilla parte", ma "perché non può arrivare". E non può arrivare perché dal 2007 Gaza è stritolata da un blocco illegale dentro un territorio occupato e sottoposto a pulizia etnica e genocidio da 78 anni almeno.
Questa è la missione civile più grande mai tentata per rompere l'assedio a Gaza. Avrà anche convogli in arrivo da terra. È la tattica giusta, è la strategia giusta, è la via giusta?
La Flottilla non sostituisce nessuno e tanto meno la resistenza palestinese, né i boicottaggi, gli scioperi, i cortei ecc
La Flottilla non indica se stessa come centro né impedisce nessuna articolazione di tattica.
Toglie alibi, questo si.
Toglie alibi a Governi e istituzioni di ogni ordine e grado: se lo possiamo fare voi, lo potreste fare anche voi. Non lo fate non perché siete distratti dagli "affari vostri" ma proprio perché i "vostri affari" sono in complicità economica, diplomatica, militare, sociale con il genocidio.
Ma vale la pena scagliarsi con decine di navi contro un blocco di cui ben conosciamo natura ed esistenza? Abbiamo dunque bisogno di toccare emotivamente i fatti per mobilitarci?
Bella domanda. Che non andrebbe però rivolta a chi semplicemente riempie navi di competenze mediche e tecniche, aiuti e simboli della resistenza, e punta la prua verso Gaza.
La domanda andrebbe rivolta a tutti noi. L' anno scorso un drone colpì la Flotilla a largo delle coste tunisine. Quest'anno la tappa tunisina è stata fatta saltare dalla repressione, con "solamente" (!) 5 compagni arrestati (e tutt'oggi in prigione) per impedire l' organizzazione del passaggio in Tunisia.
Eppure la cosa è passata in silenzio anche tra molti di noi. Che saremmo poi gli stessi mossi emotivamente a correre a un presidio in 30 minuti di fronte al bagliore di un drone.
Liberarsi dall' emotività dei fatti, perché l' azione sia guidata dall' analisi, è evidentemente pratica collettiva da cui siamo ben lontani.
C'è poi il tema della pericolosità: questa volta non va bene perché "è pericoloso"...
Argomento che capisco solo in parte. Di solidarietà alla Palestina si muore, si è già morti. Rachel Corrie, Vik e persino le precedenti Flotille: 10 morti nel 2010. E la Coscience fu addirittura colpita da droni e messa fuori gioco nel 2025 in acque internazionali, a largo di Malta!
Dovremmo dunque avere paura? La paura è contagiosa ed ognuno ha la sua soglia di paura. C'è chi può avere paura di questo e chi di scioperare, chi di disobbedire ad un precetto, chi di dire no a un sabato di straordinario, chi del contratto che scade. Sono tutte paure rispettabili e legittime.
Ma siamo qua non per lasciare che ci guidino e ci facciano rinculare verso il riflusso, ma per sconfiggerle e politicizzarle collettivamente.
Già, il riflusso. Il grande rimosso nel dibattito di movimento dopo ottobre.
Di fronte all' apatia che si è vista da ottobre in poi, ripartire è la cosa più pulita e onesta che si può provare a fare.
La domanda è: abbiamo più o meno possibilità di scalfire l'apatia, con una Flotilla di nuovo in mare o con una Flotilla che tentenna nei propri fini?
Ripetersi è complicato, ma è proprio tipico di ciò che è resistenza prolungata.
Ed è Il movimento nel suo complesso che deve prendere su stesso la sfida della "permanenza".
È quello che abbiamo provato a dire anche in autunno: abbiamo bisogno di urgenza, efficacia e permanenza.
E chiamare un presidio dopo l' altro, emotivo e rapido, forse risponde all' urgenza. Non all' efficacia e non alla permanenza.
E se dall' autunno ad oggi, non si sono fatti sufficienti passi avanti per articolare il movimento a terra, se la nostra intima paura è che il movimento sia stato "spossato" da una rincorsa e frantumazione di date, scadenze e dalla concorrenzialità interna, che la sequela di denunce e multe ci abbiano appesantito, questo timore è legittimo. Ma va risolto guardando a terra e non in mare.
Le Flotille esistono da tanto. È un movimento che, come tutto, può arrivare un domani alla fine del proprio ciclo. Chi può dirlo? Io no di certo che appena mi sono affacciato. Ma mai un ciclo deve finire nella confusione e nella critica generica.
E in ogni caso, non siamo noi che navighiamo verso la catastrofe. È la catastrofe che ci viene incontro. E lo fa tanto più stiamo fermi.
È l' unica vera paura che dovrebbe terrorizzarci.

Antonella Bundu
26 aprile 2026, 5.18 | ANTONELLA BUNDU
Nel giorno in cui salpa la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, torna urgente non dimenticare Cuba.
Qui ho ritrovato altre persone che han fatto parte del convoglio per Cuba.
Palestina e Cuba, lontane ma che condividono storie di resistenza e assedio.
.
Oggi, mentre Cuba torna sotto pressione, condivido con voi quello che ho scritto sul convoglio per Cuba. https://fondazionefeltrinelli.it/pubb.../cuba-resiste-e-noi/
"Siamo arrivati a Cuba con un convoglio fatto di decine di paesi, noi dall’Europa siamo arrivati via aereo mentre i sudamericani via mare. Non una missione, ma un pezzo di internazionalismo che si muove dentro il mondo reale. E dentro questo movimento una cosa è chiara: Cuba è un campo di resistenza.
La prima cosa che non si può evitare è il nome della repressione: il bloqueo, l’embargo. Non una formula diplomatica, ma un sistema materiale di strangolamento economico che attraversa tutto: farmaci, energia, tecnologia, finanza.
Un bloqueo presente da decenni che stringe e che adesso stringe ancora più forte, strangola nell’intento dichiarato di asfissiare: non è teoria, ma vita quotidiana.
Nei quartieri, nei Comitati per la Difesa della Rivoluzione, l’incontro con Gerardo Nordelo ci restituisce una cosa semplice: qui il mutualismo non è solidarietà astratta, è infrastruttura sociale. È organizzazione collettiva che tiene insieme la società, la vita dei singoli che formano la società.
I singoli, le persone, che interrompono ogni schema.
All’Istituto Finlay de Vacunas incontriamo Vicente Vérez Bencomo, che nasce prima della rivoluzione in una famiglia povera. Ci racconta come con la rivoluzione ha avuto accesso allo studio, alla formazione, alla scienza.
È diventato chimico, ricercatore. Non come eccezione individuale, ma come possibilità collettiva. Parla di cosa ha significato anche per lui il socialismo reale.
Non parla come chi “ce l’ha fatta” lungo un ascensore sociale. Parla come chi sa che la propria storia è dentro un sistema che ha scelto di non lasciare l’istruzione al privilegio, non un ascensore ma un sistema. Durante la pandemia COVID-19 questa scelta si è vista chiaramente: la ricerca non si è fermata, nonostante scarsità di mezzi, isolamento e difficoltà di accesso ai vaccini.
E nello stesso spazio si aprono altre storie.
Al Centro Nacional de Educación Sexual, insieme alle associazioni LGBTQI+ ci accoglie la direttrice Mariela Castro, figlia di Raúl e nipote di Fidel.
Ci racconta del codice delle famiglie, considerato internazionalmente uno dei più avanzati su diritti, educazione sessuale e trasformazione culturale. Parte di un progetto sociale che tiene insieme dimensione civile e sociale.
All’Escuela Latinoamericana de Medicina ci sono studenti da tutto il mondo, anche palestinesi. Vengono da territori segnati da occupazione e guerra.
Studiano medicina qui, in un altro contesto, e soprattutto hanno una traiettoria chiara: tornare nei propri territori per ricostruire possibilità di cura dove la cura è negata.
Qui l’internazionalismo non è solo a parole. È un movimento che vuol essere parte di una rete globale di resistenza.
E c’è un’altra cosa a fianco della resistenza: la transizione energetica.
Il bloqueo non blocca soltanto. Spinge. Costringe. Accelerando trasformazioni forzate. L’impossibilità di accedere liberamente a combustibili e infrastrutture tradizionali ha spinto verso energie rinnovabili, pannelli solari, micro-reti, per necessità materiale. Non transizione lineare, ma transizione dentro la scarsità.
Eppure, è una direzione reale: ridurre dipendenza esterna attraverso soluzioni distribuite. Anche questo è conflitto, solo che si manifesta come adattamento
Attraversando Cuba, ti accorgi che il filo conduttore per rispondere ai problemi non cambia mai: organizzazione, mutualismo, conflitto. Non sono parole teoriche. Sono ciò che ho visto.
Il convoglio serve a questo: non raccontare Cuba da fuori, ma rompere la narrazione distorta che la accompagna, oltre all’isolamento che la circonda. L’internazionalismo non è memoria, è infrastruttura politica. Serve a mettere in relazione esperienze che altrimenti resterebbero separate, isolate, indebolite.
La denuncia del bloqueo è inevitabile. È un dispositivo materiale che colpisce la vita quotidiana di un intero popolo. Non riconoscerlo significa accettarlo.
Ma accanto alla denuncia c’è qualcosa che pesa ancora di più: la continuità della resistenza cubana. Non eroica in senso astratto, ma quotidiana. Fatta di organizzazione collettiva, accesso ai diritti fondamentali, capacità di adattamento senza cedere. E soprattutto fatta di una cosa semplice: tenere insieme una società sotto pressione per decenni.
Cuba non chiede di essere idealizzata. Chiede di non essere isolata. Il socialismo è alternativa. La resistenza, qui, non è un’eccezione.
Perché il nodo non è solo Cuba. Il nodo siamo noi. In Europa, mentre si smantellano sanità pubblica e istruzione per un’economia di guerra, Cuba dimostra che un’altra gerarchia delle priorità è possibile. E allora la domanda diventa: se loro resistono sotto pressione, perché noi arretriamo senza combattere?
Stare a fianco del popolo cubano significa prendere posizione anche qui. Significa difendere l’idea che i diritti non si negoziano. Che la salute non è un mercato. Che la conoscenza non è una merce. Che la solidarietà internazionale è una pratica di lotta, non un gesto simbolico.
Cuba non chiede di essere salvata. Chiede di non essere isolata. E soprattutto mostra che resistere è ancora possibile."
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Antonella Bundu
26 aprile 2026, 10.40 | ANTONELLA BUNDU
Mi siedo sulla panchina color viola fucsia dei giardini di Augusta, dove sorge la statua del Milite Ignoto e dove si è svolta la cerimonia del 25 aprile.
Sulla panchina c’è una piccola targa con scritto:
“Panchina della Gentilezza – la gentilezza sia il tuo miglior regalo, ovunque tu vada”,
firmata dagli alunni del liceo linguistico di Megara.
Promemoria per i rivoluzionari
Ogni volta che ci impegniamo per costruire un sistema diverso, non arrendiamoci alle logiche di un mondo che ci vorrebbe isolati, cinici e indifferenti.
Una delle sfide, nel mezzo di ogni lotta, è ricordare che il fine e i mezzi possono combaciare.
Maya Angelou ci ha insegnato che “le persone dimenticheranno ciò che hai detto e ciò che hai fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”.
La gentilezza tra noi non è un di più: è la sostanza stessa della nostra alternativa al potere.
In un mondo che premia l’aggressività e il dominio, scegliere la gentilezza verso i propri compagni di lotta è un atto radicale. È ciò che trasforma un gruppo di persone in una comunità politica.
La rivoluzione deve essere anche lo spazio della nostra gioia, non solo del nostro sacrificio.
Quando Emma Goldman diceva “se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”, ci ricordava che, se smettiamo di celebrare la nostra umanità e di curare i nostri legami, rischiamo di perdere l’anima stessa del nostro impegno.
Essere gentili significa riconoscere che dietro ogni militante c’è una persona, con le sue fatiche e le sue speranze. Significa costruire un ambiente in cui nessuno si senta solo o invisibile.
Questo promemoria serve a ricordarci che la cura reciproca è la nostra forza più grande: è ciò che ci permette di resistere nel tempo senza inaridirci.
Partiamo da qui, dalla gentilezza e dal rispetto profondo per chi cammina al nostro fianco.
Perché la rivoluzione comincia proprio dal modo in cui ci prendiamo cura l’uno dell’altra.
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Restiamo umani, restiamo gentili.
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Antonella Bundu
26 aprile 2026, 16.26 | ANTONELLA BUNDU
Partiti
Free Palestine!
Global Sumud Flottiglia
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